Seduta n.16 del 30/09/2004 

XVI Seduta

Giovedì 30 settembre 2004

(Pomeridiana)

Presidenza del Presidente Spissu

indi

del Vicepresidente Fadda

La seduta è aperta alle ore 17 e 38.

MANCA, Segretario, dà lettura del processo verbale della seduta del martedì 14 settembre 2004 (13), che è approvato.

Sull'ordine dei lavori

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca lo svolgimento della mozione numero 3.

Ha domandato di parlare il consigliere Diana. Ne ha facoltà.

DIANA (A.N.). Signor Presidente, vista anche l'ora, io credo che sia necessaria una breve riunione della Conferenza dei Capigruppo per organizzare i lavori della serata e della giornata di domani.

PRESIDENTE. Siamo un pochino un ritardo perché la ripresa pomeridiana è sempre un po' più lenta di quella del mattino. Io ricordo all'onorevole Diana, naturalmente se poi l'Aula è della stessa opinione dell'onorevole Diana non ho nessuna difficoltà ad attenermi alle sue decisioni, che in Conferenza dei Capigruppo abbiamo deciso quest'ordine dei lavori e abbiamo anche deciso di convocare eventualmente una Conferenza dei Capigruppo nella mattinata di venerdì, cioè domani mattina, per valutare, sulla base delle iscrizioni e dell'andamento del dibattito, la possibilità di proseguire venerdì sera o rinviare a martedì della prossima settimana la prosecuzione dell'esame degli argomenti all'ordine del giorno. Quindi, io avvierei, onorevole Diana, se è d'accordo, il dibattito con la illustrazione della mozione e le iscrizioni a parlare, così ci facciamo un'idea dell'andamento del dibattito, perché al momento la riunione della Conferenza dei Capigruppo senza sapere se ci sono dieci iscritti a parlare piuttosto che trenta rischia di essere inutile. Quindi, se lei d'accordo, pur accogliendo il senso del suo invito e della sua richiesta, consentirei la illustrazione della mozione e valuterei, sulla base degli iscritti a parlare, come procedere.

Ha domandato di parlare il consigliere Oppi. Ne ha facoltà.

OPPI (U.D.C.). Ho compreso esattamente cosa ha chiesto il collega Diana, per prassi consolidata è necessario sapere a che ora terminiamo stasera i lavori, è questo il significato della sua richiesta, perché da un po' di tempo a questa parte noi stiamo andando avanti senza sapere quando cominciamo e quando finiamo. Adesso lei ha perfettamente ragione, ma i ritardi che si sono verificati in questo lasso di tempo sono tutti determinati non dalla nostra volontà ma, per amore della verità, dall'assenza della Giunta o comunque da fatti indipendenti dalla nostra volontà.

PRESIDENTE. Onorevole Oppi, lei ha ragione, ci ingegneremo per fissare puntualmente l'orario di inizio e di fine delle sedute del mattino ed anche di quelle del pomeriggio. Io penso che stasera, anche in considerazione del fatto che iniziamo alle diciassette e quarantadue, possiamo concludere i lavori alle venti e trenta e riprenderli domani mattina alle dieci e possiamo valutare insieme quanti interventi possono essere svolti nella serata e quanti nella mattinata di domani.

Discussione della mozione BALIA - MARROCU - BIANCU - PINNA - LICHERI - CACHIA - ADDIS - BARRACCIU - BRUNO - CALIGARIS - CALLEDDA - CERINA - CHERCHI - COCCO - CORDA - CORRIAS - CUCCA - CUCCU - CUGINI - DAVOLI - FADDA Giuseppe - FADDA Paolo - FLORIS Vincenzo - FRAU - GESSA - GIAGU - GIORICO - IBBA - LAI - LANZI - MANCA - MANINCHEDDA - MARRACINI - MASIA - MATTANA - ORRU' - PACIFICO - PIRISI - PISU - PORCU - SABATINI - SALIS - SANNA Alberto - SANNA Franco - SANNA Francesco - SANNA Simonetta - SECCI - SERRA - URAS sulla specialità autonomistica della Sardegna (3)

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca lo svolgimento della mozione numero 3. Se ne dia lettura.

MANCA, Segretario:

Mozione Balia - Marroccu - Biancu - Pinna - Licheri - Cachia - Addis - Barracciu - Bruno - Caligaris - Calledda - Cerina - Cherchi - Cocco - Corda - Corrias - Cucca - Cuccu - Cugini - Davoli - Fadda Giuseppe - Fadda Paolo - Floris Vincenzo - Frau - Gessa - Giagu - Giorico - Ibba - Lai - Lanzi - Manca - Maninchedda - Marracini - Masia - Mattana - Orru' - Pacifico - Pirisi - Pisu - Porcu - Sabatini - Salis - Sanna Alberto - Sanna Franco - Sanna Francesco - Sanna Simonetta - Secci - Serra - Uras sulla specialità autonomistica della Sardegna.

IL CONSIGLIO REGIONALE

in ordine al problema della indilazionabile necessità che si pervenga alla formulazione di un nuovo Statuto Speciale della Sardegna, per adeguare quello approvato con Legge Costituzionale n. 3 del 26 febbraio 1948 e successive modificazioni, alle modifiche costituzionali intervenute in questi ultimi anni;

PRESO ATTO delle più recenti modifiche intervenute ed in particolare di quella di cui alla Legge Costituzionale n. 2 del 2001 che ha radicalmente modificato la forma di governo della Regione attribuendo alla Sardegna una potestà statutaria interna che sinora, a distanza di oltre tre anni e mezzo, non è stata ancora esercitata, sebbene con essa, a maggioranza assoluta e con possibile conferma referendaria, debbano essere disciplinati tra l'altro, i rapporti tra gli organi costituzionali della Regione, il sistema elettorale, le ineleggibilità per Consiglieri ed Assessori, i rapporti con gli enti locali ed i cittadini;

PRESO ATTO altresì che con la successiva Legge Costituzionale n. 3 del 2001 lo Statuto Speciale è stato completamente stravolto in tutte le norme che attengono alla definizione dei poteri della Regione, di comuni, province, città metropolitana, sì che le disposizioni formalmente vigenti sono ormai completamente superate da quelle effettivamente in vigore le quali, tuttavia, sono esterne rispetto al testo statutario e debbono essere di volta in volta desunte in via interpretativa;

CONSIDERATO che anche tale situazione di assoluta precarietà si protrae ormai da quasi tre anni senza che la Regione Sardegna abbia assunto alcuna iniziativa volta a restituire una situazione di certezza giuridica per gli organi della Regione, gli amministratori, i funzionari ed i dipendenti, gli enti locali ed i cittadini e che d'altra parte è evidente come tale situazione non possa essere ulteriormente tollerata;

CONSIDERATO, in ogni caso. che tutte le suindicate modifiche costituzionali sono intervenute, con grave lesione dell'autonomia speciale della Sardegna, senza che il Consiglio regionale abbia fornito il proprio apporto, che deve esser sempre ritenuto irrinunciabile, nella formulazione di disposizioni che modificano significativamente, in modo formale o nella sostanza, lo Statuto Speciale della Regione;

VALUTATA l'urgenza di un approfondito dibattito in Consiglio regionale perché possano essere indicate, in modo condiviso, le linee di intervento che dovranno poi caratterizzare i singoli atti di iniziativa legislativa;

CONSIDERATO infine che è in corso di approvazione da parte del Parlamento una nuova massiccia riforma costituzionale, già approvata il 26 marzo scorso, in sede di prima lettura, dal Senato e che essa è ora all'ordine del giorno della Camera dei Deputati per l'inizio del prossimo mese di settembre;

VALUTATO che sarebbe inammissibile che ancora una volta il Consiglio regionale della Sardegna omettesse di far sentire il proprio orientamento, anche per tutelare la posizione costituzionale della Sardegna e delle altre Regioni speciali, prima della definitiva approvazione della legge costituzionale in prima lettura, anche alla luce del fatto che difficilmente potranno esser accolti emendamenti in sede di seconda lettura;

RITENUTO, pertanto, che anche su tali aspetti è improcrastinabile l'apertura di un ampio dibattito in Consiglio regionale per esprimere al Parlamento la posizione della Regione sulle modificazioni in corso di approvazione,

delibera


l'indizione di una sessione straordinaria del Consiglio regionale, per l'immediata ripresa dei lavori post feriali, in modo tale da rendere possibile un siffatto indilazionabile dibattito ed a tal fine

impegna

il Presidente del Consiglio e la Conferenza dei Capigruppo ad una programmazione dei lavori che renda possibile quanto sopra esposto. (3)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione. Uno dei presentatori della mozione ha facoltà di illustrarla.

BALIA (Gruppo Misto). Signor Presidente, colleghi, alla luce anche delle osservazioni e dell'interesse che sia l'onorevole Diana che l'onorevole Oppi hanno manifestato, io mi auguro, vista l'importanza dell'argomento che la mozione pone all'attenzione del Consiglio regionale, che il dibattito non solo si svolga nella giornata di oggi e di domani ma, se necessario, proprio per pervenire all'assunzione di decisioni condivise, che si sviluppi anche nel corso della prossima settimana.

La mozione, signor Presidente, che nasce prendendo spunto da motivi di carattere contingente, la modifica della Costituzione, che poi implica modifiche anche dello Statuto sardo, pone all'attenzione però dell'Assemblea un problema importante, sul quale ci siamo confrontati e misurati in più occasioni nel passato e che ha avuto un periodo di maturazione sufficientemente lungo. Lo pone all'attenzione di quest'Aula in un momento peraltro anche particolarmente delicato della vita politica isolana, in cui da un lato, mentre la Giunta e la maggioranza dichiarano e riconfermano la volontà che questa legislatura costituisca davvero un momento importante e che diventi la legislatura che affronta in termini complessivi, in termini globali, la problematica relativa alle riforme, dall'altro lato la Giunta regionale, dopo aver licenziato il provvedimento di assestamento del bilancio, sta lavorando alla stesura del DPEF e conseguentemente della finanziaria, con la forte volontà, dichiarata, di voler evitare l'esercizio provvisorio e provvedere all'approvazione dei documenti contabili nei tempi utili.

Questo sarebbe già un segnale di grande positività. Ma mentre vi sono queste dichiarazioni di intenti e la manifestazione di questa volontà, viviamo in Sardegna una fase terribilmente delicata: sono note le dinamiche di esclusione sociale, la consapevolezza comune, assunta ormai da tutti, del numero crescente di famiglie che sempre più vanno ascritte alla nuova povertà, i drammi delle zone interne, lo spopolamento dei comuni minori, la carenza di lavoro e, mentre accade tutto questo, viviamo e subiamo, lo richiamava il Presidente della Regione stamattina, un'occupazione forzata di più territori in Sardegna, in modo particolare quello di La Maddalena, che vengono utilizzati per fini militari con tutte le conseguenze e i pericoli, anche per lo stato di salute dei cittadini, che questo comporta. Comuni, istituzioni locali, cittadini, sono stati privati di un potere importante, l'espressione un parere preventivo obbligatorio, tale doveva essere, sull'uso del loro territorio. Invece, non solo è stato superato quel parere, ma vi sono stati poi accadimenti che hanno comportato momenti di grossa paura e di pericolo che i sardi ignoravano, sono stati riportati dalla stampa americana mentre qua venivamo sommersi da una serie di bugie e di mistificazioni.

Ecco, in questo quadro, in questo contesto si sviluppa il dibattito mentre il Parlamento italiano, dopo aver riformato il Titolo V della Costituzione senza chiedere alcun parere alla Regione, - e, badate, allora c'era una Giunta di centrosinistra, ma anche allora i sardi non sono stati consultati - provvede ora ad inserire una numerosa serie di modifiche, sulle quali io credo che, in maniera assolutamente unanime e condivisa, non possiamo che esprimere forte preoccupazione. Vengono sottratte funzioni e competenze e ne vengono aggiunte altre senza alcuna precisazione, né chiari riferimenti alle risorse, col rischio che lo stato sociale alla fine ne esca minato e che le regioni povere paghino da sole i maggiori costi che spesso derivano dal fatto che partiamo da condizioni di assoluta povertà.

Ecco, questo è il quadro; sino a questo momento, bisogna riconoscerlo, sempre più spesso la Regione sarda, sui temi legati alla riforma statutaria, ma non solo, si è mossa con la lentezza di un bradipo, ha eluso i problemi, ha scelto percorsi che talvolta contenevano una dicotomia assolutamente rigida, col rischio così di dimenticare, di accantonare l'obiettivo primario. Così, sino a questo momento, senza, per carità, che nessuno di noi voglia rinnegare il fascino che pure l'Assemblea costituente ha avuto, ci siamo mossi, a dir la verità dovrei dire che siamo rimasti immobili, ancorati al principio, uso una similitudine, del terzo escluso di Aristotele, secondo il quale tra due proposizioni contrastanti, l'una è assunta come vera - sempre, in maniera categorica, rigida e immutabile, senza cambiare opinione - e l'altra come falsa, e da ciò discende l'esclusione di ogni e qualunque altra possibilità. Sarebbe stato più utile, anziché restare ancorati al principio del terzo escluso di Aristotele, muoversi in base al principio della conservazione. È un principio tipico dei negozi giuridici, per il quale però prevale l'interpretazione che determina qualche effetto, su quella che invece non ne determina alcuno.

Nella scorsa legislatura si è sviluppato un dibattito lungo, e bisogna riconoscerlo, anche appassionato, nel senso che per alcuni era anche davvero sentito, proposto con convinzione, sullo strumento che avremmo dovuto utilizzare per la riscrittura dello statuto. Quei dibattiti della scorsa legislatura hanno allora spaccato trasversalmente il Consiglio regionale ed hanno finito, nel lungo periodo, col determinare una condizione di totale ed assoluta inerzia. Attorno al problema dell'Assemblea costituente, si era costituita una maggioranza abbastanza eterogenea, una maggioranza che, naturalmente, da maggioranza e legittimamente, ha imposto le regole ed ha prevalso ed è nata una proposta di legge, che poi è diventata proposta di legge nazionale di questo Consiglio regionale, istitutiva dell'Assemblea costituente. Ma, al di là del fascino di questa proposta, vi sono altre volontà, vi sono espressioni di altri livelli istituzionali che, sebbene avessero assunto impegni forti, decisi e determinati nel tempo, non li hanno poi assolti. Al di là delle buone parole dagli incontri che sono avvenuti con i vari rappresentanti del Governo, è emerso con assoluta chiarezza che l'ipotesi di Assemblea costituente è un'ipotesi accantonata prima che da noi da altri livelli istituzionali superiori. Quindi la responsabilità per il fatto di rinunciare a quel percorso non è attribuibile a quest'Assemblea, che pure ha più volte sollecitato l'approvazione della proposta di legge, ma a chi, nel Governo o nel Parlamento, non condivide quella proposta.

L'Assemblea costituente, signor Presidente e colleghi, è superata dai fatti.Perdere ancora tempo per sollecitare l'approvazione di quel progetto di legge equivale alla volontà reale di non produrre assolutamente nulla neanche nel corso di questa legislatura. E, badate, nulla producendo si crea un danno; perché nel frattempo vengono in ogni caso assunte delle decisioni. Questa sarebbe per parte nostra una decisione che ci porterebbe, colpevolmente, verso l'inerzia totale. Certo, i sostenitori dell'Assemblea costituente ponevano un problema, quello del coinvolgimento, quello della partecipazione, cioè di un nuovo Statuto che non fosse di esclusiva formulazione del Consiglio regionale, ma che fosse anche ampiamente condiviso e partecipato, di alto profilo e utile per rinnovare il patto fra i cittadini sardi e che contenga i presupposti dei diritti collettivi del popolo sardo, consideravano quindi l'Assemblea costituente uno strumento atto ad individuare un percorso e un progetto orientato. Era un proponimento buono, certamente rispettabile, ma noi riteniamo che, allo stato dei lavori, oggi, quel percorso, quei coinvolgimenti, quella partecipazione possano essere ugualmente sollecitati e ricercati al di là dell'Assemblea costituente, sollecitando in tutti i modi e in tutte le forme possibili il coinvolgimento popolare, sollecitando gli altri poteri al massimo contributo e senza nessuno escludere.

Semplificando, qual è la proposta che io oggi mi sento di fare? C'è certamente l'esigenza di individuare una consulta, composta da soggetti diversi da quelli che compongono il Consiglio regionale, che siano espressione della società sarda, di tutti i livelli istituzionali importanti, di chi è portatore, anche per cultura, di alte e forti professionalità in quel settore. Allora, una consulta eletta da questo Consiglio regionale, alla quale il Consiglio regionale deve dare indirizzi, deve dare indicazioni, di cui deve stabilirne le regole e individuare gli ambiti di operatività. Il discorso dovrà, dopo, non limitarsi alla produzione di un testo in quella sede, ma quel testo andrà confrontato, vi saranno altri suggerimenti, dovrà approdare nelle aule degli altri livelli istituzionali, ma dovrà, nella fase finale, tornare in questo Consiglio regionale, perché esso è deputato a esprimersi, esso è deputato a introdurre modifiche, esso è deputato ad approvare il testo finale.

Questo è un itinerario che non esclude alcuna iniziativa volta al coinvolgimento di tutti i livelli istituzionali e non. Il rischio di esclusione esiste, ma dobbiamo agire con intelligenza e dobbiamo riuscire a superarlo, ma questo dobbiamo farlo al di là dello strumento che intendiamo utilizzare, perché lo strumento Assemblea costituente di per sé stessa non è assolutamente fonte di garanzia certa che l'esclusione dal processo decisionale non vi sia. Serve un'elaborazione politico-culturale condivisa e partecipata. Intanto si avvii il dibattito e la Regione recepisca le modifiche costituzionali nel frattempo approvate, non nel senso che le modifiche introdotte al Titolo V della Costituzione non siano legge, diverranno legge anche altre eventuali modifiche Bene, presidente Soru, questa Regione ancora non ha provveduto neanche alla stesura di un testo coordinato dello Statuto che ricomprenda l'insieme di queste modifiche. Quindi l'ossatura portante c'è e ce l'abbiamo chiara, dobbiamo recepirla e inserirla all'interno di un testo e andranno poi individuati, in maniera altrettanto precisa e con la massima chiarezza, gli elementi della specialità, onde pervenire a una riscrittura responsabile, condivisa, partecipata, avanzata, garantista della nostra Carta costituzionale, con tutti gli elementi che caratterizzano la specialità della nostra Regione. Nel frattempo l'iniziativa legislativa, anche in tema di riforme, non potrà affatto subire un arresto; pensate a tutte le leggi necessarie su una serie di materie che sono state formalmente decostituzionalizzate e che rientrano nel lavoro ordinario del Consiglio, a partire dalla legge numero 1, dalla legge sui referendum, sino a quelle sulla forma di governo, elettorale e quant'altro.

Io voglio limitarmi a fare, e per questo le chiedo un minuto di tolleranza, Presidente, una semplice elencazione dei contenuti della specialità. Procederò in maniera indifferenziata all'elencazione, secondo una visione che può essere definita di natura economicistica, che mira a garantire uno sviluppo economico uguale alla restante parte d'Italia, facendo riferimento, però, anche ad altri contenuti della specialità, che non tendono all'omologazione ma a garantire proprio il mantenimento della diversità. Quindi da un lato la garanzia della parità delle condizioni e dall'altro lato la garanzia invece della esaltazione delle diversità che possono costituire un plusvalore. Li metto assieme solo a livello di richiamo: la continuità territoriale; un nuovo piano di rinascita che colmi il deficit strutturale; un rapporto diretto con la Comunità Europea, eliminando alcune mediazioni che oggi rappresentano, di fatto, un elemento fortemente limitativo; competenze specifiche per quanto attiene ad i rapporti con gli altri stati che si affacciano sul Mediterraneo (per esempio stipula di rapporti commerciali con l'Africa); garanzia dell'attribuzione alla Sardegna di almeno due seggi nel Parlamento europeo, stabilita dallo Statuto e obbligando il Parlamento a recepirla, anche in virtù della specialità linguistica; risorse finanziarie certe e riferite a parametri obiettivi, per esempio una percentuale garantita riferita al prodotto interno lordo a favore della nostra Regione; il parere vincolante della Regione in materia di uso del proprio territorio da parte dello Stato - è l'argomento che ha toccato stamattina il presidente Soru, non possiamo rischiare né in termini di scorie che la Sardegna venga riproposta come pattumiera del Mediterraneo, né in termini di utilizzazione per scopi militari del territorio, senza che noi ne abbiamo consapevolezza e senza poter esprimere alcun parere -; l'individuazione di forme di partecipazione alla definizione di trattati internazionali di competenza statale, ma ancorati a problematiche sarde.

Io mi limito a questa elencazione, sulla quale tutti meglio dobbiamo riflettere e però concludo auspicando che il dibattito che si svilupperà oggi, domani, forse nei prossimi giorni, non sia una semplice esercitazione teorica, non resti aggrappato alla luna, aggrappato alle stelle, ma si concluda con una manifestazione di volontà politica chiara del Consiglio regionale, che deve trovare riscontro in un ordine del giorno con assunzione di responsabilità e che individui, io dico, il percorso che ho delineato, ma naturalmente sarà il percorso che l'Assemblea regionale riterrà utile, in maniera che non ci ritroviamo di qui a qualche anno a piangere ancora per la nostra inerzia.

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Balia. La tolleranza è stata abbondante, considerato il tema, tuttavia bisogna che i colleghi facciano uno sforzo per restare entro il tempo previsto.

Il primo iscritto a parlare è l'onorevole Ladu. Ricordo ai colleghi che chi vuole iscriversi a parlare lo deve fare entro l'intervento dell'onorevole Ladu, che ha facoltà di parlare. Grazie.

LADU (Fortza Paris). Signor Presidente del Consiglio, signor Presidente della Regione, onorevoli colleghe e colleghi, la recente approvazione della proposta di legge costituzionale, che introduce una sorta di Senato federale e norma i rapporti fra Stato e Regioni, ha impresso proprio in quest'ultimo periodo una forte accelerazione al cammino delle riforme costituzionali in Italia. Dalla legge discende a cascata una serie di impegni che noi, come legislatori regionali, siamo chiamati ad adempiere, se vogliamo contribuire da attori e non da comprimari, come spesso ci accade, al processo di modifica del nostro Statuto di autonomia. Non v'è dubbio che se si vuole avere un corretto approccio col tema dell'elaborazione di un nuovo Statuto di autonomia è preliminare l'individuazione degli strumenti adeguati, per far sì che il nostro popolo si doti di meccanismi moderni e più incisivi di autogoverno.

Il collega Balia ha fatto alcune proposte, ha individuato alcuni percorsi che possono essere materia di dibattito e che sono anche condivisibili, però io credo che potremo anche approfondire alcuni aspetti. Io però voglio ricordare, proprio a proposito di percorsi, perché questo è fondamentale anche per il ragionamento che noi stiamo portando avanti - perché anche l'individuazione di un percorso è già un importante passo avanti, su questo io credo che dovremo ancora discutere, anche se penso che alla fine un accordo si possa trovare - che, circa due anni fa, questo Consiglio regionale, con un'ampia maggioranza, approvò la proposta di legge nazionale di istituzione dell'Assemblea costituente del popolo sardo. Una maggioranza ampia e trasversale, lo diceva anche chi mi ha preceduto, che vide schierati, oltre ad autorevoli esponenti di tutti i partiti politici, larghi settori della società sarda, in uno dei pochi impeti unitari che hanno caratterizzato la vita della nostra recente storia autonomistica.

Io non credo che questa esperienza sia finita; credo che anche su questo aspetto sia davvero indispensabile un grande approfondimento. Successivamente a quell'approvazione, grazie all'impegno della classe politica isolana, nel Parlamento della Repubblica la legge d'iniziativa regionale ebbe un primo passaggio positivo nella Commissione affari costituzionali. Fu quello un segnale preciso del fatto che il Parlamento nazionale riconosceva all'Assemblea costituente la possibilità di essere uno strumento moderno e adeguato, appunto, idoneo a disegnare un progetto di nuova Carta di autonomia nazionale della Sardegna.

Oggi però nel centrosinistra assistiamo ad una eclatante inversione delle parti, infatti fra i suoi esponenti di spicco a Roma sta prevalendo, con sempre e maggiore autorevolezza, l'ipotesi di ricorrere a un'Assemblea costituente nazionale per ridisegnare l'architettura costituzionale della Repubblica. Un'Assemblea che nasca, dicono, dalla partecipazione, la più ampia possibile, di tutte le forze e movimenti politici e della società italiana per scrivere assieme le regole della convivenza istituzionale, politica, economica e sociale della Repubblica. In questo caso una minoranza parlamentare chiede di essere garantita attraverso lo strumento della Costituente per partecipare fattivamente al processo di riforma. A Roma, insomma, il centrosinistra soffre evidentemente di memoria corta, essendo in contraddizione con sé stesso, nel senso che il Governo di centrosinistra, allora guidato dall'onorevole D'Alema, a colpi di maggioranza, devo dire risicatissima, approvò la modifica del Titolo V della Costituzione, rigettando il contributo che poteva venire dalla minoranza di allora.

(Interruzioni)

LADU (Fortza Paris). Appunto, era un Governo di centrosinistra, cioè sto parlando di governi di centrosinistra, non sto parlando di questo Governo, sto parlando di un altro Governo, non v'è dubbio.

Per un curioso effetto di cicli e di ricicli storici, Giovanni Battista Vico docet, in Sardegna, dove attualmente è al governo il centrosinistra, si pensa di poter ridisegnare la carta statutaria a colpi di maggioranza, affossando l'ipotesi di ricorrere all'Assemblea costituente. E' un bel modo di agire, quest'ultimo, del centrosinistra nazionale e sardo: quando si è all'opposizione si predica bene e invece quando si è al governo si razzola male, anzi malissimo, come in questo caso. Ma io credo che questi siano soltanto i primi approcci e che poi alla fine si possa raggiungere un accordo. Però, se davvero si vogliono evitare i tragici errori del passato, dobbiamo tutti compiere uno sforzo per superare sbarramenti e steccati ideologici o pregiudiziali di schieramenti contrapposti, per individuare la forma migliore che garantisca la partecipazione di tutte le componenti filosofiche, di pensiero e politiche che costituiscono la complessa realtà sarda. Questo sarebbe naturalmente il massimo obiettivo che noi vogliamo raggiungere.

Bisogna uscire, quindi, dall'astratto e indicare con tempi e modalità certi la strada attraverso la quale si vuole pervenire all'adozione di una nuova Carta statutaria per la Sardegna. Noi un percorso l'abbiamo indicato, un percorso che può essere perfettibile, può essere naturalmente completato e rivisto. Attendiamo, se ce ne sono, proposte alternative. L'onorevole Balia ha fatto una proposta che mantiene la competenza all'interno di questo Consiglio regionale e quindi è diversa da quella che noi avanziamo, che comunque coinvolge maggiormente la società sarda.

E tanto per essere chiari, diciamo subito che non ci soddisfa affatto il disegno di riforma che sta portando avanti il Parlamento. Non è un caso che all'unisono siano insorte sia le Regioni a statuto ordinario e, a maggior ragione, quelle a statuto speciale. Ma siamo profondamente insoddisfatti per ragioni molto diverse da quelle stantie di nuovo centralismo e di vecchio statalismo fatte proprie dai settori della sinistra italiana. La devoluzione non è un attentato all'unità della Repubblica, ma un modo, in questo caso, gattopardesco, per lasciare accentrati nello Stato i poteri che, questa sì fu una giusta riforma del Titolo V, devono essere della Repubblica e delle sue articolazioni. Il ruolo ritagliato alle Regioni in questa riforma è limitato, non si va oltre una forte accentuazione del decentramento, negando tutte le speranze di reale autogoverno che nutrono le nazionalità e le regioni italiane: si paventa così il pericolo che la riforma proposta dal Governo centrale annacqui in realtà le conquiste autonomistiche già ottenute.

Mi sia consentita, a questo punto, una qualche riflessione sul concetto di autonomia, così come noi la intendiamo. In effetti l'espressione "autonomia" nel linguaggio giuridico assume significati diversi e non sempre ben precisati. Nel nostro Statuto il concetto di autonomia ha assunto il significato di ordinamento giuridico, che promana da un organo legislativo proprio della Regione, competente a dettare norme valide nel territorio regionale. Per questo motivo è lecito affermare che l'autonomia regionale sarda si pone, sin dalla sua genesi, come derivata, in quanto trova la sua forma fondamentale nell'ordinamento dello Stato ed in esso la sua delimitazione. La nostra autonomia, infatti, oltre che derivata, è anche costituzionale, perché lo Statuto sardo non solo fa parte dell'ordinamento dello Stato, ma nella gerarchia delle fonti legislative si pone fra quelle primarie, fondamentali o costituzionali che dir si voglia. Come tale, lo Statuto sardo non può essere modificato o abrogato, salvo eccezioni, vedi l'articolo 54 dello Statuto, con legge ordinaria o legge regionale, occorre, come tutti sappiamo, seguire il procedimento previsto dall'articolo 138 per la revisione della Costituzione della Repubblica, con in più un intervento, seppure consultivo, della Regione. Questo meccanismo complesso ha impedito di modificare in tempo utile lo Statuto di autonomia della Sardegna e la sua rigidità ha reso questo Statuto vecchio; oggi sappiamo benissimo che non è più attuale e va rivisto. Questo Statuto nacque già insufficiente a suo tempo, quando in un clima di attendismo - e finisco subito, Presidente - e di grave indecisione che caratterizzò la Consulta regionale fin dalla sua nascita, fu approvato nel corso dell'ultima seduta; si trattava già da allora di una proposta di statuto depotenziato, che pesò e che peserà negativamente anche successivamente. All'interno della Consulta regionale, infatti, si confrontarono due diverse tendenze: una praticamente della sinistra e dell'estrema destra, che mirava a non intaccare l'unicità dello Stato, bollando come quasi secessionista ogni forma di autonomia avanzata, l'altra di matrice autonomistica, che sfociò nelle proposte di statuto del sardista Gonario Pinna e del democristiano Agostino Castaldi, che era più spinta in senso federalista…

PRESIDENTE. Onorevole Ladu, io sono tollerante, lascio parlare, però lei sta un po' abusando della mia tolleranza; conviene con me? Sì, quindi mi aiuti.

LADU (Fortza Paris). Chiudo appunto dicendo che in quella fase c'erano due idee diverse dell'autonomia e dello Statuto della Regione Autonoma della Sardegna, che si confrontavano che però poi alla fine non riuscirono ad incidere perché la Consulta deliberò, non prendendo in considerazione le due proposte che erano proposte fondamentali. Lo stesso Emilio Lussu, che allora cercava di far mutuare lo statuto siciliano, che nel frattempo il Governo provvisorio aveva conferito alla Sicilia, perché in quella fase la Sicilia era attraversata da fermenti secessionisti, non trovò ascolto e quindi passò una proposta che era assolutamente limitativa.

Io avevo tutta una serie di altre considerazioni da fare, però sicuramente avrò altre occasioni in questo dibattito per poter illustrare la nostra proposta di Statuto della Regione Autonoma della Sardegna. Grazie.

PRESIDENTE. Adesso ha chiesto di parlare l'onorevole Scarpa. Siccome con l'abbondante intervento dell'onorevole Ladu abbiamo garantito la par condicio, io invito i colleghi che interverranno da ora in poi a restare entro i termini, altrimenti toglierò loro la parola, perché l'onorevole Ladu ha parlato cinque minuti in più del tempo consentito.

È iscritto a parlare il consigliere Scarpa. Ne ha facoltà.

SCARPA (Gruppo Misto). Grazie Presidente, sarò brevissimo. Vorrei solo ribadire oggi le cose già dette durante il dibattito nel quale il Consiglio ha adottato l'ordine del giorno che impegnava il Consiglio e la prima Commissione ad occuparsi della riforma dello Statuto, quindi intendo confermare l'ipotesi avanzata dal Partito Sardo d'Azione che riguarda l'istituzione di un'assemblea costituente di natura elettiva e consultiva. Questo meccanismo non priverebbe il Consiglio regionale del potere di approvazione definitiva di questo testo. Senza entrare nel merito dei contenuti, sui quali naturalmente ci dovremo applicare e sui quali garantiamo la nostra massima partecipazione, vorrei solo segnalare il fatto che, se fosse accolto il meccanismo suggerito dall'onorevole Balia, si trasferirebbe sulla composizione della consulta il premio di maggioranza che è previsto da una legge nazionale, applicata per mancanza di una legge regionale elettorale, con evidenti distorsioni della rappresentatività piena della consulta che viene suggerita. Quindi noi siamo disponibili a confrontarci su questo, ribadiamo la proposta che abbiamo avanzato e la perplessità di cui ho parlato prima. Grazie.

PRESIDENTE. Grazie onorevole Scarpa. È iscritto a parlare il consigliere Maninchedda. Ne ha facoltà.

MANINCHEDDA (Prog. Sardegna). Signor Presidente, onorevoli colleghi, prendo la parola con una certa amarezza, perché da neo consigliere regionale ho sempre pensato che le sedute dedicate alla materia statutaria godessero di una tensione emotiva e di una tensione politica che è evidentemente assente da quest'Aula. Noi ci siamo irritati dinanzi a qualche osservazione sul clima dell'Aula, ma vedere oggi con quale scetticismo si affronti questo tema è scoraggiante. Noi credo siamo intossicati da una saturazione della politica che la rende scettica sui grandi temi ed è puntigliosa ed accanita sui piccoli temi. I giorni scorsi si è verificato un piccolo scontro, con abbandono dell'Aula da parte dell'opposizione, sulla nomina dei comitati tecnici regionali e c'era più attenzione e più tensione allora di quanta ce ne sia questa sera. Può darsi che la mia sia una sensazione errata, se così fosse, io chiedo venia ai colleghi, però mi par di cogliere veramente che non siamo, come si dice in gergo calcistico, in palla, cioè non si ha la consapevolezza dell'importanza della discussione sul futuro della nostra Carta costituzionale. Lo dico per richiamare quanti di noi hanno grande esperienza ad avere consapevolezza del fatto che i loro comportamenti devono costituire un esempio per chi inizia un mandato parlamentare e vorrebbe avere di fronte in primo luogo statisti e dopo persone comuni capaci anche di distrarsi.

Noi oggi dovremmo parlare della riforma statutaria. Onorevole Ladu, oggi si deve parlare di contenuti non solo di strumenti, da anni in Sardegna parliamo di strumenti e non parliamo di contenuti e quando parliamo di contenuti citiamo Lussu. E' vero che nel Medioevo un monaco ha detto: "Siamo nani sulle spalle dei giganti", per parlare del rapporto col mondo antico. Ma Pirandello ci ha detto che non possiamo portarci dietro tutta la storia perché sono cose morte, dobbiamo avere ricordi, memoria ma anche responsabilità del futuro. Ogni volta che parliamo dell'autonomia citiamo e anziché parlar di idee facciamo bibliografia, ma saper fare bene una bibliografia è solo il primo passo di un buon ricercatore. Ora dobbiamo andare più in là; dobbiamo assumerci delle responsabilità e quando parliamo di riforma dello Statuto dobbiamo sapere che si tratta di una materia disciplinata da una legge costituzionale, quindi comporta un rapporto col Parlamento, ma noi verremo giudicati dai sardi per tutti quei provvedimenti che non hanno questa valenza. Faccio solo un esempio: noi dovremo decidere se in Sardegna deve esistere ancora un'architettura istituzionale così pesante che prevede comuni, comunità montane, province, enti regionali, enti strumentali regionali, Regione e amministrazione regionale. Questo è un mostro rispetto alle promesse di federalismo interno che tutti abbiamo detto di voler attuare in campagna elettorale. Noi verremo giudicati più per questi provvedimenti che non per altri; noi verremo giudicati per imminenti provvedimenti legislativi che dobbiamo adottare, più per la legge urbanistica che dovremo votare prima o poi, verremo giudicati per la nostra capacità anche di ripristinare condizioni serene di spesa in Sardegna. Spero vivamente che il bilancio sia approvato entro il 31 dicembre, che il DPEF arrivi entro il 31 dicembre. La vera riforma nel rapporto con i sardi dipende dalla capacità di quest'Aula di legiferare nei tempi e nei modi dovuti. Oggi non è questo l'argomento, però lo è sul versante del cambiamento e riforma vuol dire cambiamento.

Oggi dovremo parlare di specialità e autonomia ed è terribile leggere su moltissime riviste giuridiche che le ragioni della specialità sono venute meno; c'è chi dice che la specialità si basa su ragioni storiche, che la Sardegna è un'isola, che è stata per tanto tempo indipendente o perlomeno ha avuto strutture autonome, ergo ha diritto. Allora avrebbero diritto tutte le regioni d'Italia. E una specialità che è così diffusa da non essere più speciale. Si può forse fondare su ragioni economiche? Sul ritardo di sviluppo? Tutto il Meridione d'Italia allora dovrebbe avvantaggiarsi della specialità, tutto il Meridione d'Italia o larga parte del Meridione d'Italia. Molti giuristi dicono: "Perché la specialità ad alcuni e non ad altri?", Se si fondasse su ragioni di ritardo perché dovrebbe essere riconosciuta solo alla Sardegna, alla Sicilia, al Friuli? Ne avrebbe diritto anche la Basilicata, perché no? La possiamo forse giustificare sulla base di ragioni politiche, cioè la nostra rivendicazione dell'autogoverno? Il guaio è che chi studia guarda poi come ci siamo autogovernati, e parla di meridionalismo piagnone, di ceti politici impegnati solo a rivendicare maggiori entrare, e poi a non spenderle bene. Ci guardano e si rendono conto che abbiamo una carenza di iniziativa legislativa. Hanno fatto un censimento delle leggi varate dal Consiglio regionale della Sardegna rispetto alle materie di competenza primarie, noi siamo una Regione inibita, come tante altre regioni d'Italia che non hanno legiferato sulle loro competenze perché attraverso le solite norme che rivendicano allo Stato il coordinamento e la tutela, esso ha compresso le competenze delle regioni. E poi la rivendicazione di capacità di autogoverno come coesiste con la normativa europea? Noi abbiamo competenza primaria in agricoltura, ma badate che siamo disciplinati prevalentemente dai regolamenti comunitari. Sto facendo un rapido excursus della pars destruens per dire che siamo di fronte a problemi rilevanti.

Ora, è vero che possiamo ragionare al contrario; possiamo dire che è vero che tutte le Regioni d'Italia hanno una storia di indipendenza, perché no, la Repubblica di Venezia per fare un esempio, dove tra l'altro la Lega - voi sapete - ha larghi consensi, ma è anche vero che mentre l'ansia unificatrice ha portato in molte Regioni d'Italia infrastrutture, risorse, miglioramenti complessivi che hanno dato il senso dell'unità dello Stato, in altre regioni come la Sardegna questo non è avvenuto e oggi il federalismo, al contrario, cerca di privatizzare il pubblico, nel senso che cerca di rendere regionale ciò che è stato il frutto di uno sforzo nazionale, perché è l'Italia che ha infrastrutturato il nord, e non ha infrastrutturato il sud. E non è vero che originariamente la ricchezza era esclusivamente prodotta da quelle regioni. Quindi le ragioni storiche che giustificano la specialità sussistono ancora, ma a patto di un ragionamento critico sulla storia. E poi la specialità non è più da considerarsi uno strumento di difesa dell'esistente, dell'identità; la specialità è uno strumento che può anche cadere domani, domani possiamo anche dichiarare di non essere più speciali, ma è utile per raggiungere degli obiettivi di sviluppo, di autogoverno, di libertà, di uguaglianza; è uno strumento che noi usiamo e che domani può anche cadere, non è questo il problema, non è assolutamente questo il problema. Non a caso questa formula evolutiva non è mia, è già nella Costituzione, già la Costituzione riconosce che alcune regioni che vogliono chiedere ulteriori ambiti di decisione possono farlo, quindi la formula della specialità è una formula evolutiva; non è più solo legata all'identità ma è legata all'obiettivo, mi serve la specialità per l'obiettivo e per le condizioni in cui io sono, domani potrei cambiare cavallo; è questo oggi il nuovo parametro della specialità. E c'è un problema importante che noi dobbiamo mettere in conto quando scriveremo lo Statuto: l'uguaglianza delle opportunità. Noi oggi non godiamo degli stessi diritti di cui si gode in...

PRESIDENTE. Prego consigliere Maninchedda, concluda il suo intervento.

MANINCHEDDA (Prog. Sardegna). Noi oggi non godiamo degli stessi diritti di cui si gode in altri territori d'Italia, c'è una disparità di diritti; l'autonomia e l'autogoverno devono diventare strumenti importanti di perequazione, di garanzia del riconoscimento a tutti i sardi di opportunità eguali a quelle di cui godono gli altri cittadini italiani, e quindi la specialità va considerata come strumento per valorizzare la differenza, che è un bene oggi, non un male, per la tutela dei diritti e quando parliamo di solidarietà parliamo soprattutto di una capacità interna di essere uniti intorno ad alcuni obiettivi.

La Consulta, onorevole Ladu, e concludo, è uno strumento per arrivare ad una partecipazione ampia su temi di questa rilevanza, sviluppare i quali comporta un lavoro profondo, duro e, devo dire, rispetto al quale occorrono anche competenze che forse qui dentro non ci sono. Noi siamo i rappresentanti del popolo sardo pienamente, ma ci sono uomini di cultura, artisti, imprenditori, studiosi, uomini politici che hanno ancora tanto da dare e che noi dobbiamo sentire. La Consulta nominata dal Consiglio ha il senso di dare voce a chi in quest'Aula non può parlare, dandogli, attraverso la garanzia della legge, una responsabilità e dandogli un compito.

PRESIDENTE.. Abbiamo difficoltà ad alternare gli interventi di maggioranza ed opposizione un po' perché c'è un dato numerico di base, naturalmente, e un po' perché i colleghi si stanno iscrivendo tutti per domani, quindi domani c'è una lunga teoria di colleghi iscritti a parlare e viceversa ne abbiamo pochi per stasera. Io inviterei qualcuno che si è iscritto per domani a prendere la parola stasera.

È iscritto a parlare il consigliere Orrù. Ne ha facoltà

CUGINI (D.S.). Teniamo aperte le iscrizioni per i colleghi del centrodestra.

PRESIDENTE. È sempre aperta onorevole Cugini, accettiamo proposte di trasferimento dalla mattinata di domani al pomeriggio di stasera.

Prego onorevole Orrù.

ORRÙ (D.S.). Grazie signor Presidente. Io contrariamente ad alcuni accenti che ho sentito stasera, non per essere ottimista a tutti i costi, nutro un'aspettativa maggiore a che si pervenga alla comune definizione di questi aspetti anche perché credo che le premesse da cui siamo partiti siano diverse rispetto al passato, forse perché siamo stati costretti dalla proposta di riforma costituzionale del Governo attualmente in discussione in Parlamento, a porre da subito nella nostra agenda questo tema come prioritario, e penso anche da una rinnovata, più ampia e diffusa coscienza autonomistica che cerca di affermarsi rafforzando gli elementi di autodeterminazione e di autogoverno. Non credo che questa sia ascrivibile solo ad una forza politica nobile, che ha sempre tenuto alta la bandiera dell'autodeterminazione e dell'autogoverno Credo che queste siano le ragioni che ci inducono ad affrontare da subito questo problema assieme ad un giudizio condiviso sullo Statuto, su ciò che rappresenta, sulla sua inadeguatezza, anche smitizzando, se mi si passa l'espressione, questo strumento.

Tutti lo riteniamo uno strumento inadeguato rispetto ad una realtà politica, sociale, istituzionale profondamente cambiata, perché è cambiata la Sardegna, non solo perché è cambiato lo scenario, certamente le due cose interagiscono. È cambiato profondamente il rapporto con lo Stato e lo verifichiamo ad ogni pie' sospinto qualsiasi argomento trattiamo e qualsiasi problema affrontiamo. Ed è ancora più radicalmente cambiato lo scenario internazionale ed innanzitutto europeo in cui questo avviene, per le cose che conosciamo e sulle quali non mi dilungo. Ora, come tutti gli strumenti non più utili all'affermazione dei principi e al raggiungimento degli obiettivi che ci si pone, come spesso accade, esso viene di fatto superato, cioè viene superato nella sostanza come è stato detto, mi pare, anche da chi mi ha preceduto. Basta che io faccia due esempi; è superato nei fatti dalla cessione dei poteri che lo Stato è costretto a cedere all'Europa, ed è superato se volete dal ruolo costituzionale del sistema delle autonomie locali a seguito del trasferimento diretto di competenze dallo Stato.

Quindi se mi si passa l'espressione, dall'alto e dal basso il dinamismo istituzionale di altri soggetti di altri livelli di governo, io penso abbia reso agli occhi di tutti ancora più anacronistico un certo immobilismo di una istituzione autonomistica centralistica, costruita sulla falsa riga di ciò che era lo Stato nel dopoguerra e negli anni Cinquanta, e gelosa tuttora delle proprie prerogative. Io credo che la nostra Regione assuma tal volta comportamenti - e questo lo constatiamo - di auto-conservazione e di auto tutela propria come organismo, anziché soddisfare le esigenze, i bisogni di crescita, di sviluppo, di autodeterminazione del popolo sardo, non solo come affermazione teorica, ma come capacità di incidere sul proprio destino, sulla possibilità di operare, di lavorare, di intraprendere, di realizzarsi. Io non credo che i cittadini sardi individuino solo nello Stato un ostacolo, come sappiamo individuano molto più spesso nel nostro sistema autonomistico uno degli ostacoli maggiori, talvolta forse anche ingenerosamente.

Ora, che questa legislatura muova i suoi primi passi dando priorità alla riforma statutaria - lo ripeto - io lo considero un fatto importante e voglio pensare che si tratti di una volontà politica comune, non ascrivibile soltanto alla maggioranza, ma che deve trovare necessariamente impulso a partire dalla maggioranza, che deve essere coerente con le proprie affermazioni; e io penso che non vada sprecata questa opportunità, questa possibilità. Quindi la prima cosa che dobbiamo fare per non sprecarla è quella di non fare l'errore che abbiamo fatto in passato, cioè quello di fermarci ad un confronto, ad una discussione paralizzante sugli strumenti. Credo che non possiamo ricominciare da lì, o meglio possiamo ricominciare da lì per non ripercorrere la stessa strada, per non fare gli stessi errori.

Io condivido il giudizio che l'onorevole Balia ha dato sulla Costituente, ma non perché possa essere considerato spregiativo, meno che mai negativo, non credo che fosse questa la volontà del collega Balia quando affermava che l'Assemblea costituente è superata nei fatti; io credo che sia così, però naturalmente sono disponibile ad ascoltare opinioni differenti, anche a convincermi del contrario. Io penso che sia superata nei fatti, ma non sono tuttavia superati gli obiettivi che ne hanno alimentato la spinta politica ed anche la partecipazione popolare a un obiettivo di questo genere, per questo non la sottovaluto affatto.

Gli obiettivi li riconduco a due, ce n'erano diversi, ma per comodità, anche per brevità nel mio ragionamento ne enumero due; il primo, la chiara volontà di favorire la partecipazione attiva delle rappresentanze del mondo della cultura, dell'università, delle organizzazioni del lavoro, del sistema produttivo, del sistema delle autonomie locali, in modo che questo cambiamento di carattere storico che deve far sì che il popolo sardo scommetta su se stesso non fosse un fatto meramente racchiuso dentro le stanze e le aule del Consiglio regionale. Il secondo, mi sembra fosse quello di rafforzare l'autodeterminazione, sottraendo il nuovo Statuto al giudizio di merito del Parlamento nazionale, prevedendo solo la possibilità di approvarlo o respingerlo senza però modificarlo, questo era l'impianto della legge istitutiva dell'Assemblea costituente. Chiedo scusa se schematizzo.

Io credo che la domanda che dobbiamo porci è questa: quegli obiettivi e quelle esigenze possono trovare una risposta adeguata, non ripercorrendo quella strada, cioè non ritrovandoci ancora qui dopo tre anni o quattro anni nella condizione di dover rinviare tutto alla Costituente? Io credo che dobbiamo fare uno sforzo in questa direzione, raccogliendo anche le indicazioni e le proposte che sono state avanzate, anche perché possono essere migliorate.

Io penso che alla prima esigenza si possa dare una risposta accompagnando l'attività del Consiglio regionale, che ha un ruolo centrale, quindi senza modificare percorso ordinario previsto dal nostro Statuto, con una Assemblea consultiva; come deve essere composta, quali caratteristiche deve avere - io vado anche oltre - in che modo si coinvolge il sistema istituzionale sardo, a partire dalle autonomie locali, è materia su cui possiamo e dobbiamo confrontarci e credo che su questi aspetti sia possibile trovare un'intesa molto ampia, perché l'obiettivo che abbiamo credo sia comune: non escludere il popolo sardo attraverso le sue rappresentanze, da un processo importante, un cambiamento storico, politico e istituzionale.

Per quanto attiene il secondo obiettivo, io credo che dobbiamo utilizzare l'articolo 123 della Costituzione: "Il Governo della Repubblica può promuovere la questione di legittimità costituzionale presso la Corte costituzionale", questo può fare rispetto alla proposta di legge di riforma dello Statuto che il Consiglio regionale può varare e deve varare. Questo vincolo noi non lo potremo mai superare perché è evidente che lo Stato, comunque il Governo, potrà sempre ricorrere al massimo organo di garanzia costituzionale, non potremo mai superarlo questo vincolo costituzionale, credo che sarà molto difficile, a mio avviso impossibile.

Quindi io credo che anziché concentrarci sullo strumento e fare di questo una bandiera a tutti i costi, per poi non affrontare i veri problemi che saranno e sono di contenuto e non di percorso e di strumento soltanto, senza sottovalutarne l'importanza, dovremmo partire dalla priorità di trovare un accordo comune su questi temi in questa nuova legislatura, solo così si potrà dare una risposta all'altezza del compito che ci siamo dati.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Artizzu. Ne ha facoltà.

ARTIZZU (A..N.). Grazie signor Presidente. Io vorrei iniziare questo breve intervento allacciandomi a quello che un attimo fa diceva il collega Orrù, e cioè al richiamo ad uno spirito collaborativo che deve necessariamente vedere accomunate anche diverse parti politiche che sono presenti qui in Consiglio regionale, proprio perché tutti nutriamo un grande e molto sentito interesse per i temi statutari.

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE FADDA

(Segue ARTIZZU.) Interesse sentito, e su questo io non sono veramente d'accordo con le valutazione del mio amico presidente Maninchedda, perché francamente non noto questa mancanza di partecipazione su questo tema, sia dell'Aula, e sinceramente non la noto neanche tra la gente con la quale ho occasione di parlare, perché effettivamente il tema delle riforme è un tema discusso, è un tema sentito da tre anni a questa parte e precisamente dalla riforma costituzionale varata nel 2001, della quale già si è parlato abbondantemente in quest'Aula. Ed è comunque, quello statutario, quello delle riforme, un tema che necessariamente coinvolge tutte le forze politiche, io non credo che ci siano delle forze politiche, lo dico con profondissimo rispetto e stima, che siano nate col problema riformistico nel D.N.A., credo che tutti noi abbiamo inserito nel nostro D.N.A. e nella nostra cultura politica l'importanza del problema delle riforme, tutti lo sentiamo allo stesso modo, tutte le forze politiche hanno condotto anche la campagna elettorale per le elezioni regionali con un chiaro, preciso, importante e consistente riferimento alle riforme, a quelle in corso soprattutto a livello nazionale, quindi di carattere costituzionale, ma anche a quelle che dovranno essere realizzate in Sardegna. Tutti abbiamo inserito questo tema nel programma elettorale, tutti intendiamo portarlo avanti cercando di realizzare qualcosa che risulti utile per la Sardegna.

Quindi personalmente esprimo, ma credo anche di interpretare il pensiero dei miei colleghi di Gruppo, un generale apprezzamento per il contenuto di questa mozione ed anche per alcuni passaggi chiave che, essendo stati formulati da un uomo di centrosinistra, contengono anche una buona dose di sana autocritica nei confronti della prima tranche di riforma costituzionale del 2001, i cui limiti sono evidenti. Dicevo che esprimo un apprezzamento per i contenuti di questa mozione ed anche per la forma, quindi confermiamo assolutamente un interesse a portare avanti un discorso di riforma statutaria e a portarlo avanti con uno spirito che deve necessariamente prescindere dalle divisioni tra partiti.

La riforma del 2001 ha rotto il ghiaccio, dopo tanti anni e tanti tentativi, e addirittura dopo il fallimento di importanti commissioni bicamerali, ha costituito un primo passo avanti, anche se, soprattutto secondo noi, si tratta di un punto di partenza discutibile, che ha destato molte perplessità per i modi, i tempi ed anche per il suo contenuto perché riteniamo in coscienza che una lesione della specialità della nostra Regione e di altre che sono nelle condizioni più o meno della nostra, si sia verificata proprio in occasione di quella riforma del titolo V della seconda parte della costituzione; quella attuale che riguarda la seconda parte nel suo complesso, è una conseguenza di quella, ma in un certo senso può e deve essere a nostro avviso anche un parziale rimedio ad alcune problematiche che si sono aperte per le Regioni a statuto speciale nel corso della prima riforma del 2001. E riteniamo che effettivamente ci sia il pericolo, sul quale dobbiamo vigilare tutti, di riduzione delle competenze delle Regioni a statuto speciale, e in particolare della Sardegna.

Allora condivido anche questa ricerca delle ragioni della nostra specialità, alla quale anche Maninchedda faceva riferimento, questo è un punto veramente importante: riscoprire le ragioni e riscoprirne gli obiettivi della nostra specialità. Una specialità che deve essere statutaria, e ci sta benissimo che rimanga statutaria, ma una specialità che deve essere tale perché deriva da una specificità geografica, sociale, culturale e via dicendo, che è poi quella che realmente ci sta a cuore; non ci sta certamente a cuore avere scritto su qualche testo che siamo una Regione a statuto speciale; ci sta a cuore tutelare tutte quelle nostre specificità culturali, sociali, geografiche ed economiche che possono essere meglio difese a nostro avviso anche con uno Statuto speciale e non solo.

Lo Statuto regionale dovrebbe diventare, ed è nostro compito farlo diventare, non solo lo Statuto speciale della regione Sardegna, ma lo Statuto speciale dei sardi. Lo Statuto dei sardi! Quindi avvicinare il tema statutario, il tema delle riforme alla gente, è la grande sfida di fronte alla quale si trova questo Consiglio regionale, che bene ha fatto ad affrontare proprio al suo esordio questo tema, questa è la grande sfida che, a mio parere, noi siamo chiamati a vincere, e questa sfida, a mio modestissimo avviso, la deve condurre il Consiglio regionale. Lo fa, questo lavoro, chi è legittimato dal voto popolare. Questa specialità, alla quale giustamente facciamo riferimento e ci sembra in certi momenti un po' come un'entità lontana, astratta, e lo è sicuramente per tanta gente, non è stata mai esercitata. Mai la Sardegna ha sfruttato ed utilizzato la propria autonomia speciale per realizzare delle riforme, per emanare una legislazione particolare sui temi, ad esempio, dell'agricoltura, dei trasporti, della sanità. Abbiamo avuto sempre una potenzialità racchiusa in un cassetto che mai nessuno realmente è andato ad aprire e mai nessuno ha poi utilizzato. Anche per questo alla gente sembra lontano questo argomento. Diventi questo, insomma, un problema concreto e non un esercizio dialettico del Consiglio regionale; diventi un tema sentito dalla gente.

I colleghi sanno già, perché già l'abbiamo detto ed è onesto da parte nostra ribadirlo, che siamo convinti perfettamente che questo lavoro - ripeto - debba essere fatto dall'Assemblea eletta dai sardi a questo scopo, quindi siamo contrari ad un'ipotesi di Assemblea costituente e siamo in particolare contrari comunque a una Costituente che sia elitaria, che sia costituita da un'oligarchia di pochi eletti, ma non nel senso che sono eletti dal popolo, intendo da pochi unti non dal Signore ma comunque dal potere politico, perché servono le competenze esterne, sono naturalmente importanti gli apporti che grandi personalità della cultura ed anche giuristi sardi ed anche non sardi possono e debbono dare al processo di riforma dello Statuto, ma questo non vuol dire che si debba creare un nuovo organismo, i cui componenti non si capisce ancora bene come, da chi e con quali modalità debbano essere eletti, perché poi questo - ripeto anche quello che ho recentemente detto e ve ne chiedo scusa - apre anche delle problematiche tecniche e pratiche, cioè di una nuova tornata elettorale nella quale dovrebbe essere applicato un sistema proporzionale, che mi sembra che nei fatti ormai sia largamente superato, e questo superamento è accettato più o meno da tutti, ma comunque da una maggioranza trasversale delle forze politiche. Io ritengo invece che il Consiglio abbia la legittimazione per attuare queste riforme.

Concludo con una considerazione: mi pare che anche nel panorama politico nazionale, proprio in occasione del voto di questi giorni, si sia creata una certa disponibilità al dialogo, è giusto ed è positivo che questo spirito unitario si respiri anche in Consiglio regionale ed è certamente una sfida e un invito al quale, credo tutto il centro destra, ma certamente Alleanza Nazionale, non si sottrae e anzi apprezza, per cui assicuriamo senz'altro il nostro contributo costruttivo per portare avanti, laddove è possibile, insieme anche con altre forze politiche, questo processo.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Cugini. Ne ha facoltà.

CUGINI (D.S.). La ringrazio Presidente. Penso che sia importante stasera per il Presidente Soru - per dire la verità a distanza di pochi giorni e in presenza di un confronto che lo stesso Presidente sta tenendo con le altre regioni a Statuto speciale, ed anche con l'intero fronte delle regioni sulla nuova organizzazione del Parlamento nazionale, ed anche in riferimento agli incontri col Presidente Berlusconi, previsti per i prossimi giorni - partecipare ad un confronto consiliare sullo sviluppo della nostra attività riferito alle funzioni che vorremo avere per confrontarle con quelle poche che abbiamo adesso.

Il collega Balia nella sua relazione ha richiamato una cosa semplice e comprensibile da tutto il Consiglio regionale, e mi dispiace, pur apprezzando l'intervento del collega Artizzu, che non abbia voluto rispondere. Il collega Balia ha detto: "La prima riforma, quella che è nelle mani di questo Consiglio, che dipende solo ed esclusivamente da noi, è quella di approvare il bilancio della Regione entro il 31 dicembre, perché sarebbe un bel segnale che farebbe recuperare ai Sardi la fiducia nei confronti delle istituzioni della Regione". Noi lo proponiamo non perché vogliamo sfidare qualcuno, ma perché riteniamo che sia giusto assumere questo impegno e dare il merito a quelle forze politiche o ai singoli consiglieri che dovessero attivamente partecipare alla realizzazione di questo obiettivo. Se i colleghi del centro destra dovessero condividere quella sottolineatura del collega Balia, io non nessuna difficoltà a dire che sarà merito soprattutto loro se entro il 31 dicembre riusciremo ad approvare la manovra finanziaria. Soprattutto loro. Quindi se tutti ci pronunciamo positivamente su questo impegno di lavoro, che non vuol dire rinunciare a svolgere una funzione, vuol dire assumere un impegno di lavoro, diamo già una risposta ai sardi che sarà apprezzata. E io penso che buona parte di voi voglia essere apprezzato dai sardi.

Ora dobbiamo discutere, seppure in modo sintetico in dieci minuti, e sappiamo che dieci minuti sono pochi, cosa vuole dire per noi nuovo Statuto, avendo chiaro che il dibattito che abbiamo fatto sin qui è datato, e nel caso degli amici di Alleanza Nazionale superato, così come abbiamo ritenuto noi in passato, e quindi ci sono le condizioni per ragionare su una nuova proposta. Il Presidente Soru dice: "Noi vorremo portare all'attenzione del Consiglio regionale, una proposta di consulta, come pensatoio dei sardi, come strumento di lavoro per il Consiglio regionale." Dobbiamo dire sì o no, non è una proposta che si contrappone al lavoro che è stato fatto nel mandato precedente, la proposta che istituisce l'Assemblea costituente è appesa alla volontà di Berlusconi: se Berlusconi decide di portarla a conclusione si concluderà, se invece dovesse confermare la posizione ambigua e truffaldina nei confronti vostri, è chiaro che non se ne farà niente. Siccome noi vogliamo dare un contributo alla stesura non dello statuto dal punto di vista della passione e della tensione ideale, ma come nuova Costituzione dei sardi.

E ha ragione il collega Maninchedda, facciamo uno sforzo per entrare nel merito, sapendo che in dieci minuti non si può trattare tutto, si possono richiamare i principi fondamentali, capitoli, titoli esigenze, però noi non vogliamo rinunciare a svolgere questa funzione, perché nella testa del centro sinistra, ma devo dire nella testa della stragrande maggioranza degli elettori sardi, c'è un'aspirazione, è un'aspirazione antica, ma il fatto che sia antica non vuol dire che non debba essere discussa e pur essendo antica non vuol dire che sia moderna in riferimento alla funzione che dobbiamo assumere oggi. Si dice: i sardi vogliono diventare popolo, c'è una grande esigenza di soggettività che è nelle cose, nella partecipazione anche elettorale, per dire successivamente: i sardi si fanno popolo, la Regione si fa Stato, non perché intendiamo separaci dallo Stato unitario, no, si fa Stato nella partecipazione alle decisioni nazionali ed europee per quanto riguarda lo sviluppo dei popoli arretrati come lo sono quelli del meridione del mondo e del meridione d'Italia, in questo caso come lo è la Sardegna.

Allora, se i sardi vogliono farsi popolo e noi vogliamo fare della Regione uno Stato dobbiamo comprendere che si tratta di stabilire quali poteri deve prevedere il nuovo statuto, per avere conseguentemente, quando ci confrontiamo con lo Stato e con l'Unione europea, provvedimenti, leggi, risorse e poteri per trasformare le risorse in progetti che creino lavoro e sviluppo per il popolo sardo. Perché i 48 consiglieri regionali neo eletti devono rinunciare a svolgere assieme agli altri una funzione costituente? Perché? Per quale principio di polemica o di rottura interna al Parlamento dei sardi dobbiamo affermare l'idea che noi dobbiamo rinunciare? Chi c'è di noi che vuole rinunciare a dare un contributo alla risoluzione dei problemi della nostra regione e demandare, magari candidando quelli che al primo giro non sono stati eletti perché gli elettori hanno sbagliato (secondo la teoria di quelli che hanno presentato ricorso per rifare le elezioni).

Allora io penso che per entrare nel merito occorre dire che il Parlamento dei sardi deve stabilire quali sono i principi fondamentali, tra i quali riteniamo che vi siano l'autonomia e l'identità, la sussidiarietà e la cooperazione con lo Stato, la valorizzazione delle identità interne - sappiamo che ci sono nella nostra regione diverse Sardegne (la Sardegna delle città, la Sardegna delle coste, la Sardegna delle zone interne), quali risposte per valorizzarle e farle diventare uguali nella partecipazione allo sviluppo, lo Statuto dell'autonomia deve dare? -, e poi il territorio, visto che parliamo di urbanistica, di leggi e di disciplina dello sviluppo urbanistico, il territorio quale bene universale, non si può consumare nel nome del consumismo, dobbiamo cercare di portare la Sardegna nel futuro per farla conoscere ai nostri nipoti così come noi l'abbiamo conosciuta, ed è anche quella una sfida tra conservazione e modernità. E poi, quali relazioni dobbiamo poter intrattenere con gli stati esteri, con l'Unione europea? E in più la pace tra i popoli: noi siamo una regione con una base americana importante nel territorio della Gallura, il presidente Soru oggi ha incontrato un rappresentante dell'ambasciata americana in Italia e ha ragionato di questi temi, e ha espresso la volontà di questo Consiglio, l'ha espressa perché questo Consiglio ha votato un ordine del giorno che stabilisce alcuni principi. Ma perché non possiamo trasferire queste competenze alla nostra Regione? Ciò comporta il trasferimento di ulteriori competenze in materia di diritti fondamentali, di cittadinanza sarda: chi è cittadino sardo? C'è una discussione anche su questo. E poi l'uguaglianza e la partecipazione, il lavoro e l'impresa, il diritto alla salute, il diritto allo studio e alla cultura, il diritto alla mobilità, il diritto all'informazione, sono tutti temi di questi giorni, di queste ore!

Finisco, vi chiedo scusa, dieci minuti - ripeto - sono pochi, avanzando una proposta che era presente nella relazione del collega e compagno Balia: il pensatoio dei sardi che viene chiamato Consulta. Noi nei prossimi giorni vogliamo portare questo tema in discussione in Commissione autonomia e in Aula, vorremmo che questa nostra proposta venisse sostenuta anche da voi, almeno a livello di proposta, poi ragioneremo sul contenuto, ma è importante che come proposta venga sostenuta anche da voi, perché si confermerebbe una volontà unitaria del Consiglio. Però, aggiungo, non tanto per i presenti ma soprattutto per gli assenti, che se per caso ci dovesse essere da parte della maggioranza e del centrodestra una posizione contraria noi su questo tema andremo avanti, perché riteniamo che la libertà di coscienza dei singoli consiglieri regionali nel confronto si affermerà e si affermerà nel rispetto del mandato elettorale che tutti insieme abbiamo ricevuto. Quindi è un appuntamento, questo di oggi, per i prossimi giorni; noi non vorremo essere soli nel trattare questi argomenti. I colleghi di Alleanza Nazionale hanno fatto un passo avanti, noi lo apprezziamo, speriamo che siano seguiti anche dagli altri, seppure hanno un passo più lento.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il consigliere Davoli. Ne ha facoltà.

DAVOLI (R.C.). Io vorrei fare un intervento forse un po' diverso, anzi credo che sia diverso, perché in questi ultimi anni quando si è parlato di Sardegna, di identità, di specialità, di lingua sarda, eccetera, eccetera, ho visto che la maggior parte degli interventi iniziavano sempre facendo riferimento a Cattaneo, ad Asproni, per finire poi con Lussu, con Gramsci, con Cardia, con Renzo Laconi, eccetera, eccetera. Certo, un riferimento alla storia è doveroso, quando si discute e soprattutto quando c'è in campo la possibilità di modificare una costituzione, per quanto locale, è evidente che ci si rifà alla storia; però a me è parso che il più delle volte, si ricordi la storia e si dimentichi il presente. E il presente oggi è in qualche modo rappresentato da questo rapido consolidamento dei potentati economici, è fotografato da quello strumento, come ho detto l'altra volta, ordinario che è diventata la guerra, una guerra che scavalca gli stati, una guerra che scavalca le costituzioni, una guerra che scavalca l'O.N.U.. Allora, quando si parla appunto di statuti, di costituzioni, di regole interne, bisogna secondo me anche tener conto, appunto, dell'esistente e non solo far riferimento al passato.

Oggi a me pare che il fenomeno della globalizzazione liberista e capitalista (le parole hanno un senso e hanno un significato preciso e quindi come tali io le uso), di fatto sta frantumando i poteri degli Stati - Nazione, la storia di questi ultimi anni mi pare che sia lì a dimostrarlo, che diventano semplicemente dei luoghi dove formalmente si discute anche di rapporti economici, però sostanzialmente queste decisioni vengono prese altrove. Quando sulla stampa si legge, ad esempio, che praticamente la Cina diventerà, forse tra venti o trent'anni (e probabilmente qualcuno di questo ha paura), la prima potenza economica mondiale, con un aumento percentuale del PIL ogni anno del 7/8 per cento - spaventosa questa macchina - si dimentica però che in Cina ahimè (Mao è morto purtroppo) oggi si lavora 15, 16, 17, 18 ore al giorno. L'economia organizzata, dice Renato Cugini, certo. Tutta questa pressione economica a me pare che stia in qualche modo distruggendo le organizzazioni statuali e stia distruggendo anche le identità, tant'è vero che c'è una reazione molto molto forte per specificare meglio, in qualche modo, le diversità e le identità proprie di ciascun popolo. Tant'è vero che le diversità, molti dicono e io sono perfettamente d'accordo, diventano patrimonio contro l'omologazione.

Non si può non tener conto di questo, non si può non tener conto, ad esempio, che la Sardegna di oggi non è quella di cinquant'anni fa. E' vero che il professor Bottazzi ha scritto un bellissimo libro sulla Sardegna, intitolato "Eppur si muove", ma voi sarete d'accordo con me che oggi la Sardegna non è quella di cinquant'anni fa. Il mio paese, Orune, in cui mi vanto, ovviamente, di essere nato e manifesto la mia orunesità, dieci anni fa, quindici anni fa aveva 6.500 abitanti, oggi Orune ha 2.900 abitanti. Era un paese a forte economia agropastorale, oggi è un paese dove il degrado lo si vede a qualsiasi ora. Ma tutta la Sardegna centrale è in questa situazione. Anche qui il potere economico ha polarizzato praticamente anche la società, ha polarizzato gli interessi, ha polarizzato le culture, perché oggi in questa società tutto si polarizza, perché anche nella nostra società abbiamo un Nord e un Sud, anche la Germania ha un Nord e un Sud che prima erano Est e Ovest, ma sono poli che sono determinati da interventi di carattere economico ben precisi.

Per tornare a noi, quando si discute di regole, di Costituzione, di Statuto, bisogna tener conto di questa realtà. Allora quale Statuto in Sardegna nell'era della globalizzazione? E' questo il problema, perché noi non possiamo prescindere da questo ragionamento, perché bisogna spiegare, ad esempio, ai cittadini dell'interno della Sardegna che avvenire li aspetta. Non possiamo continuare, scusate, a citare i padri dell'autonomia! Noi di Rifondazione Comunista conosciamo Lussu, conosciamo Gramsci, ma figuriamoci! Bisogna però attualizzare il pensiero lussiano, il pensiero gramsciano, così come i marxisti in genere fanno, rapportandoli alla situazione attuale, perché sinceramente a me delude molto assistere a discorsi fatti solo di citazioni. Ha ragione Paolo Maninchedda quando parla della necessità di andare oltre le bibliografie.

Allora come arrivarci a discutere del nuovo Statuto sardo? Perché è chiaro che bisogna modificarlo, ci mancherebbe altro! Io, guardate, in qualche modo la intendo così, forse può essere un po' strana questa affermazione che butto lì, ma anche questo fa parte del presente, della realtà. Io non la voglio chiamare Costituente, non sono d'accordo con la Costituente, io penserei a una discussione generale fra tutti i sardi, non solo - scusatemi - fra i docenti universitari, fra gli esperti di lingua sarda. Abbiamo visto cosa sta succedendo, a proposito, nel settore della lingua sarda, i contrasti che ci sono tra coloro che sostengono il tentativo di standardizzazione, quelli che invece sono per le lingue locali, è tutta una discussione molto interessante, però mi pare che ci siano molte contraddizioni. Per questo penso non ad una consulta elitaria, ma ad una consulta che abbia l'obiettivo di trasferire al popolo sardo, quindi a tutti i sardi, anche all'orunese, che non sa neanche cosa sia, questa discussione, e io lo chiamerei, visto che altri hanno usato questo termine, un forum sociale sull'identità per arrivare a tutti i diritti universali. D'altronde gli stessi americani hanno definito i pacifisti, i costruttori di pace, il movimento dei movimenti, che ha cercato di opporsi a questo orrore e che in questi ultimi giorni è riuscito a liberare le due Simone, seconda potenza mondiale. Una discussione generalizzata in Sardegna sui problemi dell'autonomia, della nuova specialità sarda o della moderna specialità sarda, che non può essere quella di cinquant'anni fa, credo che attirerebbe attenzioni, che susciterebbe interesse anche nella gente, diciamo così, che vive quotidianamente le sue tragedie, che vive normalmente, che vive anche da disperata. Però, attenzione, non commettiamo l'errore di istituirla individuando, attraverso una forma di lottizzazione, il docente universitario del centrodestra o il docente compagno di Rifondazione Comunista, oppure l'imprenditore del Nord, della Costa Smeralda o l'imprenditore di Santa Margherita di Pula. Questo sarebbe l'errore più grande che noi possiamo commettere, perché allora i sardi, il popolo sardo, la società sarda non capirebbero, ma comprenderebbero tutto il contrario: si stanno organizzando per mantenere sostanzialmente il potere e per rimanere in qualche modo in una situazione in cui si dice che tutto cambia, ma in realtà non cambia nulla.

Io la vedo così, io credo che la Consulta debba avere questo obiettivo, trasferire nei paesi, negli ovili, nelle strade, nelle scuole deserte del centro Sardegna e in quelle numerose del cagliaritano (ci sono classi con 35 alunni, una cosa assolutamente orrenda), questo dibattito. Allora forse la tensione di cui parlava Paolo Maninchedda, l'interesse e la voglia di discutere e di cambiare tornerebbero. Solo così credo che il nuovo Statuto possa arrivare al traguardo. Grazie.

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Davoli. E' iscritto a parlare il consigliere Serra. Ne ha facoltà.

SERRA (Insieme per la Sardegna). Signor Presidente, l'esistenza del Senato federale è oggi sancita dal nostro ordinamento. Il voto in Parlamento non è stato unanime, purtroppo vi è stata l'astensione complice di gran parte del centrosinistra; è stato, secondo me, un grave errore. Al di là di quelle che saranno le reali competenze di questo ramo del Parlamento, la sua sola esistenza, così formulata, comporta un grave danno per le specialità e per il sistema autonomistico, perché io credo che sia questa l'essenza del problema e non si tratta, si badi bene, di sola questione nominalistica. Autonomia speciale e federalismo non sono infatti complementari, sono invece alternativi e opposti.

E' stato già detto e scritto parecchio sul valore della specialità e dell'autonomia e non mi pare che ci siano su questi valori posizioni di sostanziale divergenza. Abbiamo letto con attenzione e con particolare curiosità l'articolo provocatorio di Michele Columbu, in cui afferma che la specialità non ha più senso e auspica che venga cancellata e con queste affermazioni intende invece, se bene andiamo a leggere tra le righe, sollecitare i sardi a sviluppare e mettere in campo una nuova, vigorosa stagione di rivendicazioni e di lotte. E' giusto, necessario e indispensabile opporsi con tenacia e con vigore, così come stiamo facendo, al tentativo di cancellare dall'ordinamento il concetto stesso di specialità. C'è, in questa volontà centralistica di uniformare, un preciso disegno che tende a colpire in modo estremamente pesante popolazioni e territori italiani che invece hanno ancora bisogno di un sistema di specialità. Nel rivendicare per la Sardegna specialità e autonomia si è già raggiunta una sostanziale convergenza tra le forze politiche sarde e bene ha fatto e sta facendo il Presidente della Regione a sostenere che le ragioni della specialità sono ancora tutte presenti e quindi l'autonomia della Regione sarda va difesa e anzi ampliata. Occorre, dunque, un nuovo Statuto che, dopo aver capitalizzato i risultati positivi di quello precedente, che è stato un ottimo strumento di crescita per la Sardegna e per il quale non dobbiamo smettere di ringraziare la Costituzione italiana e i suoi artefici, contenga quanto di innovativo e progressivo sta emergendo in queste settimane.

Ha fatto bene, dunque, e fa bene il Presidente della Regione in questa battaglia - e io sono convinto, e comunque lo spero, che non si sia trattato di una casualità - a non citare mai, né nel suo intervento conclusivo nel corso del primo dibattito che trattava questi temi, né nelle dichiarazioni programmatiche, la parola "federalismo". Ho già detto che non è una questione nominalistica, ma è una questione di sostanza. Approvare leggi di riforma istituzionale e costituzionale, consentire alle Regioni di modificare i propri statuti e rivedere le loro condizioni di specialità deve voler dire creare nuove condizioni affinché tutta la Nazione nel suo insieme, nella sua interezza, ne tragga vantaggi e benefici e questi, lo constatiamo ancora in questi giorni, non sono gli scopi dei federalisti. E' ormai evidente che la cosiddetta riforma dello Stato in senso federale ha tra i suoi obiettivi principali, e non solo nelle intenzioni della Lega, quello di istituzionalizzare le differenze tra regione e regione e mantenere quindi i privilegi di quelle più ricche. L'obiezione che viene fatta a questo ragionamento è che occorre un federalismo solidale e non un federalismo egoistico. Questa è una scusa che ha trascinato anche partiti della sinistra a cui appartengo, alla ricerca di nuovi improbabili consensi, nella rincorsa di posizioni che non le sono e non le saranno (alla sinistra) congeniali, che non fanno parte della tradizione e della storia della sinistra, che non rientrano nelle aspettative politiche degli italiani. Il problema non è dunque scegliere tra varie e diverse forme di federalismo, che non esistono; occorre invece intendersi su cosa si fa quando si va verso la costituzione di uno Stato federale. E in questo processo conta il punto di partenza: un fatto è partire da Stati sovrani diversi e unirli con lo scopo di raggiungere obiettivi comuni, altro è partire da uno Stato sovrano unitario, dividerlo e tentare di cristallizzare le differenze fra le varie componenti.

Come in ogni percorso politico non basta individuare la direzione, cioè la linea lungo la quale ci si muove, ciò che conta fondamentalmente è capire se si va verso destra o verso sinistra, verso l'unità o verso la divisione, perché è solo così che possiamo misurare se il percorso è o non è ispirato alla solidarietà. Il federalismo, dunque, come spiegano i dizionari, è la tendenza politica favorevole alla federazione di più stati. Allora per cercare di spiegare il senso di questo mio ragionamento rispetto al tema di oggi, rispetto cioè alla specialità autonomistica della Sardegna, provo a sintetizzare alcuni punti. Primo: ritengo indispensabile ribadire la più totale contrarietà a trasformare lo Stato italiano da unitario in federale, cioè composto da più stati riuniti in federazione, per due ordini di questioni. La prima è data dal fatto che le regioni italiane non sono e non saranno stati sovrani; la seconda perché lo vieta l'articolo 5 della Costituzione, che nel riconoscere e promuovere autonomie locali proclama la Repubblica una e indivisibile.

Secondo punto, e qui torno sulla questione terminologica: esiste una disposizione precisa sulla legge in generale, per cui non si può attribuire alle leggi altro senso che quello letterale. L'argomentazione secondo la quale l'espressione "Senato federale" sia stata usata in modo enfatico al posto di "Senato delle Regioni" per soddisfare esigenze propagandistiche non regge; tale argomentazione stride e contrasta con l'assoluta precisione semantica richiesta ad un testo costituzionale. E' quasi ovvio ricordare che tale precisione semantica dovrà essere usata nella riscrittura dello Statuto.

Terzo punto: uno dei modi migliori per difendere e sostenere l'autonomia e la specialità credo sia quello di continuare ad avvalerci della Costituzione, quella attuale, quella non ancora incautamente manipolata. Demandare alla legislazione esclusiva regionale la tutela della salute, così come previsto dall'articolo 34 della riforma, significa solo creare una sanità per i ricchi e una per i poveri. L'articolo 32 della Costituzione può invece venirci incontro anche in questo senso.

Quarto punto: capitalizzare le conquiste dello Statuto che andiamo a riscrivere. Non giova a nessuno sopravvalutare quanto è stato fatto nel cinquantennio trascorso, ma è altrettanto inutile, se non dannoso, non riconoscere i meriti di tutti quelli che in quest'Aula ci hanno preceduto e hanno contribuito alla trasformazione, alla crescita e allo sviluppo della Sardegna. Tra le citazioni che sono state fatte e ancora si faranno nel corso di questo importante dibattito mi sia consentito farne una di un grande sardo, che per altro non è della mia parte politica ed è, come spesso avviene nelle citazioni, estrapolata da uno dei suoi ultimi discorsi. Afferma Mario Melis: "Debbo dire che la Regione è la più grande conquista del popolo sardo da duemila anni a questa parte" ed è fin troppo chiaro che con "Regione" intende l'istituzione autonomistica. Alla rivalutazione di questa autonomia, dunque, dobbiamo puntare senza confondere - e troppo spesso si tratta di confusione artefatta - le responsabilità politiche che hanno rallentato lo sviluppo e la crescita della nostra Isola e della nostra società, con i limiti dell'ordinamento.

Quinto e ultimo punto: come coinvolgere i sardi. Esiste davvero l'esigenza di eleggere un'altra Assemblea che non potrebbe che essere simile a questa nella sua composizione? O qualcuno ha un'idea diversa per costituire la Costituente che non sia l'elezione diretta? Non veniamo dal nulla, non c'è stata una guerra o una catastrofe che abbia coinvolto e travolto tutti i rappresentanti e le istituzioni dei sardi e poiché una nuova Assemblea, doppione di questa, non sarebbe utile, non sarebbe né capita né accettata dai sardi, è semplicemente necessario che questo Consiglio si adoperi a riscrivere lo Statuto autonomistico, avvalendosi anche di una consulta, nominata dal Consiglio stesso, che impegni le migliori competenze presenti in Sardegna.

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Serra. E' iscritto a parlare il consigliere Uras. Ne ha facoltà.

URAS (R.C.). Condivido il giudizio che dava il collega Maninchedda sulla un po' distratta attenzione a questo dibattito dell'Aula. Non è un'Aula gremita, non è un'Aula particolarmente convinta, eppure in questi anni, la questione dello Statuto, della sua riforma, della sua riscrittura, è stata direi una delle questioni principali, più rilevanti e dibattute, anche se, dal nostro punto di vista, in modo non molto condivisibile per quanto riguarda le modalità di discussione e anche l'approccio in merito ai contenuti.

Che cos'è una Costituzione? Perché lo Statuto di specialità è una parte della Costituzione italiana, approvato con legge costituzionale a integrazione della Costituzione italiana all'indomani della guerra di liberazione. La Costituzione italiana è un patto tra i cittadini che stabiliscono regole di convivenza, che si danno obiettivi comuni, strumenti per perseguirli. Lo Statuto di autonomia è un patto tra questa Regione, i suoi cittadini e lo Stato. In una condizione come quella attuale va rivisto anche il contenuto di questo patto, va cioè integrato, va cioè rivisitato anche in considerazione di nuove, altre, più ampie costituzioni che sono all'ordine del giorno. Per esempio la Costituzione Europea, su cui noi, nella formulazione con cui è stata esitata in questa fase, diamo un giudizio assolutamente negativo; una Costituzione che pone come principio il libero mercato, cioè una modalità di relazione economica, non la persona, ma l'impresa, i suoi interessi, il modo di svilupparli e da lì fa discendere anche i diritti, i diritti delle persone, il diritto al lavoro, il diritto ad una vita libera, ad una espressione della propria personalità compiuta, perché è sui contenuti - ed ecco perché poi dirò anche sui modi con cui ci si arriva a definire quei contenuti - che bisogna ragionare.

Noi pensiamo che lo Statuto di specialità, cioè la nuova Costituzione del popolo sardo, non possa essere più solo un patto tra questa Regione e lo Stato, pensiamo invece che debba iniziare ad essere anche un patto tra i cittadini di questa Regione, in funzione proprio del soddisfacimento dei bisogni, di quelli fondamentali, della comunità in quanto tale, ma anche delle persone che la costituiscono. C'è stato un periodo, negli anni '70, che è stato definito anch'esso periodo di riforma; le riforme non si identificavano con le architetture istituzionali, con la sistemazione dei poteri, con il premierato, con la possibilità di gestire in modo direi quasi assoluto i poteri dello Stato e di contemperarli poi solo con esigenze e bisogni di tipo economico. Erano altra cosa le riforme di quel periodo, era il periodo dei diritti: del diritto al lavoro, del diritto allo studio, del diritto alla casa, del diritto alla salute, dell'equo canone, era il periodo della grande riforma sanitaria, della sanità pubblica, di un diritto alla salute ed alle prestazioni sanitarie uguali per tutti, in ogni parte del territorio nazionale, il diritto alla studio, il diritto cioè di accedere anche al livello universitario dell'istruzione e a non essere cacciati verso una formazione dequalificata e funzionale solo ai bisogni e alle esigenze dell'impresa; il diritto al lavoro, che era sicurezza. Questo tipo di riforme noi rivendichiamo e a questo si appassionerà il popolo, non alle architetture istituzionali, non alle costituenti, non al modo cioè di definire come noi ci possiamo spartire il potere o meglio come il potere, quello economico, quello vero, si può spartire le istituzioni. Noi pensiamo cioè che ci si possa appassionare purché il dibattito sia un vero dibattito, lo diceva prima il collega e compagno Davoli, perché si partecipa alla soluzione dei problemi fondamentali, quelli che ci toccano, quelli che toccano il popolo, fino agli ultimi di questo popolo.

Noi viviamo una condizione che è mutata, totalmente mutata, anche nelle relazioni, nei rapporti, anche di questo livello istituzionale, con il resto del mondo; la riforma del titolo V già in vigore, per esempio, attribuisce alle regioni una possibilità di relazione internazionale diretta con altri stati, non con altre regioni, anche con altre regioni di altri stati, ma con altri stati. Quindi con altri uguali che hanno però diverse culture, diversa pelle, diverse convinzioni religiose, politiche, diversi modi di pensare anche la vita civile e politica nel loro paese e noi dobbiamo attrezzarci rispetto a questo, cioè dobbiamo aprirci, dobbiamo relazionarci con gli altri, uguali ma diversi, comprenderne le ragioni, trovare modi di stare insieme, dobbiamo cioè attrezzarci anche dal punto di vista delle possibilità di azione in questa direzione. Ecco perché il nuovo patto tra cittadini di questo territorio regionale, di questa regione, il nuovo patto tra sardi, si deve tramutare in un nuovo patto con lo Stato, in un nuovo patto con l'Unione Europea, in un nuovo patto anche con il resto del mondo, considerandoci in questo soggetti con cui anche altri soggetti possono fare cose importanti per cambiarlo nel senso della pace, della convivenza civile, di una produttività nuova, rispettosa non solo dell'ambiente, della natura, di quant'altro a noi è caro, ma soprattutto rispettosa dell'uomo, dei suoi bisogni e anche del suo diritto a non essere depredato, a non essere cioè vittima costante di una società più forte, più attrezzata, anche militarmente più potente, che può costringerlo ad una condizione di esistenza difficile, dalla quale poi non riuscirebbe mai ad emanciparsi. Quindi questo è il valore e il contenuto del dibattito al quale noi dovremo accingerci...

PRESIDENTE. Onorevole Uras, le concedo ancora qualche secondo.

URAS (R.C.). E per fare questo, ed è quest'Aula che è abilitata a farlo, il Consiglio regionale deve raccogliere un contributo. Lo si diceva prima, che si chiami consulta costituente, che si chiami assemblea consultiva, sicuramente non vi può essere altro soggetto costituente se non questo Consiglio, abilitato e aiutato da professionalità, da competenze, da esperienze anche politiche importanti, superando anche le barriere che qualche volta definiamo in modo nobile di rappresentanza e lavorando insieme per definire contenuti che siano di questo spessore e di questa dignità.

PRESIDENTE. Grazie onorevole Uras. Su che cosa vuole intervenire, onorevole Marrocu?

MARROCU (D.S.). Sull'ordine dei lavori.

Sull'ordine dei lavori

PRESIDENTE. Ha domandato di parlare il consigliere Marrocu sull'ordine dei lavori. Ne ha facoltà.

MARROCU (D.S.). Signor Presidente e colleghi, alcuni colleghi si sono iscritti a parlare per poter intervenire su questo argomento...

PRESIDENTE. Credo che non ci sia bisogno.

MARROCU (D.S.). Mi faccia dire.

PRESIDENTE. No, le dico io che sto chiudendo i lavori.

MARROCU (D.S.). Chiedevo proprio questo, meglio così.

PRESIDENTE. Grazie onorevole Marrocu. Con l'intervento del collega Uras terminano la seduta odierna. Ha domandato di parlare il consigliere Diana. Ne ha facoltà. Su che cosa vuole intervenire?

DIANA (A.N.). Sull'ordine dei lavori. Vede, Presidente, in apertura di seduta mi sono preoccupato di chiedere una breve riunione della Conferenza dei Capigruppo per organizzare i lavori della serata e di domani, allora il Presidente Spissu ci ha comunicato che era intendimento andare avanti fino alle 20 e 30 e quindi non abbiamo tenuto una Conferenza di Capigruppo, che invece sarebbe stata molto utile. Adesso ci troviamo a sospendere i lavori prima dell'orario stabilito, non vorrei che domani mattina i lavori del Consiglio continuassero fino al pomeriggio. Siccome abbiamo ancora un'ora di tempo, sarebbe opportuno che si continuasse la discussione stasera.

PRESIDENTE. Non ho capito che cosa c'entri il suo intervento con l'ordine dei lavori. I lavori terminano con l'intervento del collega Uras, riprenderanno domani mattina alle ore 10, il primo iscritto a parlare è l'onorevole consigliere Porcu.

La seduta è tolta alle ore 19 e 45.