Associazione tra gli ex Consiglieri Regionali della Sardegna
Rivista Presente e Futuro n. 21 - Dicembre 2008

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Antonello Angioni

Ricordo di Antonio Maxia

Per garantirgli un posto nei libri di storia della Sardegna basterebbe ricordare che a lui si deve la creazione, nel 1946, dell’Ente Autonomo del Flumendosa e quindi la realizzazione, negli anni ’50 del secolo scorso, degli invasi che posero fine alla grande sete del Campidano e della città di Cagliari. Eppure di Antonio Maxia si sa pochissimo e, soprattutto, è del tutto sconosciuto alle giovani generazioni. Riteniamo pertanto opportuno ricordarne, sia pure per grandi linee, la figura politica e la vicenda umana.

Era nato a Roma il 4 marzo 1904 da Francesco, originario di Gairo, all’epoca magistrato presso il Tribunale di Roma, e da Teresa Arangino, appartenente ad una delle famiglie più in vista di Aritzo. Primogenito di cinque figli, rimase sempre molto legato alle sorelle, Anna e Gisella, ed ai fratelli, Carlo e Raffaele, ed in particolare a quest’ultimo, che ne fu stretto collaboratore. Trascorse gli anni giovanili nella capitale ove, nel periodo degli studi liceali, frequentò i circoli dell’associazionismo cattolico. Quindi si iscrisse alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università “La Sapienza” ed entrò a far parte della Fuci ricoprendovi, intorno al 1922, incarichi direttivi. Si trattava di un giovane attento e vivace, per nulla remissivo, tant’è che non esitò a entrare in conflitto con un alto prelato legato agli ambienti vaticani. Proprio quel contrasto gli costerà l’allontanamento dalla Fuci.

Intorno al 1925 – ’27 si trasferì a Cagliari, con la famiglia d’origine. Sono gli anni in cui si dedicò all’attività politica nel Partito Popolare Italiano, al quale aveva aderito. Poté anche rientrare nella Fuci e frequentò l’Associazione dei laureati cattolici. Successivamente fece parte dell’Azione Cattolica.

Buon oratore, ben presto fece breccia nei circoli cattolici. Peraltro, quando furono messi al bando i partiti democratici, si ritirò dalla vita politica ed esercitò, con ottimi risultati, la professione forense.

Tra l’altro era il legale della Banca Nazionale del Lavoro e della Camera di Commercio di Cagliari. Si trattava di un professionista tenuto in grande considerazione nel Foro cagliaritano sia per la preparazione giuridica sia per la dirittura morale.

Chiamato alle armi nel corso della Seconda Guerra Mondiale, ricoprì il grado di capitano sino a quando, nel 1944, prestò servizio come addetto stampa presso l’Alto Commissario per la Sardegna, generale Pietro Pinna. Il distaccamento in questa struttura – che, in quella difficile fase di transizione, era stata investita di tutti i poteri civili e militari – gli consentì di trovarsi nella condizione ideale per seguire, da un osservatorio assai qualificato, lo sviluppo degli avvenimenti italiani e la graduale formazione del quadro politico regionale.

In quegli anni instaurò notevoli contatti con Piero Sotgiu e Titino Melis e poi con Anselmo Contu, futuri dirigenti del Partito Sardo d’Azione. Occorre anche ricordare che, nel settembre del 1943, dopo lo sbarco degli Alleati, era stato tra i primissimi che, unendosi al professor Angelo Amicarelli, chiamarono a raccolta i superstiti esponenti sardi del Partito Popolare Italiano.

Maxia aveva anche aderito alle linee programmatiche contenute in “Idee ricostruttive”, il documento base elaborato a livello nazionale per dar vita ad un nuovo partito dei cattolici italiani: la futura Democrazia Cristiana. Nel contempo rivolgeva la sua attenzione anche all’attività dei comitati sardi di concentrazione antifascista. Nel maggio del 1944, quando la Dc cagliaritana tenne il suo primo congresso, venne eletto nel Direttivo provinciale e, con Angelo Amicarelli e Giovanni Dolia, fu delegato al congresso regionale della Dc sarda svolto ad Oristano il successivo 28 maggio.

Il 25 settembre del 1945, su designazione della Dc sarda, entrò a far parte della Consulta Nazionale che concluse i lavori il 1 giugno 1946. Si sostiene – ma mancano riscontri certi – che Maxia prese posizione ai fini dell’estensione alla Sardegna del progetto di Statuto siciliano trasmesso dal governo alla Consulta nei primi mesi del ’46.

La partecipazione a questa assemblea permise a Maxia d’impratichirsi del sistema parlamentare e d’instaurare o riallacciare tutta una serie di importanti rapporti con alcuni dirigenti nazionali della Dc. Maxia non si fece sfuggire l’occasione e utilizzò la rete di legami costruiti attraverso tale esperienza per la sua rapida ascesa politica.

Intanto, da quando il “Corriere di Sardegna” aveva ripreso le pubblicazioni (1945), vi collaborava con una certa intensità: i suoi interventi riguardavano soprattutto i temi della moralità pubblica, della responsabilità democratica e della necessità di operare una scelta politica nell’interesse del Paese.

Nell’immediato dopoguerra il suo impegno si indirizzò, in modo prevalente, nell’organizzazione dei coltivatori diretti della provincia di Cagliari attraverso un’azione capillare nei centri dell’interno.

Quello per l’agricoltura era per Maxia un interesse che aveva radici antiche affondando nella frequentazione delle zone interne dell’Isola. Capì ben presto che il comparto agricolo poteva uscire dalla sua tradizionale condizione di arretratezza solo se i coltivatori avessero avuto a disposizione l’acqua per irrigare i campi: questo infatti era il problema che da millenni strozzava la Sardegna e ne impediva lo sviluppo. Un piano delle acque di tale portata peraltro avrebbe richiesto risorse finanziarie ed organizzative senza precedenti.

Era evidente che la sua concreta realizzazione non poteva prescindere da un impegno di solidarietà nazionale volto ad assegnare alla Sardegna adeguate risorse per conseguire l’ambizioso obiettivo. E questo fu lo scopo principale dell’azione politica di Antonio Maxia che, quale dirigente e poi presidente della Coldiretti cagliaritana, si fece portavoce di quel programma.

Quell’associazione di coltivatori costituiva anche un efficace bacino elettorale ed un importante momento di raccordo con la vita politica italiana.

Il suo attivismo fu presto premiato: nel novembre del 1946 prese parte al 1° Convegno nazionale della Coldiretti e, l’anno successivo, insieme ad Amicarelli, entrò a far parte del Direttivo regionale della Dc. In questo periodo Maxia, nell’affrontare i problemi dell’Isola, dimostrò grande concretezza.

Nel maggio del 1946, con decreto legislativo della Consulta Nazionale, veniva istituito l’Ente Autonomo del Flumendosa (Eaf) col compito precipuo di sovrintendere alla costruzione in Sardegna delle dighe per la raccolta dell’acqua a fini irrigui e potabili. Con decreto 15 luglio 1947 del Capo provvisorio dello Stato la presidenza dell’Ente veniva assegnata all’avv. Antonio Maxia, che ricoprì l’incarico sino al 1953, allorché dovette dimettersi per sopravvenuta incompatibilità (essendo deputato). Il 23 maggio del 1956 – presenti, tra gli altri, il presidente del Consiglio Antonio Segni, il ministro per il Mezzogiorno Campilli e il presidente della Cassa prof. Gabriele Pescatore – venne inaugurata una grandiosa condotta, con l’impianto di potabilizzazione e i serbatoi di Monte Urpinu, che immetteva nella rete cittadina circa tre milioni di metri cubi d’acqua derivati dal Rio Mannu per integrare l’approvvigionamento di Cagliari.

Quella condotta successivamente avrebbe convogliato le acque del complesso idraulico del Flumendosa – allora in fase di ultimazione – destinato ad assicurare alla città la disponibilità di circa venti milioni di metri cubi d’acqua all’anno, da utilizzare anche nei periodi di siccità e quando gli altri bacini di dimensioni più modeste rimanevano all’asciutto. Va evidenziato lo sforzo logistico compiuto dai tecnici dell’Eaf per realizzare – in un lasso di tempo relativamente breve - un complesso veramente eccezionale. Basterà far presente che, per la costruzione dei tubi in cemento armato precompresso, venne impiantato un apposito cantiere alle porte di Cagliari che costituiva un ulteriore passo sulla via dell’industrializzazione della Sardegna: lo ricordava lo stesso Maxia in un articolo pubblicato sulla prima pagina de L’Unione Sarda del 23 maggio 1956.

L’intervento sul Flumendosa costituiva l’unica soluzione in grado di garantire davvero la continuità dell’approvvigionamento idrico di Cagliari, soprattutto in previsione dello sviluppo della città capoluogo. Ma di quei giganteschi invasi si sarebbero giovati anche ampi territori della Sardegna evitando le tragiche conseguenze delle alluvioni come quelle verificatesi nel 1951: quel corso d’acqua, indocile e capriccioso, con le sue piene aveva provocato gravi danni agli abitati di San Vito, Muravera e Villaputzu.

Per tale ragione il progetto varato dall’Ente Autonomo Flumendosa si prefiggeva, oltre che di risolvere la secolare sete del Campidano di Cagliari, la bonifica del Sarrabus, ove il Flumendosa non avrebbe più rappresentato un elemento di rovina ma soltanto una ricca fonte di benessere. Il piano dell’Eaf portato avanti sotto la presidenza Maxia prevedeva la costruzione di tre dighe (Flumendosa, Mulargia e Flumineddu), con un invaso complessivo pari a 400 milioni di metri cubi d’acqua, la realizzazione di due centrali elettriche, un comprensorio d’irrigazione di 50 mila ettari e l’erogazione dell’acqua, oltre che alla città di Cagliari, ad altri venti comuni del Campidano. Grazie a questo enorme quantitativo d’acqua sarebbe stato possibile sconfiggere la secolare sete di ampie zone della Sardegna meridionale.

I sette anni in cui Maxia fu presidente dell’Eaf testimoniano l’impegno tenace dallo stesso profuso per la realizzazione delle grandi dighe appena citate.

Nel gennaio del 1958, a Firenze, durante le “Due Settimane della Sardegna”, l’uomo politico – in veste di sottosegretario di Stato al Ministero del Tesoro – evidenziava come l’Ente Autonomo del Flumendosa rappresentava “il lavoro di sette anni di aspirazioni, di lotte, di ignorati sacrifici, di conquiste per assicurare un capace polmone alla nostra isola (…). L’irrigazione di 50 mila ettari del Campidano di Cagliari, l’erogazione di acqua potabile a quelle popolazioni e l’incremento della produzione di energia elettrica costituiscono il superbo programma che è in fase di avanzata realizzazione per i larghi mezzi finanziari erogati dalla Cassa del Mezzogiorno e per l’appassionata opera di tecnici di grande valore. Per tutti i sardi l’Ente rappresenta un domani meraviglioso con il sorgere di nuove industrie, con il moltiplicarsi di commerci, per il crescere dei suoi traffici marittimi che faranno di Cagliari, anche per la sua posizione geografica, un grande emporio mediterraneo”.

Per Maxia l’Eaf non rappresentava solo un’istituzione pubblica creata per favorire il progresso economico della Sardegna, ma anche un potente strumento capace di trasformare le strutture sociali e contribuire a migliorare le condizioni di vita delle future generazioni. In questo quadro, il Flumendosa, “il piccolo fiume d’argento nella mia fanciullezza – come affettuosamente diceva – non correrà dunque più irrequieto e capriccioso, ma fermato da poderose dighe e, convogliato sapientemente, costituirà una perenne fonte di vita e di ricchezza”.

La realizzazione degli invasi – inaugurati il 1 febbraio del 1958 alla presenza del presidente della Repubblica Giovanni Gronchi – costituì un’iniziativa che, nell’arco di pochi anni, avrebbe trasformato il volto della Sardegna. Frattanto Maxia – che, nella campagna elettorale in vista delle elezioni fissate per il 18 aprile 1948, era stato un anticomunista intransigente – veniva eletto deputato nel primo parlamento repubblicano. Durante la legislatura fece parte delle Commissioni “Agricoltura e Alimentazione” e “Giustizia”.

Inoltre, nel 1951, sempre durante la prima legislatura, fece parte della Commissione speciale per l’esame della proposta di legge, che vedeva quale primo firmatario il deputato Pietro Fadda, concernente la “Sistemazione della popolazione di altre regioni mediante valorizzazione delle risorse agricole e industriali dell’isola”.

Sempre nel 1951 ricoprì l’incarico di sottosegretario agli Interni nel governo Fanfani. Due anni dopo venne riconfermato deputato e, nel 1954, riottenne l’incarico di sottosegretario agli Interni del nuovo governo Fanfani. Quindi fu sottosegretario al Tesoro nei governi Scelba (1954-55), Segni (1955-57) e Zoli (1957-58). Nel 1958 venne riconfermato per la terza legislatura (con 108.000 preferenze individuali aveva superato persino Antonio Segni) e fece parte di quel parlamento sino al 1962, anno della sua morte. In questa legislatura ricoprì l’incarico di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel governo Fanfani (1958-59) e poi di sottosegretario al Tesoro nel governo Segni (1959-60).

Infine fu ministro delle Poste e Telecomunicazioni del governo Tambroni (1960). In tale veste fece costruire numerosi uffici postali anche in piccoli centri che ancora oggi possono usufruire dell’importante servizio. Dunque, una carriera parlamentare e di governo di notevole livello – benché concentrata nell’arco di meno di 15 anni – e, soprattutto, in rapida e continua ascesa. Peraltro la sua partecipazione al governo Tambroni, monocolore Dc con l’appoggio esterno del Movimento Sociale Italiano, offuscò la sua immagine di politico in qualche misura “indipendente” che si era faticosamente conquistato partecipando a governi sia “progressisti” (Fanfani) e sia “conservatori” (Scelba).

Del resto proprio in quegli anni, con l’ascesa alla segreteria Dc di Aldo Moro, iniziavano ad aprirsi i nuovi scenari della politica italiana. Ma – se si dà un giudizio storico – è facile cogliere come il suo essere “moderato”, in relazione ai conflitti tra capitale e lavoro, scaturiva da una visione collaborativa di stampo cattolico e soprattutto si basava sulla valutazione, in lui sempre presente, dell’interesse superiore del Paese.

Da parlamentare e uomo di governo Maxia fu l’artefice di molteplici interventi riguardanti la città di Cagliari: dall’approvvigionamento idrico alla rete fognaria, dalla creazione di industrie alla promozione di istituti assistenziali, dall’aeroporto al porto, dalla ricostruzione di edifici pubblici alla riedificazione delle chiese danneggiate o distrutte dalla guerra.

Le sue idee ed i suoi programmi per la Cagliari del futuro contemplavano infatti la formazione di un centro moderno, produttivo e mercantile, oltre che sede dei pubblici poteri e dei più importanti uffici dell’Isola. Né gli sfuggiva il ruolo che Cagliari avrebbe potuto rivestire come città turistica, promotrice dell’industria delle vacanze.

Il suo interessamento per la città riguardò anche la realizzazione del nuovo stadio Sant’Elia: “Mezzo miliardo per lo stadio” titolava la pagina d’apertura del quotidiano L’Unione Sarda del 9 aprile 1957. La copertura della spesa fu annunziata dall’on. Maxia, allora sottosegretario ai danni di guerra, nel corso di una conferenza stampa tenuta nell’aula del Consiglio comunale di Cagliari, alla presenza del presidente della Regione prof. Brotzu, del presidente del Consiglio regionale on. Efisio Corrias e del sindaco avv. Palomba.

Si evidenziava come la struttura non dovesse essere lo stadio della sola Cagliari “ma di tutta l’Isola di cui Cagliari è la simpatica rappresentante, la degna capitale”, perché “quello dello stadio – evidenziava l’on. Maxia – è problema non solo cittadino ma veramente regionale. Perciò al Comune si devono affiancare, oltre la Regione, le Camere di Commercio, la Confederazione degli Industriali e infine tutti i sardi. A tutti io rivolgo un appello perché concorrano alla realizzazione di questo progetto per quello che voglio definire lo stadio della Sardegna”.

Il 7 aprile del 1962, nonostante il parere contrario dei medici non essendo in buone condizioni di salute, prese parte ad un dibattito promosso dall’associazione culturale cittadina “Amici del Libro” sul tema “Cagliari città turistica”.

Il deputato si infervorò al punto che fu colto da spasmi vascolari diffusi e dovette essere ricoverato d’urgenza nella Clinica di Patologia Medica dell’Università. Sopravvenne un attacco di broncopolmonite. Per stroncare l’infezione e vincere la febbre altissima venne tentato ogni rimedio ma tutto risultò vano. Maxia morì otto giorni dopo.

La Camera ardente venne allestita nel Municipio di Cagliari. I funerali furono solenni. Dietro al feretro una moltitudine di personalità del mondo della politica e semplici cittadini: molti amici, umile gente venuta dai paesi dell’interno (soprattutto dall’Ogliastra e dalla Barbagia di Belvì), esponenti del mondo delle professioni, compagni di tante battaglie politiche, avversari politici.

Alla Camera dei Deputati venne commemorato dal presidente Giovanni Leone, il quale evidenziò come “vivevano nel fondo del suo temperamento alte e rare qualità: la coerenza politica (…) la rigorosa ispirazione ideale e morale della lotta politica (…) la fedeltà alle amicizie che lo portava a rinunciare a qualsiasi visione di interesse personale; una sincerità assoluta nei rapporti politici e nelle relazioni personali; ed infine quell’attaccamento alla vita, che non era espressione edonistica, bensì desiderio di compiere ancora il proprio dovere”.

Quando il parlamentare si spense era in corso di approvazione, da parte della V Commissione della Camera dei Deputati, il disegno di legge sul “Piano di Rinascita della Sardegna”, al quale Maxia aveva dedicato la sua opera tenace e perseverante.

Dopo le solenni onoranze funebri venne sepolto ad Aritzo e sulla sua persona si stese quasi un velo d’oblio.

Maxia era stato un cattolico professante ma, al tempo stesso, un fautore dell’autonomia della politica nei confronti della gerarchia ecclesiastica. Pur con tutti i limiti che sono connaturati alla natura umana, la sua figura si impone oggi per le grandi realizzazioni portate a termine o affidate ai posteri. Maxia ottenne numerosi incarichi di rilievo. Tra l’altro presiedette la Commissione Regionale della Stampa, l’Istituto Edilizia Economica e Popolare di Cagliari, l’Associazione Nazionale Produttori della Pesca con sede in Roma. Fu anche vice presidente della Società Bonifiche Sarde. Fondò il Lions Club di Cagliari e ne fu il primo ed impareggiabile presidente.

Si trattava di un personaggio incisivo e generoso, equilibrato, ragionevole e riflessivo, capace di trattare i molteplici problemi che venivano sottoposti alla sua attenzione con preparazione e impegno.

Il 15 dicembre 2007, per iniziativa dell’Amministrazione Comunale di Aritzo si è svolto un convegno per ricordarne la figura. Ora, quale che sia il giudizio politico, Antonio Maxia resta uno dei grandi protagonisti della vita civile e politica della Sardegna, un uomo che aveva un senso pragmatico della politica e la capacità di vedere le singole azioni in chiave strategica. I suoi orizzonti politici non conoscevano la bassa pressione del profitto personale e, fino a che la vita glielo consentì, combatté la sua battaglia, senza piegarsi alle convenienze tattiche e senza indugiare in sterili giochi di potere o curarsi dei piccoli interessi di bottega.