Associazione tra gli ex Consiglieri Regionali della Sardegna
Rivista Presente e Futuro n. 21 - Dicembre 2008

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Documenti
Discorso tenuto dall’on. Masia il 18 maggio 1979
nella CCCXXXIX seduta del Consiglio regionale della Sardegna
(presidenza del Presidente Raggio)

Signor Presidente, onorevoli colleghi! Trent’anni or sono la Sardegna autonoma risorgeva dopo cent’anni, dacché una delegazione (non popolare, ma elitaria) aveva deposto ai piedi del Re sabaudo, in Torino, la rinunzia ai liberi ordinamenti di cui i Sardi godevano da secoli. In questa Cagliari antica, nel suo Civico Palazzo, il 28 di maggio del 1949, si riuniva, per la prima volta, la massima assemblea rappresentativa del popolo sardo, eletta il giorno 8 di quello stesso mese, aprendo i cuori di tutti a trepide speranze. Io ebbi l’emozionante ventura di vivere quel grande avvenimento storico ed oggi sono ancora qui, con in testa qualche capello in meno e con la barba diventata bianca, a ricordarlo con non minore emozione, a chiusura di una legislatura che coincide, appunto, con la ricorrenza celebrativa del trentennale dell’istituto autonomistico, e con la fine della mia personale appartenenza a questa Assemblea.

Esistono ancora impenitenti detrattori della autonomia, ma bisogna essere veramente in malafede per non riconoscere quello che essa ha rappresentato per la Sardegna e per i Sardi in termini politici, economici, sociali e morali, nonostante le insufficienze e gli errori degli uomini che, nei corso degli anni, l’hanno impersonata e guidata. Il potere centrale di allora si comportò esattamente come una potenza colonialista che é costretta dagli eventi a lasciare un paese già oggetto del proprio dominio: l’Alto Commissariato si dileguò e la prima Giunta che eleggemmo dovette allogarsi alla bell’e meglio in una scuola periferica della città, acquistandosi, in tutta fretta, modestissimi mobili ed essenziali attrezzature per svolgere la sua pionieristica attività di governo con una dotazione di bilancio di appena sei miliardi.

A distanza di trent’anni siamo in grado di constatare che le visioni palingenetiche dei più convinti e fiduciosi autonomisti sono lontane dall’essere una concreta realtà, ma sarebbe profondamente ingiusto non riconoscere quello che, per impulso costante e talvolta prepotente della nostra Assemblea, l’Amministrazione regionale ha realizzato. L’Istituto autonomistico, peraltro, in virtù del sincrono concorso di volontà dei due poteri in cui s’incarna, il legislativo e l’esecutivo, non può e non deve tanto vantarsi delle sue realizzazioni in termini di opere materiali (che pur ci sono, e molte, e significative) quanto in termine di crescita politica, di consapevolezza, da parte del nostro popolo, delle proprie possibilità e dei propri diritti. Siamo passati dai lontani anni convulsi della occupazione delle terre incolte da parte degli esasperati contadini senza terra (spiriti generosi - l’amico e collega on. Dessanay - che non vedo presente - può darne testimonianza - conobbero perfino l’onta e il vanto dell’incarceramento) alla recentissima manifestazione unitaria dei lavoratori delle industrie petrolchimiche in crisi, che ha visto per la prima volta le grandi confederazioni sindacali nazionali solidarizzare concretamente con le legittime aspirazioni della classe lavoratrice sarda.

Le celebrazioni del Trentennale dell’autonomia (indetto con un ordine del giorno di questo Consiglio che io stesso ho avuto l’onore di presentare, come primo firmatario) si sono svolte nell’arco di un anno sotto la guida e per l’impulso del nostro Presidente on. Raggio. Esse non hanno avuto, in conformità ai propositi, alcun carattere trionfalistico, ma hanno permesso di interessare ai problemi connessi al sorgere e all’avverarsi dell’Istituto autonomistico le categorie più interessate: i giovani e i lavoratori. Sono stati tenuti o previsti convegni per svolgervi esami critici sui temi regionalistici in onore di figure protagoniste, come quelle dell’on. Laconi, dell’on. Lussu, dell’on. Dettori; è stato largamente distribuito il testo dello Statuto speciale ai docenti e agli scolari; sono in corso di predisposizione pubblicazioni sui più interessanti doncumenti, riguardanti la conquista autonomistica nelle sue scaturigini e nel suo avveramento. Il Presidente della Giunta, on. Soddu, ha preso una lodevolissima simbolica iniziativa: donarmi il vessillo della Regione a tutte le scuole dell’Isola; ero Assessore agli Affari generali nel lontano 1954 quando l’allora presidente on. Alfredo Corrias donò lo stesso vessillo a tutti i Comuni della Sardegna. Le istituzioni hanno bisogno anche dei simboli per affermarsi profondamente e indissolubilmente nell’animo popolare ed ho sempre notato con molto rammarico l’assenza frequente del nostro storico emblema nelle manifestazioni pubbliche isolane, anche in quelle finanziate con fondi regionali.

Un’altra iniziativa vorrei suggerire all’onorevole Soddu (e con ciò è implicito l’auspicio fraterno che, dopo le imminenti elezioni, egli succeda a se stesso): la pubblicazione in opuscoli economici, com’è stato fatto altre volte in passato, della vigente legislazione regionale, distinta Assessorato per Assessorato, così come i rami dell’Amministrazione sono stati configurati nella legge regionale 1/1977. La nostra legislazione, a testimonianza della cospicua attività svolta in trent’anni dal Consiglio regionale sardo, è veramente imponente e quindi di non facile consultazione. Se ogni Assessorato curasse la pubblicazione del proprio “corpus” di leggi corredandolo da istruzioni pratiche, con schemi di moduli, per la loro utilizzazione, i cittadini interessati ne trarrebbero grande vantaggio e vedrebbero appagata un’esigenza largamente sentita.

Dopo questa breve premessa, onorevoli colleghi, a voi che in gran parte ritornerete (dopo le imminenti elezioni) a sedere su questi banchi, chiedo di permettere a me, che non sarò più tra voi, di richiamare alla memoria qualche meditata riflessione sui compiti che attendono tutti i futuri neo-eletti, per dare alla autonomia speciale della nostra terra un contenuto più avanzato e per assicurare al nostro popolo un avvenire più prospero, tenendo presente che solo con l’autonomia e nell’autonomia è possibile ed è insita ogni speranza di autentica rinascita per la nostra isola. Dell’autonomia occorre avere un esaltante concetto, sanamente rivoluzionario, per renderla quello che dev’essere: un insostituibile strumento di progresso materiale e morale, di avanzata politica e sociale, in un quadro di riferimento che veda la Sardegna protagonista viva e vitale di un’epoca in cui avvengono, in rapidissima successione, le più grandi trasformazioni. In questo quadro balzano evidenti alcuni punti: la Sardegna è nel Mondo; la Sardegna è nell’Europa; la Sardegna è nel Mediterraneo; la Sardegna è nell’Italia; la Sardegna è nel Mezzogiorno; la Sardegna è una Regione autonoma a Statuto speciale.

In questo è nel Mondo, la Sardegna riflette, di tutto il Mondo, (che attraversa una vera e propria crisi di civiltà) tutti i travagli e tutte le contraddizioni. Le opposte “weltanschauung” si contendono, talvolta con la brutale violenza e col terrorismo omicida, l’animo dei popoli e l’animo di ogni uomo, e ciascuno di noi è inquieto quando vede che si confida unicamente su certezze terrene che rivelano la loro fallacia, mentre si rinnegano quelle certezze soprannaturali che, sole, a mio avviso, possono dare il perché di tante ingiustizie e, sole, possono infondere uno spirito idoneo a vincerle non in nome della materia, ma in nome di Dio, di quel Dio che, come ha ricordato Papa Wojtyla, sa bene “quel che c’è nell’uomo”. Sposando un ragionamento dialettico di tipo hegeliano, alla tesi della Rivoluzione francese sul piano politico e all’intetesi della Rivoluzione d’ottobre sul piano sociale, bisogna far corrispondere la sintesi della rivoluzione cristiana sul piano integralmente umano, che non pone confini ai suoi ardimenti e che con la “teologia della liberazione” (che si va sempre più affermando nel mondo, a comindiare dal più grande continente cattolico: l’America latina) propugna una vera e propria “via cristiana al socialismo”, nel riconoscimento dei diritti civili per ogni persona umana, secondo principi di autentica libertà e di autentica giustizia e contro ogni forma di sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

In quanto è nell’Europa, la Sardegna deve porsi alla testa delle “nazioni vietate” e sostenere con forza consapevole e tenace la trasformazione della “Europa degli Stati” in una “Europa delle Regioni”, alimentando e provocando la unione di tutti i “popoli senza voce” inglobati e mortificati nei vari Stati nazionali, per un’azione solidale a difesa dei propri storici diritti politici e delle proprie irrinunciabili aspirazioni ideali. Purtroppo, il popolo sardo ha visto misconosciuta perforo la legittima richiesta di avere una rappresentanza diretta nel primo Parlamento europeo eletto a suffragio universale, in quanto la nostra Isola (che la storia e la geografia rendono così innegabilmente indipendente da ogni legame artificiale) è stata unita ad una regione italiana, la Sicilia, con cui non vi è nessuna comunanza di destini e, per di più con cui vi è una enorme differenza di popolazione a nostro svantaggio. Se qualche candidato sardo potrà essere eletto nelle imminenti consultazioni popolari europee, lo sarà non tanto per virtù propria quanto per effetto delle alchimie dei vari partiti nazionali che tenteranno empiricamente di rimediare alle storture della legge elettorale.

In quanto è nel Mediterraneo, la Sardegna non può estraniarsi ulteriormente dai fermenti che agitano i Paesi che si affacciano su questo mare, che è il più carico di storia del mondo ed è stato culla delle più elevate civiltà. Ben più che la piccola isola di Malta, la nostra grande isola mediterranea può ambire ad offrirsi come ponte tra Europa ed Africa, tra Occidente ed Oriente, intessendo nuovi rapporti culturali, di cui sono testimonianza i millenari reperti archeologici e le più recenti manifestazioni di legami reciproci, se si pensa, ad esempio, che, alla fine del secolo scorso, si pubblicava a Cagliari un giornale in lingua araba.

Per non andare molto lontano, è assurdo che la Sardegna e la Corsica (due isole poste ad un tiro di schioppo l’una dall’altra) si ignorino a vicenda, come se le Bocche di Bonifacio fossero ampie come un oceano, specie se si pensa che i vessilli dei due popoli si rassomigliano, come retaggio di un similare destino storico; che una vasta area della Sardegna parla il dialetto corso; che, infine, la Corsica è percorsa da ben giustificati fremiti indipendentistici nei confronti dello Stato francese, in cui è stata ingiustamente incorporata con la brutale forza delle armi.

In quanto è nell’Italia, la Sardegna deve avvalersi nella massima misura possibile del fatto che lo Stato di appartenenza, sia pure con molto ritardo, ha dato attuazione al titolo V della Costituzione della Repubblica, diventando “regionalista” con la creazione delle Regioni a Statuto ordinario a fianco delle Regioni a Statuto speciale. Pur essendo un autonomista spinto, io non ho mai condiviso la preoccupazione di coloro che vedevano nell’attuazione dell’ordinamento regionalistico di diritto normale un pericolo per le Regioni di diritto speciale.

La mia esperienza concreta e le mie meditate valutazioni mi hanno realisticamente portato a credere (e l’ho affermato in diverse occasioni) che la creazione delle nuove quindici Regioni avrebbe costituito un punto di forza e una leva di rilancio per le cinque preesistenti. Il che è puntualmente avvenuto: le più forti Regioni a Statuto ordinario hanno svolto una funzione trainante e tutte hanno strappato allo Stato notevoli sostanziali poteri, in molti casi, come noto perfino superiori a quelli delle Regioni a Statuto speciale; spetta a queste (come del resto stanno già facendo) di agire con l’energia necessaria sia per ottenere che il loro poteri non siano in nulla inferiori, sia, in generale, per ottenere che i rispettivi Statuti vengano attuati nella pienezza del loro significato letterale e della loro filosofia ispiratrice, cioè nella pienezza della loro carica innovativa.

In quanto è nel Mezzogiorno (non certo geograficamente, né storicamente, né culturalmente, ma socialmente, economicamente e, quindi, politicamente), la Sardegna ha interesse ad affiancarsi alle altre Regioni accomunate da similari condizioni strutturali, nella battaglia meridionalistica che ha visto tanti uomini di pensiero e di azione prima profetizzarla e poi combatterla fino alla finale vittoria costituzionale. Certamente, l’Italia repubblicana ha fatto per il Meridione e per l’Isola più di quanto non si sia fatto in un secolo di unità nazionale ma (nonostante i reiterati impegni parlamentari e governativi) siamo ben lontani, sia dall’adottare un organico programma generale di sviluppo economico-sociale, sia di conseguenza, dal porre (ben al di là delle abusate parole) il “problema meridionale” veramente al “centro” di tale programmazione e comunque veramente al “centro” della azione politica di governo.

In mancanza di una economia organicamente programmata e di una politica governativa coerente si fanno calare dall’alto iniziative non meditate; si promuove uno sviluppo per poli; si privilegia la grande industria a scapito di quella media e piccole che è quella a effetti più diffusi ed è quella che oggi “tira” maggiormente e (per dire una parola anch’essa fui troppo abusata) si creano le famose e deprecate “cattedrali nel deserto”, quand’anche non si commettono macroscopici errori come quello del quinto impianto siderurgico di Gioia Tauro. Il risultato è davanti agli occhi di tutti: il divario tra Nord e Sud non solo non è diminuito, ma si è accresciuto e si assiste ancora al fenomeno paradossale che non il lavoro va dove sono i lavoratori ma sono ancora i lavoratori che vanno dov’è il lavoro, con conseguente depauperamento delle regioni meridionali e insulari, per il forzato esodo delle forze lavoratrici più giovani, più valide, più capaci e più volenterose.
In quanto è Regione autonoma a Statuto speciale, la Sardegna (in attesa della auspicata e mai realizzata modifica statutaria che le riconosca un diverso e più pregnante assetto costituzionale) deve esaltare la “specialità” del suo “autogoverno” e la “specificità” del secolare “problema sardo” che ne è la giustificazione storica, traendo dallo Stato esistente tutto quanto contiene sul piano del riconoscimento dei diritti e sul piano dell’appagamento delle aspirazioni del nostro popolo.

Il cardine fondamentale delle nostre rivendicazioni nei confronti dello Stato, resta l’art. 13, che costituisce una norma singolare ed eccezionale che non esiste in nessun altro Statuto regionale e la cui attuazione, nella sua lettera e nel suo spirito, il potere centrale ha sempre cercato di eludere. Per tale attuazione, in quest’aula, si sono svolti (come per la legge 588/62) dibattiti memorabili per tensione autonomistica e per elevatezza concettuale ed altri certamente dovranno svolgersi in futuro, tenendo presente che la norma statutaria impone allo Stato di finanziare “un piano organico per favorire la rinascita economica e sociale dell’Isola”.

Non un qualsiasi piano di opere pubbliche, dunque (come in una prima stesura dell’articolo si era ipotizzato) ma un “piano organico” e, questo, non teso alla risoluzione di problemi parziali territorialmente e settorialmente, ma teso alla “rinascita” integrale della nostra terra e del nostro popolo.

Ciò ha percepito con sufficiente approssimazione e ciò ha trasfuso nella sua relazione la Commissione parlamentare d’indagine sulle condizioni socio-economiche dell’Isola anche se lo strumento legislativo che ne è scaturito (cioè la legge 268/74) è stato di gran lunga inferiore e alle necessità e alle attese.

Occorre prepararsi in tempo ad una nuova battaglia, ritornando alla impostazione originaria di cui io sono stato sempre un propugnatore: far corrispondere i mezzi ai fini, cioè i finanziamenti da ottenere al piano da realizzare, che deve essere preventivamente predisposto sulla base dei bisogni reali da soddisfare in modo onnicomprensivo (dal settore agro-pastorale al settore industriale; dal settore turistico al settore artigianale; dal settore sanitario al settore scolastico; dal settore dei servizi in generale al settore dei trasporti in particolare, ecc.).
Se dovessi scendere ai dettagli esulerei dall’economia che mi sono prefisso per questo mio “canto del cigno” a chiusura della mia trentennale attività consiliare, ma permettetemi di richiamare altre due norme statutarie di cui si è da tempo perduto il ricordo: l’art. 8, decimo capoverso, che prevede “contributi straordinari dello Stato per particolari piani di opere pubbliche e di trasformazioni fondiarie” e l’art. 12, secondo comma, che prevede l’istituzione nella Regione di “punti franchi”.

Della prima norma si è fatto già uso nella prima legislatura per il piano regionale degli ambulatori e dei mattatoi comunali; oggi se ne potrebbe fare uso per distinti piani regionali: sia di irrigazione integrale (che comprenda tutti gli altri duecentomila ettari di terreno irrigabile); sia di massiccia forestazione industriale (capace di creare una grande riserva potenziale di “oro verde” idonea ad alimentare l’industria mobiliera e l’industria cartaria); sia di realizzazione di una vera e propria “rete” di impianti moderni e puliti per l’utilizzo delle fonti alternative di energia: sole, vento, acqua ed anche carbone (tenuto anche conto della sempre crescente ostilità, specie dopo il recente drammatico incidente californiano, dell’opinione pubblica contro gli impianti atomici).

Della seconda norma (che una volta ha perfino avuto l’onore della menzione delle dichiarazioni programmatiche di un Governo presieduto dall’On. Segni) si è sempre sottovalutata l’importanza; eppure, se il futuro Governo regionale vorrà dedicargli l’attenzione che merita, rileverà (anche attraverso l’esperienza già maturata in alcuni “punti” del Nord Europa) che (non potendo essere dichiarata “franca” l’intera Isola, come pur sarebbe nell’auspicio di tanta parte dell’opinione pubblica sarda) la creazione di “punti franchi” in località strategiche della Sardegna può costituire un fattore di rilancio economico di notevole rilevanza per alcune zone immote della nostra Isola.

Arrivando alla fine, onorevoli colleghi, non volendo aver l’aria di rendervi oggi, surretiziamente, delle mini-dichiarazioni programmatiche che non ho veste per pronunciare, trascuro i numerosi temi che si affollano nella mente, la cui trattazione richiederebbe lungo tempo e momento propizio.

Mi limiterò a quattro “flash” su punti di particolare significato etico-politico, che ho trattato appassionatamente altre volte, e che non posso fare a meno di ricordare in questa occasione di commiato e che affido idealmente alla responsabilità di quanti faranno parte di questa Assemblea nella prossima legislatura: dotate finalmente la Regione (Consiglio e Giunta) di una sede adeguata; completate l’opera di revisione del Regolamento interno; fissate il numero dei consiglieri regionali a livello ora raggiunto di ben ottanta; salvaguardate il prezioso patrimonio culturale della “lingua sarda”.

Che la Regione (nei due suoi organi: legislativo ed esecutivo) sia ancora “accampata”, finisce per assumere addirittura. un significato emblematico; io ritengo che non si possa più, senza disdoro, continuare nello stato di cose attuale; occorre avere il coraggio di affrontare e risolvere il problema, sia rivendicando per intero come sede ufficiale del Consiglio questo Palazzo viceregio, quasi a rappresentare visibilmente la continuità storica col passato che ha avuto negli “Stamenti” una espressione (certo non democratica, ma comunque prefigurativa) della volontà di autogoverno dei Sardi, sia costruendo un complesso edilizio organico e razionale, in cui trovino dignitosa collocazione la Presidenza della Giunta e tutti gli Assessori.

Alcune importanti modifiche al Regolamento interno del Consiglio sono state già apportate nel corso di questa Legislatura sulla base di mie proposte, anche in adempimento di impegni da me assunti in quest’Aula, le altre proposte di modifica (che assimilerebbero molto il nostro Regolamento a quello delle Assemblee legislative nazionali ed anche lo renderebbero innovativo “in melius”) sono già pronte ed attendono di essere rapidamente discusse, perfezionate e quindi approvate. Vi confesso che avrei voluto legare il mio nome alla nuova stesura del Regolamento ma la cronaca, come la storia, prende alla gola; e, come nelle staffette, trasmetto senza rimpianti la fiaccola a chi mi succederà, affinché compia il tragitto che io ho dovuto interrompere e che non potrò riprendere per effetto di una mia libera rinunzia alla ricandidatura.

La Sardegna ha ora ottanta consiglieri regionali come la Lombardia, che ha una popolazione più che quintupla; la Sicilia, che ha una popolazione quattro volte quella sarda, ha novanta deputati regionali; gli Stati Uniti d’America che sono la più potente Nazione del mondo, hanno appena cento senatori. Mi sembra giunto il momento di dire basta: ottanta consiglieri sono già troppi (come non ho mancato di rilevare perfino con concrete iniziative legislative sottoscritte anche da altri colleghi); ma, almeno, fermiamoci lì, sottoponendo all’approvazione delle Camere, tempestivamente, la proposta costituzionale necessaria per bloccare la spirale degli aumenti periodici derivanti dall’applicazione quinquennale dell’articolo 16 del nostro Statuto.

Infine, la nostra “lingua”: essa, secondo una icastica espressione del Salvi, è una “lingua tagliata” e, se continua così, rischia di diventare, entro il giro di qualche generazione, una “lingua morta”; salviamola, finché siamo in tempo; non liquidiamo con un sorriso di sufficienza la proposta di legge d’iniziativa popolare che si trova già agli atti del Consiglio e che una nuova norma del Regolamento, recentemente approvata, ha salvato dalla decadenza per fine legislatura; i Sardi non meritano meno dei Valdostani, degli Altoatesini, dei Ladini e degli Sloveni, a favore dei quali sono state attuate o sono state presentate iniziative legislative di tutela, a sensi dell’art. 6 della Costituzione repubblicana. La nostra parlata non è un qualsiasi dialetto d’Italia (si provi la televisione italiana a trasmettere una commedia in sardo come fa con quelle in veneto, in romanesco o in napoletano!), ma una autentica “lingua neolatina”, come quelle che tutti conosciamo; non salvare questo nostro sacro patrimonio non sarebbe soltanto un errore, sarebbe un delitto.

Signor Presidente, onorevoli colleghi! Concludo con un inevitabile riferimento personale, nel momento in cui dico addio a trent’anni di attività consiliare nella quale ho cercato di svolgere un ruolo non di umile caudatario, ma di dignitoso protagonista al servizio non di uomini, talvolta piccoli, ma di idee, sempre grandi, nel perseguimento di quelli che ho stimato essere gli interessi veri e permanenti della Sardegna e del popolo sardo. Ho avuto anch’io le mie insufficienze ed ho commesso anch’io i miei errori e di ciò chiedo perdono a tutti, soprattutto a quelli che posso aver involontariamente offeso, come io perdono a quelli che in qualsiasi modo possono avermi offeso, mentre ringrazio tutti quelli (colleghi, funzionari, giornalisti che si sono succeduti nell’arco di un trentennio) che mi hanno fatto del bene e comunque mi hanno manifestato la loro stima e la loro benevolenza, il loro rispetto e la loro amicizia. Ho iniziato la mia attività consiliare con un’interpellanza sull’attuazione del “Piano di rinascita” e sull’istituzione di un apposito Assessorato e con un proposta di legge sulla riforma dei patti agrari iugulatori, per disciplinarli con doverosa equità; la termino con un’interpellanza sulla salvaguardia della rappresentanza sarda nel primo Parlamento elettivo della Comunità europea e con una proposta di legge per la concessione di un contributo all’Isprom, l’Istituto sardo di studi e programmi per il Mediterraneo; in questo arco ideale etico-politico di obbedienza alla mia coscienza, sta il significato (comunque lo si voglia valutare) della mia coerente militanza consiliare.

Signor Presidente, onorevoli colleghi! In questo momento sono presenti dinnanzi a me (e li accomuno a voi, in un saluto e in un augurio commosso e cordialissimo) tutti i Sardi: i lavoratori i disoccupati, le donne, i giovani, gli emigrati, sardi. “Ho corso la mia corsa”, mi viene da dire con l’Apostolo e, alla fine, mi viene da riconoscere che, tutto sommato, se confronto le aspirazioni con i risultati, sono stato, purtroppo, “un servo inutile”. Il rammarico si rasserena per la capacità che ho dimostrato di sapermi consapevolmente ritirare in tempo, al fine di consentire quel ricambio generazionale che è giusto ed inevitabile, con l’auspicio che quelli che verranno dopo di me sappiano fare meglio di me. Perciò posso, in piena serenità, far mia una bella preghiera, letta in questi giorni, che rispecchia l’intima essenza di questo mio modesto intervento: “Signore, insegnami ad invecchiare! Convincimi che la comunità non compie alcun torto verso di me, se mi va esonerando da responsabilità, se non mi chiede più pareri, se ha indicato altri a subentrare al mio posto. Togli a me l’orgoglio dell’esperienza fatta e il senso della mia indispensabilità. Fa, o Signore, che io riesca ancora utile al mondo, contribuendo con l’ottimismo e la preghiera alla gioia e al coraggio di chi è di turno nelle responsabilità, vivendo uno stile di condotta umile e sereno con il mondo in trasformazione senza rimpianti sul passato, facendo delle mie sofferenze umane un dono di riparazione sociale. Che la mia uscita dal campo d’azione sia semplice e naturale come un felice tramonto di sole”.