Associazione tra gli ex Consiglieri Regionali della Sardegna
Rivista Presente e Futuro n. 21 - Dicembre 2008

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Mariano Fadda
sostituto procuratore della Repubblica a Como, nipote dell’on. Masia

Voglio ringraziare gli organizzatori di questo convegno e per il convegno in sé e per l’invito che è stato rivolto a me e a mia sorella di parteciparvi nella veste di figli di Pietro Fadda e di nipoti di Giuseppe Masia. Io sono un frutto tardo dell’unione tra mio padre e mia madre, sorella di Giuseppe Masia.

Sono nato quando mio padre non era più deputato; ero adolescente quando mio zio ha terminato la sua carriera politica. Non ho le competenze storiografiche né di tipo politico per poter esaminare quello che è stato il contributo di mio padre e di mio zio alla battaglia politica che gli ha visti coinvolti. Posso dare una testimonianza di tipo diverso, di come io li ho percepiti e di come loro si sono presentati a me nel raccontare la loro esperienza e la loro formazione.

Credo che negli interventi delle persone che mi hanno preceduto siano stati toccati i tre temi fondamentali della personalità sia di mio zio che di mio padre; ne parlo un po’ insieme anche perché la loro unione, sia da un punto di vista personale che da un punto di vista politico, effettivamente è stata molto forte.

I tre aspetti sono quelli che sono stati delineati prima: della sardità, della loro fede religiosa e del loro impegno sociale. Sono tre aspetti che rappresentano tutti un denominatore comune che, per come ho percepito entrambi, è quello di persone aperte all’evoluzione, al confronto, alla dialettica. Stavo pensando in questi giorni a quello che mi sarebbe toccato dire.

La loro figura lambisce tre secoli: nascono nel primo decennio del XX secolo (mio padre non ha visto il Duemila, mio zio sì), ma la loro radice è ottocentesca. La Sardegna nella quale loro sono nati non era molto diversa da quella della dominazione spagnola. E si sono trovati a conoscere, invece, un secolo che ha travolto tante cose in tutti questi campi che abbiamo accennato: l’aspetto dell’organizzazione politica, della religione, delle culture. In tutti questi aspetti, loro hanno vissuto e hanno aspettato un cambiamento rispetto a quello da cui partivano.

Si è detto, appunto, della posizione quasi separatista. La loro sardità era un fatto veramente intimo e naturale, quasi sentimentale e poco ideologico. Sono persone che sono nate in un epoca in cui si pensava in sardo; mio padre e mio zio hanno sicuramente imparato l’italiano in quinta elementare. Quindi, in questo erano sardi. La loro crescita e la loro maturazione, anche politica, credo che sia stata quella di un’apertura, come anche quella della Sardegna.

D’altro canto, mio padre era del 1913 e mio zio del 1914; con la prima guerra mondiale i sardi entrano per la prima volta a contatto reale con quella comunità nazionale con la quale teoricamente appartenevano da cinquant’anni.

La loro crescita ha coinciso, ovviamente, con un periodo infausto che era quello della dittatura (diceva prima il prof. Brigaglia che erano afascisti; erano antifascisti) rispetto alla quale li ho sentiti rievocare il senso dell’intolleranza per la cappa educativa nella quale erano stati formati, il senso di soffocamento rispetto a questa situazione, il senso di sconcerto – quasi di disperazione – per la impossibilità di sottrarsi a quel clima, per i successi che il regime conseguiva a livello di immagine internazionale con la guerra di Etiopia; la disperazione di non poter uscire da questa situazione. In questo, paradossalmente, la via di fuga e di critica è stata proprio la formazione religiosa: “il gruppo di Pozzomaggiore” guidato dalla figura ieratica – come è stata rievocata prima – di mio zio don Angelico Fadda.

Mio padre e mio zio Giuseppe Masia, ma credo anche il fratello di mio padre, erano sicuramente dei cattolici integrali, come si definivano loro; ma non erano, almeno i due laici dei tre, integralististi. Quando è stato ricordato che rifuggivano da posizioni politiche che fossero integraliste, questa credo che sia una grande verità, per lo meno per come lo ho percepita io. In casa mia si incitava e si invogliava a leggere di tutto, anche le cose messe all’indice. Questo non toglieva nulla al loro essere cattolici, però, li rendeva aperti a tutto quello che potevano acquisire. Proprio per questo, benché rispettosi dell’ortodossia, ossequiosi della gerarchia e del senso istituzionale dell’esperienza religiosa, non era quello dell’esperienza religiosa che a loro interessava di più. E, quando dico l’apertura al nuovo, sicuramente l’esperienza come quella del Concilio, per una persona come mio zio, fu un’esperienza che egli sentì moltissimo.

Si è detto anche delle loro posizioni politiche di sinistra. Nessuno ha nominato la parola marxismo. Per un cattolico come mio padre e mio zio, il marxismo non era qualcosa di estraneo, era una cosa che faceva parte della cultura di quel momento, che segnava la fase storica in cui gli era dato di vivere e che coincideva con gran parte dei loro interessi e delle loro aspirazioni. Se la loro aspirazione era quella della elevazione materiale e spirituale del numero più ampio di persone, ecco che la cultura marxista era qualcosa con cui bisognava fare i conti.

È evidente che questo, in un contesto politico come quello che era maturato nel dopoguerra e nella guerra fredda, quindi di un confine che correva tra l’est e l’ovest o tra i due lati del Tevere, rese impossibile la loro adesione ad altre organizzazioni. Anzi, sicuramente da questo punto di vista vi fu anche qualche contrasto. Mi affascina l’idea che a Bosa su un balcone ci fosse l’oratore democristiano e sull’altro balcone l’oratore comunista che duettavano in contemporanea.

Quello che voglio sottolineare è la caratteristica che sento essermi stata trasmessa e, cioè, di un’apertura nuova. Ricordo di mio zio la curiosità che ebbe per il movimento della contestazione alla fine degli anni Sessanta. Quell’epopea, ho citato prima il Concilio, quegli anni di un mondo che sembrava più gentile, rispetto a quello che ci si è ritrovati dopo (paradossalmente più gentile sotto il clima di una guerra fredda di quanto non lo sia stato poi quando questo clima si è diradato), ecco, quel clima sarebbe stato più congeniale a mio zio.

È chiaro che questa visione che loro avevano, che le magnifiche sorti progressive dell’umanità fossero un continuum, era già stata smentita, per mio padre molto presto, per mio zio anche nella maturazione della sua vita politica.

Penso, però, e lo vivo come un tesoro da conservare, a questa capacità e a questo tentativo di vedere sempre la possibilità di un’evoluzione anche nel confronto dialettico con chi è diverso da sé.

A proposito della religiosità, mi ha colpito la lettura della notizia che il quotidiano della Conferenza episcopale non ha recensito l’ultimo libro dell’ex Arcivescovo di Milano, cardinale Martini. In anni bui, quando c’era la Chiesa del silenzio, è chiaro che mio padre e mio zio stigmatizzavano le situazioni della Chiesa del silenzio nei Paesi delle dittature dell’Est.

Il silenzio della Chiesa nel proprio interno e nel mondo occidentale li avrebbe rattristati abbastanza.