Associazione tra gli ex Consiglieri Regionali della Sardegna
Rivista Presente e Futuro n. 21 - Dicembre 2008

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Alessandro Ghinami
già presidente della Regione, presidente del Collegio dei Revisori dei Conti dell’Associazione

Non vi nascondo che stamane ho provato una certa emozione entrando in quest’Aula, non tanto perché sono stato per diversi anni a presiederla quanto perché tutto qui parla ancora di Giuseppe Masia. È stato in quest’Aula per trent’anni, è stato difensore – a viso aperto – dell’Isprom, coorganizzatore di questo incontro, è stato fondatore dell’Associazione degli ex Consiglieri regionali della Sardegna, presiedendola per un certo periodo di tempo.

Ciò detto, il tema del nostro incontro prevede che si debba parlare dell’opera e delle attività politiche del nostro amico Giuseppe Masia. Ma non vi parlerò tanto di questo, quanto dell’uomo Masia. Per due ragioni almeno: primo, perché di questo aspetto ne hanno parlato già tanto i due relatori; secondo, perché non riesco più a leggere se non con una lente di ingrandimento, per cui per preparare un intervento occorre leggere documenti, libri e atti.

Parlerò dell’uomo Masia, raccontando qualche episodio che mi è ancora vivo nella memoria. In base a questo, credo di poter illustrare quello che era veramente l’animo del nostro amico. E vorrei iniziare dalla vicenda dell’Isprom perché mi dà il destro per parlare proprio del suo carattere e della sua mentalità.

L’Isprom – come voi sapete – è quell’Istituto che la Regione aveva voluto finanziare con una propria legge perché potesse compiere più agevolmente le sue funzioni statutarie. Sennonché questa legge venne bocciata e rinviata dal Governo presieduto da Andreotti; mi pare fosse l’anno 1979 ed io ero presidente dell’Assemblea regionale. Debbo dire che molti mi chiedevano di ripresentare la legge al Consiglio, di farla riapprovare e superare, così, l’ostilità del Governo. Era un atto di sfida nei confronti del Governo e molti consiglieri pensavano potesse tirarsi indietro, non essere favorevole a sfidare il Governo. Chi mi convinse a farlo e a farlo subito fu proprio l’on. Masia perché mi garantì che i democristiani che erano in Aula erano favorevoli e chi poteva ancora dubitare di questa possibilità, l’avrebbe convito lui parlandogli di questa vicenda e del perché occorreva difenderla e approvare il contributo all’Isprom. La legge fu ripresentata, riapprovata all’unanimità dal Consiglio e immediatamente pubblicata.

Perché ho voluto parlare di questo episodio? Perché esso denuncia il carattere e la personalità di Giuseppe Masia. Sotto l’apparenza mite e umile aveva un carattere risoluto e determinato quando si trattava di qualcosa che gli stava a cuore e di cui era profondamente convinto, come in questo caso. Secondo me, anche per Giuseppe Masia vale il nomignolo che davano a Bobbio e cioè di essere un “mite giacobino”. Era un mite e paziente giacobino perché sapeva portare a fondo le cose e, poi, era animato da un forte senso etico che lo spingeva qualche volta a prendere posizioni abbastanza nette.

Lo ho conosciuto bene perché sono stato per tanti anni con lui in Consiglio e, per diverso tempo, anche in Giunta in qualità di assessori regionali. Egli conservava vivissimo, dalla gioventù, il suo particolare sentimento nei confronti degli ultimi, dei poveri e dei deboli. Proiettava in questo la sua fede. Era convinto che Gesù fosse – come dice Pascoli – il “profeta dei poveri”, e, per questo, la religione la vedeva, tutto sommato, sotto l’aspetto sociale. Portava avanti questa sua volontà in base a quello che aveva appreso in gioventù.

Egli aveva fatto parte – come è stato ricordato – del “gruppo di Pozzomaggiore” e aveva addirittura elaborato una dottrina per cui si doveva conciliare il Cristianesimo con il Socialismo. Era un socialista cristiano sotto un certo punto di vista o un cristiano socialista. Queste cose le ha portate avanti con convinzione, sempre. Debbo dire che egli era anche una persona che aveva una pena segreta che portava dentro di sé. Quando ne parlava con me – perché ci incontravamo spesso oltre che in Consiglio anche nella hall dell’Albergo “Moderno” dove tutti e due alloggiavamo – mi diceva che gli doleva moltissimo il fatto di non avere una famiglia e dei figli propri. Non si era sposato – così mi diceva – perché temeva che con la sua rigidità cattolica, con il suo estremismo cristiano (se così si può dire) non potesse far felice una donna.

Anche questa era un’altra forma di quella caratteristica della sua mentalità: la carità. Nel tener conto del prossimo, nel cercare di non fare mai male al prossimo, c’era molto della sua mentalità.

Debbo dire che molti dei giovani consiglieri malignamente osservavano che lui non mangiasse mai nel ristorante dell’albergo ma presso un convento di frati, per avarizia. Non era affatto così. Non era avaro, tanto che molti dei suoi soldi li dava a questi conventi per aiutare i poveri. Gli piaceva il modo di vivere dei frati e, andando da loro a mangiare, faceva pesare meno i donativi e le regalie, che dava loro.

Tutto sommato, Masia aveva la mentalità di San Paolo dove, per esempio, la carità è al di sopra di tutte le virtù. La fede, la speranza e la carità sono le tre virtù teologali, ma la carità è superiore a tutte. Diceva San Paolo: “Anche se io avessi la fede che fa muovere le montagne e non avessi la carità, sarei un nulla; sarei un bronzo risuonante o un cembalo tintinnante”. Questa era la priorità di Masia, questo il suo amore per la carità.

Quando sentivo parlare i colleghi e gli amici che mi hanno preceduto prima, mi è venuto in mente un brano delle vite parallele di Plutarco. Penso al brano che parla della morte di Pericle. Scendeva la sera e si diffuse la notizia che il grande governatore di Atene stava morendo. Subito, la grande stanza che ospitava il suo letto si riempì di amici, di filosofi, di artisti. Ad un certo punto, dopo averlo salutato, Pericle si lasciò andare e gli fu coperto il volto con un lenzuolo. E pensando che più non sentisse, gli amici cominciarono a parlare delle sue virtù e del suo valore. Parlavano del fatto che avesse abbellito Atene con edifici splendidi come, ad esempio, il Partenone; parlavano del fatto che avesse vinto come stratega ben nove battaglie; parlavano del fatto che fosse sempre venuto incontro ai poveri e ai diseredati; parlavano del fatto che, avendo raccolto ad Atene tanti filosofi e letterati, avesse reso Atene la città più famosa, bella ed importante dell’antichità. A questo punto, Pericle scostò il lenzuolo che aveva sul viso e disse: “Voi non avete ricordato quella che è la mia maggiore gloria: io non ho mai fatto piangere nessuno”. Intendeva dire che egli era stato veramente buono, che era disinteressato, che era pieno di generosità nei confronti della gente, che aveva aiutato tutti quelli che poteva aiutare.

Così, in effetti, era Giuseppe Masia. Nel chiudere mi sovviene un messaggio cristiano che si addice a lui come a pochi altri: un uomo vale per ciò che vale il suo cuore.