Associazione tra gli ex Consiglieri Regionali della Sardegna
Rivista Presente e Futuro n. 21 - Dicembre 2008

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Documenti
Discorso tenuto dall’on. Masia il 28 febbraio 1978
nella CCL seduta del Consiglio regionale della Sardegna
(presidenza del Presidente Raggio)

Onorevoles collegas!

Nesciuna occasione tiat essere, plus de custa de hoe, propizia a unu discursu in limba sarda; hoe chi si solennizat a trint’annos de distanzia unu avvenimentu veramente istoricu pro sa Sardigna: sa conquista dae parte de su populu sardu de s’Autonomia, sa cale, pro cantu potat esser considerada una forma zertamente limitada de Autoguvernu, rappresentat sempre unu passu importante in sas vicendas piu tristes che felizes de s’Isula nostra. Solu sa limba chi hamos faeddadu essende pizzinnos e continuamos a faeddare cun sos mannos, chi hamos impittadu in sas pregadorias e in sos cantigos, tiat poter esprimere in sa pienesa de sos sentimentos su chi passat in custu momentu in sa mente e in su coro de sos homines e de sas feminas, de sos giovanos e de sos bezzos, de sos trabagliadores e de sos intellettuales de custa terra, gai disiziosa de naschere a nova vida et gai ancora costrinta a vivere de isperanzias chi istentant a diventare realtades.

Io mi rendo conto che se continuassi a parlare così, il nostro pur tollerante e comprensivo Presidente mi inviterebbe presto a desistere, per lo meno per due ragioni: la prima, ovviamente, regolamentare, essendo quella italiana la lingua ufficiale dello Stato di cui la Sardegna fa parte; la seconda, malauguratamente, pratica: qui dentro, infatti, non ci sono soltanto logudoresi, barbaricini e campidanesi, ma anche, chiamiamoli così, “alloglotti” come i galluresi, i catalani, e i tabarchini, e non risulta che il Collegio dei Questori abbia ancora pensato ad installare un impianto di traduzione simultanea!

Tuttavia, Onorevoli Colleghi, al di là di ogni sorridente facezia, non crediate che io abbia iniziato il mio odierno intervento in sardo per estemporaneo e fatuo esibizionismo, ma per una precisa e convinta ragione politica: ho inteso in questa solenne occasione, richiamare, con la mia, la vostra attenzione su un fatto estremamente preoccupante per la sopravvivenza della Sardegna come entità “nazionale”: la graduale ma inesorabile scomparsa della “lingua sarda” nell’uso corrente e quotidiano del nostro popolo, che aveva conservato la propria “identità” culturale per lunghi secoli e la sta perdendo nel giro di brevi decenni. Che di “lingua” si tratti (nel più classico significato del termine) e non di un qualsiasi dialetto italiano, credo che nessuno possa metterlo in alcun dubbio. Essa, come tale, è studiata anche in università di paesi stranieri come la Germania e l’Unione Sovietica e come una delle “lingue neolatine” o romanze, è stata sempre considerata da tutti gli studiosi della materia: dal Meyer - Lübke al Wagner, dal Tagliavini al Monteverdi, e così via.

Io sto per chiudere con la presente legislatura la mia lunga militanza politica attiva e quindi accettate che manifesti la più viva preoccupazione per l’illanguidirsi della “sardità” e che lanci a voi e a tutti conterranei che vorranno ascoltarlo un pressante appello a fare tutto quanto è possibile per la salvaguardia (che trova particolarmente sensibile il Presidente Soddu) dell’identità linguistica e quindi “nazionale” della nostra terra e del nostro popolo. Ho detto della nostra terra: quanti toponimi (a cominciare da quello del mio paese natale) sono stati imbarbariti, italianizzandoli! Ho detto del nostro popolo: quanti sardi hanno creduto di ingentilire il proprio cognome traducendolo nella lingua dominante! Nemmeno i corsi e i nizzardi hanno dimostrato tanta “cupidigia di servilismo” nei confronti della lingua francese, di cui si sono limitati, per forza di cose, a subire l’accento finale nella pronuncia delle parole.

Fortunatamente in questi ultimi tempi in Sardegna si sta assistendo ad un certo mirabile risveglio di quella consapevole coscienza “nazionale” che mi sta a cuore e che sta assumendo aspetti validi e suggestivi e che quindi è da incoraggiare in ogni modo: la valorizzazione del folklore ha già assunto forme di notevole dignità e aspetti fedelmente rievocativi; la melanconia dei nostri canti e la ieraticità delle nostre danze attraversano un boom singolare e le loro riproduzioni auditive sono diventate il veicolo attraverso cui la nostalgia degli emigranti supera le distanze e lo struggimento per la lontananza si appaga nel ricordo dei luoghi e dei volti più cari; si ristampano libri in sardo, si pubblicano giornali in sardo, si rappresentano drammi in sardo, si utilizzano le “radio libere” per trasmettere in sardo, e perfino in corso la raccolta delle firme per la presentazione di una proposta di legge di iniziativa popolare per la tutela della minoranza linguistica sarda in applicazione dell’articolo 6 della Costituzione della Repubblica “Italiana”. La campagna del Salvi a favore delle cosiddette “lingue tagliate”, da mero fatto culturale sta diventando concreto fatto politico, che tocca proprio ai politici militanti e soprattutto a quelli legiferanti e governanti recepire ed interpretare, avviando così un fatto tanto importante e significativo nella giusta direzione, che valga certo a far vivere modernamente il presente ma anche a rivalutare storicamente il passato.

Teniamo in mente, del resto, che l’unico legame profondo che unisce la Sardegna all’Italia è quello che deriva dalla “affinità” della lingua (i glottologi chiamano “affini” le lingue che “sono la continuazione di un’altra”; nel nostro caso il latino). Per tutto il resto, la geo-politica ha fatto dell’Isola e della Penisola, così lontane tra loro, due entità non solo diverse, ma distinte, se si eccettua la comunanza molto epidermica e formale creatasi negli ultimi duecentocinquant’anni. La geografia ha fatto della Sardegna una terra che volta le spalle all’Italia; le coste dell’Isola più alte e di più difficile accesso, sono ad oriente, mentre in ogni altra direzione sfociano i fiumi più ricchi d’acqua; i due sistemi orografici si ignorano a vicenda e non hanno niente in comune; la flora e la fauna si differenziano enormemente e non ce ne facciamo un cruccio se da noi l’una e l’altra (compreso l’uomo) sono di più piccole dimensioni (per i nostri soldatini le autorità militari avevano a suo tempo perfino “accorciato” l’unità di misura!).

Non dimentichiamoci, peraltro, che Roma conquistò l’Isola con le legioni e con i cani (corsi e ricorsi della storia!); che Genova e Pisa ne fecero oggetto dei loro mercati politici; che Dante non fu inferiore a Cicerone nell’esprimere sprezzanti e duri giudizi sulla nostra terra e sul nostro popolo; che quando, con trattato de L’Aia del 1720, venne stabilito che in cambio della Sicilia ai Savoia sarebbe stata ceduta la Sardegna, nemmeno l’attribuzione del titolo regio impedì a Vittorio Amedeo II di manifestare tutto il suo disappunto e il suo aperto non gradimento; che il Conte di Cavour, infine, non esitò ad impegnarsi segretamente con Napoleone III a cedergli la Sardegna pur di avere da lui mano libera per altre espansioni continentali (e si deve ad una violenta campagna di stampa, alle proteste di Mazzini e di Garibaldi e all’opposizione del governo inglese, ostile alla Francia, se non si verificò il disinvolto baratto). La realtà è che la nostra Isola ha, chiamiamolo così, un “destino” essenzialmente mediterraneo, posta com’è a quasi uguale distanza dall’Italia, dall’Africa, dalle Baleari e dalla Francia. I popoli che l’abitarono fin dalle più lontane età provennero tutti dalle sponde d’oriente, d’Africa e di Spagna e ad essi si allacciano le leggende che collegano con le prime vicende della Sardegna le mitiche figure di Iolao e di Aristeo, di Dedalo e Norace, di Ercole e di Sardo.

Certezze storiche, invece, sono, per un verso, le migrazioni dall’Egitto dei “Shardana dal cuore ribelle” e, per un altro verso, i nostri fantastici indistruttibili Nuraghi le cui caratteristiche hanno una singolare comunanza con le costruzioni a tholos di Micene e delle isole Baleari. La nostra “civiltà nuragica” e l’arte bronzea delle statuette (che nella loro millenaria plasticità rivelano una raffinata fattura di picassiana modernità) ci possono far riecheggiare facendolo nostro nei confronti di chi considera la nostra sempre “terra di morti”, il famoso distico del Giusti: “Noi eravam grandi e lor non eran nati”.

Purtroppo è da allora che la nostra storia è intessuta da una sequenza di dominazioni, nel succedersi delle quali, tuttavia, non mancarono testimonianze di una volontà combattiva che, però, rimase senza lo sbocco fatidico d’un risultato liberatorio. In alcuni accadimenti con tutta evidenza si intravedono le aspirazioni ed emergono gli impulsi di un popolo ad essere l’artefice delle proprie fortune politiche, anche se tutti i tentativi furono vani: più che l’altera figura di Amsicora che si trafigge il petto per non sopravvivere alla sconfitta, è il giovanile ardimento di Iosto che meriterebbe un cantore degno del suo valore sfortunato; l’originale istituzione dei Giudicati avrebbe potuto propiziare l’unificazione dell’Isola, se Barisone I d’Arborea (che per primo ricevette da Federico Barbarossa il titolo di Rex Sardiniae) non avesse trovato negli intrighi e nelle rivalità di Genova e di Pisa, nelle pretese temporali del Papato e nelle interne lotte intestine un ostacolo insormontabile per l’avverarsi delle sue ambizioni; quelle dei Giudici di Arborea furono delle vere e proprie guerre d’indipendenza contro il dominio degli Aragonesi, di cui la grande Eleonora (una delle più ammirabili figure di donne della storia, la definì il Cattaneo) divenne fulgida protagonista, ma niente potè la “forza del diritto” contro il “diritto della forza”; l’impari lotta fu ripresa più tardi dal Marchese d’Oristano, Leonardo Alagon, ma non ebbe miglior sorte: il figlio Artale (come a suo tempo il giovane Iosto) cadde sul campo nella famosa battaglia di Macomer ed egli morì in catene in un castello della lontana Valenza; un altro sussulto di altera ribellione ebbero i sardi quando, imbaldanziti da una brillante vittoria sui francesi che non riuscirono a conquistare Cagliari, non ottennero da Vittorio Amedeo III risposta positiva ad alcune perentorie, ma legittime, rivendicazioni e, per ritorsione, ricacciarono in mare tutti i piemontesi residenti nella capitale dell’Isola; infine, l’epopea dei moti antifeudali, che ebbero il loro vate in Francesco Ignazio Mannu, i loro più appassionati protagonisti negli esponenti del basso clero delle campagne e, poi, il loro interprete più fascinoso in Giovanni Maria Angioy, la cui figura resta ancora controversa, ma è veramente arduo poter mettere in dubbio che egli non rimanesse immune dalle suggestioni repubblicane della Rivoluzione francese e che il destino storico della Sardegna sarebbe stato diverso se egli avesse potuto realizzare fino in fondo il suo sogno segreto.

Ma perché questa esortazione alle istorie, come direbbe il Foscolo, questi flash rievocativi del tempo passato proprio oggi che celebriamo un avvenimento recentissimo, di appena trent’anni?

Ma proprio perché, onorevoli colleghi, lo Statuto speciale per la Sardegna ha una sua giustificazione ed ha un suo obiettivo che affondano proprio nella nostra storia: la sua giustificazione consiste in quel che la Sardegna non è stata e sarebbe potuta essere; il suo obiettivo consiste in quel che la Sardegna non è ancora e certamente vuole essere. Gli episodi più salienti che mi sono permesso rievocare hanno voluto significare una cosa paradossale, ma profondamente vera, ben al di là delle modeste parole con cui oggi io riesco ad esprimere il mio pensiero: in sostanza, a mio avviso, la Sardegna ha meritato e profondamente atteso una autentica “Autonomia”, cioè un autentico “Autogoverno”, non per pochi decenni, ma per secoli e tutti i nostri conterranei che hanno combattuto contro un nemico della Sardegna, contro un nemico del popolo sardo, tutti lo hanno fatto indubitabilmente con questa intima, inespressa, talvolta inconsapevole aspirazione. Sotto la Spagna l’Isola godette, sì, di alcuni cosiddetti “privilegi”, ma quanto scarsi ed aleatori! Siccome era un “Regno” a se stante, tra questi privilegi vi era perfino quello di avere proprie “Cortes”, cioè un proprio “Parlamento”, con tre “Bracci” o “stamenti”: quello “ecclesiastico”, quello “militare”, e quello “reale”; ma si trattava di ben altra cosa che di un Parlamento democratico con poteri legislativi! Eppure un bel giorno ad un gruppo di maggiorenti, sotto il Regno di Carlo Alberto (credendo di poter trarre maggiori benefici dall’imminente emanazione dello “Statuto” che verrà chiamato, appunto, “Albertino”) venne l’idea di rinunziare perfino a quei pochi “privilegi” e sul finire del 1847 una delegazione autoincaricatasi si recò a Torino per effettuarne il formale rifiuto. Inutile dire che i benefici attesi non si verificarono affatto, né allora, né mai!

Si deve riconoscere, per altro, che nel nuovo Parlamento subalpino, prima, e nel Parlamento italiano, dopo, non mancarono le voci dei rappresentanti sardi a prospettare le condizioni di triste abbandono in cui l’Isola versava, ma non per questo le cose mutarono in meglio. In successione di tempi, non mancarono nemmeno le inchieste parlamentari (quella di Quintino Sella sulle condizioni delle miniere, quella del Salaris sulle condizioni dell’agricoltura, quella del Pais Serra sulle condizioni generali dell’Isola), come non mancarono alcune cosiddette “leggi speciali” (del 1897, del 1902 e, per impulso del Ministro Cocco Ortu, del 1907), ma lo status effettivo della Sardegna rimaneva sempre quello di una “querula” lontanissima “colonia”.

Uno dei più lucidi e lungimiranti politici sardi del secolo scorso fu Giovanni Battista Tuveri, che vagheggiò fin d’allora un’Italia repubblicana e federalista, consapevole com’era dello stato iniquo di miseria materiale e morale in cui versavano i contadini e i pastori della sua terra e dell’impossibilità di porre rimedio se non rendendoli padroni del proprio destino attraverso la forma più avanzata ipotizzabile di auto-governo. Dovettero passare decenni, e dovettero verificarsi lo shock della prima guerra mondiale, perché i sardi (reduci da un confronto fisico e psichico con una realtà enormemente diversa da quella in cui erano costretti a vivere nella loro piccola patria) pervenissero ad analoghe conclusioni organizzandosi “nel movimento combattentistico”, poi in un “Partito Sardo d’Azione”. Ma la speranza durò appena lo spazio di qualche anno: venne la bufera fascista e venne il buio antidemocratico d’un interminabile ventennio (che né la “mano tesa” del Generale Gandolfo, né le lusinghe di un balenante ma evanescente “miliardo” valsero a rendere meno ingannevole) e le aspirazioni autonomistiche conobbero, negli uomini che le rappresentavano, la prigione, l’esilio, la solitudine, il silenzio.

Ci vollero una guerra infausta ed una umiliante sconfitta perché il sole della democrazia illuminasse le rovine morali e materiali del Paese e su di esse si iniziasse la riedificazione d’un nuovo Stato e di una nuova Società, che noi giovani auspicavamo non solo più liberi ma anche più giusti. Si indisse il referendum istituzionale; il popolo scelse felicemente: “Repubblica”. In pari tempo si elesse l’Assemblea costituente; in 18 mesi l’Italia sull’onda delle più alte idealità della Resistenza ebbe la Costituzione repubblicana in se stessa tra le più democratiche e più avanzate del mondo. “A latere” di questa, per farne parte integrante come legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3, venne successivamente approvato lo “Statuto speciale per la Sardegna”, di cui noi oggi celebriamo l’emanazione e il quale costituisce, indubbiamente, una grande conquista storica del popolo sardo, ma che, altrettanto indubbiamente, è ben lontano dall’essere quel documento appagante che era nelle aspirazioni e nelle attese delle menti autonomistiche più aperte e più coraggiose.

Nell’immediato secondo dopoguerra (scartata la possibilità dell’indipendenza perché esclusa dagli accordi internazionali intervenuti tra le grandi potenze vincitrici, specie per volontà dell’Inghilterra, che intendeva salvare anche la forma monarchica dello Stato italiano), dinanzi ai sardi si sono prospettate, in concreto, tre possibilità: battersi decisamente per uno Statuto codificante una forma di autogoverno così avanzata da appropriarsi del massimo della competenza fino a lasciare allo Stato federale solo la politica estera e la difesa nazionale; oppure accettare almeno l’offerta degasperiana (caldeggiata da Lussu) dell’estensione alla Sardegna dello Statuto speciale già elaborato per la Sicilia; oppure ancora lasciare alla Consulta regionale sarda l’illusione di elaborare un proprio Statuto, ma in effetti farle “subire” quello approvato dalla Costituente in un testo pressoché “sinottico” rispetto a quelli contemporaneamente predisposti per le altre Regioni a Statuto speciale: per il Trentino-Alto Adige, per la Valle d’Aosta e (approvato qualche anno più tardi) per il Friuli-Venezia Giulia. Naturalmente (e si rischiò il peggio!) delle tre possibilità, quella che si verificò fu proprio l’ultima, cioè la meno rispondente alle aspettative di quanti propugnavano una Autonomia più piena, più ardita, più sociale, più riformatrice.

Le differenze tra lo Statuto speciale per la Sicilia e gli altri Statuti speciali che io (con espressione mutuata da una analoga definizione evangelica) ho chiamato “sinottici”, non è di “grado” di Autonomia, ma di “qualità”. Molto spesso, dietro la difformità delle parole si cela o si evidenzia una diversità di sostanza, la cui importanza è vano minimizzare e l’Ufficio per le Regioni istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri in Roma ha avuto sempre la premura (a proposito di precisi problemi di prerogative) di sottolinearlo con puntuale fermezza. In Sicilia non vi è un “Consiglio” regionale, ma una “Assemblea”, cioè un vero e proprio piccolo “Parlamento”; i membri dell’organo legislativo non si chiamano “Consiglieri” ma “Deputati regionali”; i “Gruppi consiliari” si chiamano formalmente “Gruppi parlamentari”; l’organo esecutivo è una vera e propria “Giunta di Governo”: esistono, fin dal sorgere della Regione, appositi organi staccati (non semplici delegazioni) del Consiglio di Stato e della Corte dei Conti (ed era persino prevista una mini Corte costituzionale che però non è mai stata formalmente costituita); sono state abolite quelle anacronistiche istituzioni (anche nel resto d’Italia sopravvissute a se stesse) che sono le Province, e si potrebbe completare l’elencazione spaziando in campi di norme della più varia natura.

Tuttavia, non bisogna indulgere oltre una certa misura in un atteggiamento autolesionistico che, nel lamento per quello che non si è ottenuto, paralizzerebbe la volontà di trarre da quel che si possiede il massimo del conseguibile. Ad esempio sarebbe ingiusto non sottolineare subito che nello Statuto speciale per la Sardegna esiste una norma singolarissima e sommamente pregnante che non solo non trova riscontro in nessun altro degli Statuti speciali, ma di essa non si è
riusciti ancora a ricostruire esattamente la fortunosa genesi, perché non figurava affatto nel testo elaborato e proposto dalla Consulta regionale sarda e risulta nato così “armato” (nella sua attuale espressione letterale) dal “cervello” del “Giove” costituente; si tratta del famoso e fondamentale articolo 13 che, come noto, così recita: “Lo Stato, col concorso della Regione, dispone un piano organico per favorire la rinascita economica e sociale dell’Isola”.

In questa “specificità” nella “specialità”, cioè in questa norma eccezionale che è ben lontana dall’aver dispiegato tutta la sua carica rinnovatrice se non proprio sanamente rivoluzionaria, sta racchiuso (sempre che prima venga aperto un coraggioso processo di auto-critica sul deludente passato) l’avvenire della Sardegna e del popolo sardo; su di essa la storia integrale è tutta da raccontare ed è costellata di maldestri tentativi elusivi da parte dello Stato e di inesperti tentativi attuativi da parte della Regione. Lo Stato fu subito fedifrago, prima ignorando il precetto costituzionale, poi annegandolo in interminabili studi di una Commissione ad hoc i cui onerosi prodotti cartacei sono finiti non si sa dove (nella migliore delle ipotesi in qualche angolo polveroso d’una oscura biblioteca, nella peggiore destinati ingloriosamente al macero), poi degradandolo da “piano organico” a semplice e modesto stanziamento pluriennale abbondantemente eroso dalla galoppante inflazione, poi, infine, tradendolo col mancato rispetto degli essenziali principi della “straordinarietà” della “aggiuntività” e del “coordinamento” e col mancato mantenimento dell’impegno dell’attuazione di un programma di interventi del Ministero delle partecipazioni statali, sia nel settore dell’industria di base, sia in quello (più diffusivo e meno inquinante e quindi più significativo e più gradito) dell’industria di trasformazione. La Regione ottenne (dopo veementi dibattiti consiliari che sarebbe opportuno portare alla luce, ad onore di quanti vi parteciparono e ad esempio di quanti li ignorano) una vittoria di principio di fondamentale rilevanza: ottenne, cioè, che nell’art. 13 l’espressione “lo Stato dispone” dovesse interpretarsi vantaggiosamente “lo Stato finanzia il Piano di rinascita a totale suo carico col concorso della Regione dovesse interpretarsi autonomisticamente “l’attuazione del Piano di rinascita è delegata alla Regione”.

Per comprendere la “fondamentale rilevanza” di questo principio fatto prevalere dopo una dura battaglia unitaria basterà ricordare che nei finanziamento statale d’un piano stradale dell’importo di dieci miliardi, gabellato come un “primo stralcio” del futuro “Piano di rinascita”, ben tre miliardi (cioè il 30 per cento) venivano posti a carico del bilancio regionale a titolo di “concorso” e l’attuazione era affidata al Provveditorato regionale alle opere pubbliche per la Sardegna!

Le inadempienze dello Stato e le carenze della Regione nell’attuazione del vero “primo stralcio” del “Piano di rinascita” (ex legge n. 588) hanno trovato particolare e impietosa illustrazione nella scrupolosa relazione redatta dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni socio-economiche dell’Isola presieduta dal Senatore Medici; ma anche quella volenterosa fatica degli estensori si è conclusa con nient’altro che con un altro provvedimento-tampone: un ulteriore stanziamento stralcio pluriennale ex legge n. 268, subirà anch’esso una ulteriore erosione inflazionistica e le cui direzioni e modalità di spesa non si differenziano molto da quelle del passato; legge n. 588 uguale ancora e sempre a una “frazione disorganica” del mancato “Piano organico di rinascita”.

Personalmente, io continuo ad affermare un diverso modo di dare concreta e risolutiva attuazione all’articolo 13 del nostro Statuto, che sotto l’aspetto economico-sociale rappresentanza la sostanza della nostra Autonomia, come questa è rappresentata sotto l’aspetto economico-sociale rappresenta la sostanza della nostra Autonomia, come questa è rappresentata sotto l’aspetto politico-amministrativo dalle competenze congiunte del Consiglio e della Giunta regionale: predisponiamo noi un autentico moderno, globale, onnicomprensivo “Piano organico di rinascita” (come in America per la “Vallata del Tennesee”) volto a risolvere non le piccole cose e meno che mai i piccoli problemi assistenzialisti e contributivi ma le grandi cose, cioè i grandi problemi secolari che ancora gridano vendetta al cospetto di Dio, che pesano come una maledizione sul cammino del riscatto civile della nostra terra e del nostro popolo.

Io mi esimo dall’elencare questi problemi in questa occasione perché essi sono presenti alla coscienza di ciascuno di noi per conoscenza diretta o per l’eco drammatica che tanto spesso hanno avuto in quest’Aula una volta predisposto questo “Piano” veramente “organico”. Avanziamo allo Stato la più ferma, corale, unitaria, ultimativa richiesta di finanziamento da adottare non, ancora una volta, con graziosi effimeri “stralci” ma con “un grande atto di riparazione storica”, se davvero la Sardegna è sinceramente sentita come “parte viva della comunità italiana” e non invece come fastidiosa “espressione geografica” la qual cosa creerebbe di fatto una forma di “separatismo” alla rovescia.

Solo strappando un tale grande atto riparatore la Regione riguadagnerebbe nel cuore di tutti i sardi quei sentimenti di fiduciosa speranza che aveva destato nei trepidi inizi della sua attività e che, peraltro, merita tuttora in quanto la validità dell’Istituto acquisito rimane apprezzabile, al di là dei suoi limiti obiettivi e della inadeguatezza di noi uomini che non sempre sappiamo servirlo in modo corrispondente al contenuto delle disposizioni, all’imponenza dei bisogni e all’impazienza delle attese. Ai superficiali ipercritici secondo i quali tutto è stato un fallimento, può essere rivolto l’invito a riflettere almeno su quello che l’Autonomia (pur così mutilata e contrastata) ha rappresentato per la Sardegna e per i sardi, non in termini di “prime pietre” o di cerimonie inaugurali (molto spesso controproducenti) ma in termini di crescita democratica, di consapevolezza dei propri problemi sotto l’aspetto etico-politico e sotto l’aspetto socio-economico, di determinazione nel fare uno sforzo concorde per realizzare una “intesa” autonomistica unitaria capace di condurci “fuori dal pelago alla riva”. Le frustrazioni del passato sono chiaramente scomparse e le masse lavoratrici, i contadini, i pastori, i minatori ed ora anche gli operai delle industrie e in più i giovani e le donne, tutti le parti sociali del nostro popolo si sentono mobilitate per ottenere l’appagamento delle proprie legittime rivendicazioni, sollevando, quando è necessario, anche “vertenze” settoriali o locali, ma soprattutto impegnando tutta la propria forza contestativa nella grande “vertenza” che prende il nome dall’Isola intera, la “vertenza Sardegna”. E di questo stato d’animo popolare il nostro Consiglio è stato sempre attento, puntuale, responsabile interprete, anche se attraverso la stampa e gli altri mezzi di comunicazione di massa, per forze di cose, dei nostri dibattiti (spesso degni delle migliori assemblee parlamentari) arriva all’opinione pubblica un’eco scarsa se non anche deformata.

Eppure una imponente produzione legislativa sta lì a dimostrare che non vi è aspetto della realtà sarda che non sia stato investito da qualche provvedimento teso a favorirne lo sviluppo: anche se tante volte al volenteroso proposito d’intervento non ha corrisposto né la sufficiente disponibilità di bilancio né la desiderata rapidità di erogazione. Ed è per questo che si parla da tempo di “Riforma della Regione” il cui intendimento è stato già formalizzato per sino nella denominazione di un Assessorato e per alcuni aspetti ha già trovato un inizio di attuazione in alcune apposite iniziative legislative, di cui una, (quella sull’ordinamento della Giunta regionale) già approvata ed operante, una (quella sul controllo degli atti degli Enti locali) in attesa di riapprovazione perché rinviata dal Governo, una (quella sul nuovo stato giuridico del personale) in procinto di essere approvata dalla Assemblea.

Naturalmente le manifestazioni che si terranno durante il periodo celebrativo del duplice anniversario trentennale dell’emanazione dello Statuto speciale e dell’elezione del primo Consiglio regionale, proprio col coinvolgimento di tutte le assemblee elettive e di tutte le forze sociali (specie quelle scolastiche e sindacali), costituiranno una occasione preziosa per quello che dal Presidente Raggio è stato definito “un ripensamento critico dell’Autonomia” e senza dubbio dai costruttivi dibattiti che si svolgeranno, come previsto, nelle sedi più disparate verranno indubbiamente utili indicazioni per quel profondo e salutare rinnovamento dell’Istituto che è auspicato da ogni parte. Rinnovamento che lo deve investire interamente sia al suo interno e sia anche nei suoi rapporti con l’esterno: con le altre Regioni meridionali che nonostante tutto (essendo la loro “questione” ancora irrisolta) sono sempre più nell’occhio del ciclone; con lo Stato regionalista, che è ancora alla ricerca di se stesso anche se i suoi contorni, dopo la legge n. 382, sono diventati più chiari; con l’Europa comunitaria, che se vuole radicalmente superare gli esasperati egoismi nazionalistici, deve necessariamente far perno reale e non nominalistico soprattutto sulle Regioni; col Bacino mediterraneo, che costituisce ancora un crocevia storico in cui la Sardegna ha sede e in cui si intrecciano (con la forza non soltanto delle ideologie ma, purtroppo, anche dei cannoni) i destini del mondo civile, il quale; orribile a dirsi, solo sulla strategia del terrore atomico fonda le sue superstiti speranze di pace.

Signor Presidente! Onorevoli colleghi! Chiedo scusa per questo mio intervento forse troppo lungo e forse poco omogeneo. Come certamente avrebbe fatto il compianto amico e collega Melis ho voluto dare una interpretazione tutta personale e non conformistica dell’avvenimento storico che oggi celebriamo (volutamente e saggiamente) senza alcun trionfalismo e se (nel trasporto della grande tensione autonomistica di cui sono sempre pervaso) vi è sembrato che sia uscito fuori tema, datemi pure l’insufficienza come maestri severi. Di una cosa però voglio assicurarvi; quale decano dell’Assemblea a voi mi accomuna la stessa aspirazione, la stessa speranza, la stessa attesa: non potendo questo che celebriamo, almeno il secondo trentennio dell’Autonomia segni per la nostra Sardegna con la “Rinascita” autentica diventata consolante realtà, l’avveramento del vaticinio del grande poeta nuorese: nella nostra terra per tutti finalmente “sia pace e sia letizia e vi regni augusta, eterna, la giustizia”.