Associazione tra gli ex Consiglieri Regionali della Sardegna
Rivista Presente e Futuro n. 21 - Dicembre 2008

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Giuseppe Caboni
segretario generale del Consiglio regionale

Ho accettato volentieri l’invito della signora Cardia per un breve ricordo della figura dell’on. Masia. Sono stato segretario della Commissione Industria, di cui lui era Presidente, nei primi anni ’70, e quindi ricorderò brevemente alcuni episodi di quel periodo e porrò alcuni problemi che possono interessare questo uditorio.

Faccio ricorso alla mia memoria e agli atti che ho potuto rivedere in queste settimane, per ricordare un periodo specifico della vita della nostra istituzione autonomistica. Io ho iniziato a poco più di venticinque anni a lavorare per il Consiglio regionale e ho perciò un ricordo importante di una serie di figure che ho avuto la fortuna di frequentare sin da giovanissimo. A parte i presidenti del Consiglio qui presenti, come l’on. Contu o gli onorevoli Raggio e Ghinami, tutte figure eminenti, ricordo, i presidenti della Commissione Industria, una serie di persone con le quali lavoravo a stretto contatto, ai quali mi ero particolarmente affezionato: i presidenti Dessanay, Mario Melis, Nuccio Guaita e l’on. Masia. Più tutte le altre figure di grande dignità etica e prestigio come l’on. Ligios, l’on. Lilliu e tanti altri.

Voglio proprio partire da questo: l’importanza della rettitudine morale e la grande dignità culturale di queste persone. Fui colpito da questi caratteri umani e intellettuali. E devo dire anche dal loro grande coraggio politico.

Si parlava prima del periodo della rinascita. Il periodo della rinascita non è stato un periodo qualunque per la storia della nostra Regione. è stato un periodo di grandi sconvolgimenti, innanzitutto il grande processo di industrializzazione. Con la Commissione Industria sono andato a visitare tutte le maggiori industrie che in quel momento rappresentavano una realtà nuova, esprimevano un dinamismo eccezionale. Ricordo la gioia, anche un po’ adolescenziale, del carissimo on. Mario Melis, che diceva: “Questo è il movimento che noi vogliamo creare, questa è la vita nuova che vogliamo che trasformi la nostra realtà, ferma, immobile nelle sue strutture economiche tradizionali”. Questo gruppo di uomini di mezza età, però ancora giovanili e forti, andava a visitare tutte le plaghe più estreme della Sardegna, con grande impegno e curiosità morale ed intellettuale.

Gli interessi dell’on. Masia erano soprattutto rivolti ai settori tradizionali della vita economica sarda: l’agricoltura, il turismo. Cioè a quelle strutture fondamentali dell’economia regionale che però erano insufficienti ad assicurare una vita adeguata alla popolazione. Per cui anche lui si apriva a questo grande progetto della rinascita, al grande dinamismo di cui parlavo, al difficile confronto (perciò parlavo di coraggio) con entità nazionali e sovranazionali completamente diverse rispetto a quella che era la tradizione precedente delle iniziative e delle personalità presenti nella vita economica regionale. Anche nelle ricostruzioni, negli studi promossi negli ultimi anni dalle Associazioni degli industriali sarde, questo percorso è descritto con grande precisione. Se si leggono, per esempio, gli scritti di Giulio Sapelli sulla Sardegna di quegli anni si può capire quale è stata l’importanza di questo grande passaggio.

Ricordavo il confronto che avveniva con grandi personalità dell’industria nazionale (in Commissione veniva Sette, veniva Fabbri, venivano i grandi dirigenti dell’Eni. Veniva Rovelli). Ho letto il verbale di un’audizione di Rovelli e ho ricordato l’atteggiamento – anche di disagio – dei consiglieri regionali per la sua grande invadenza culturale, per questa nuova realtà che veniva a presentarsi con una certa arroganza. L’on. Ghinami, per esempio, osservava, dopo l’audizione dell’ingegner Rovelli, che il suo era un atteggiamento tra il paternalistico e il provocatorio, che non si poteva accettare. Il confronto con queste grandi personalità e con il complesso ampio di questo nuovo panorama economico industriale che veniva delineandosi era spesso aspro, difficile. Sorgevano problemi di diverso tipo: anche di correttezza degli imprenditori, ma spesso, comunque, problemi legati alle dimensioni e alla controllabilità delle iniziative in campo.

Da un lato, l’industria privata formalmente spezzettata – come sottolineava l’on. Dessanay in alcune riunioni – per ottenere il massimo dei contributi, oppure gestita in modo abbastanza discutibile, come le Tessili Sarde Associate di Villacidro, che andavano incontro al fallimento. Oppure la complessità del caso delll’industria di Arbatax. Bisogna rileggersi gli atti, come poco fa diceva il professor Soddu. Come Consiglio abbiamo un progetto che è quello di riordino di tutto l’archivio riguardante non solo i resoconti ma anche gli atti delle inchieste fatte dalle Commissioni parlamentari. E questi atti, riletti con interesse storico, sono veramente illuminanti.

Dicevo Arbatax. Arbatax rappresenta, in modo emblematico, il momento in cui si può verificare il grado di integrazione dell’economia sarda nel sistema internazionale, quella che decenni dopo si sarebbe chiamata globalizzazione. I riflessi del processo di acquisizione del legname delle foreste in Canada, fatto per l’industria di Arbatax, sono di livello planetario; per cui le cose che si decidevano qui producevano effetti nel Canada; addirittura cadde il governo nazionale del Canada per le proteste degli ecologisti in merito a queste grandi acquisizioni. D’altro lato le decisioni che venivano prese in Unione Sovietica nel campo del costo del legname avevano un’influenza diretta qui in Sardegna. Quindi, si aveva una nuova importante integrazione della Sardegna nell’economia meridionale, e vi erano questi uomini coraggiosi che si confrontano con difficili problemi che ne scaturivano.

Il problema che voglio porre è questo: la grande difficoltà e insufficienza anche nostra, come strutture a supporto delle decisioni politiche. Ripeto, avevo venticinque anni, una buona preparazione universitaria, avevo l’aiuto di alcuni assistenti ma mancava un supporto culturale elevato sul piano economico, come per l’analisi delle strutture sociali e delle loro modifiche: un supporto che sarebbe stato necessario perché la Commissione Industria potesse effettivamente contrapporsi a degli interlocutori così risoluti ed esperti, spesso soprattutto abituati a comandare. Ricordo alcuni interventi degli onn. Carrus, Peralda, Puggioni ed altri che dicevano: “Noi dobbiamo attrezzarci, abbiamo l’art. 41 dello Statuto che permette di istituire dei gruppi tecnici di supporto al Consiglio”. Tutto questo non è stato possibile anche nei successivi decenni. Solo nel 1974, per la prima volta, è stato istituto un Ufficio Studi nel Consiglio regionale sardo, anche se con competenze prevalentemente giuridiche; e quindi sono sempre mancate adeguate professionalità di tipo economico e sociale.

Vi erano, quindi, grandi processi che era difficile dominare per queste persone. Grandi processi di tipo economico su cui bisognava prendere delle decisioni importanti. Grandi problemi di tipo sociale. La grande attenzione dell’on. Masia sul tema della povertà faceva un salto di qualità, perché la Commissione si trovava di fronte a grandi assemblee operaie (credo che mai nella storia della Sardegna si siano verificati fenomeni di queste dimensioni). Ricordo, all’assemblea della Sir, diverse migliaia di operai. Quindi, una nuova soggettività di massa importante, nuove forme di aggregazione operaia ad Ottana o nelle vecchie miniere del Sulcis-Iglesiente. Tutti soggetti importanti e nuovi con i quali i consiglieri che accompagnavo si confrontavano con grande impegno civile e politico.

Nel dibattito storiografico sul Novecento, dopo il fortunato libro di Hobsbawn, uno dei passaggi chiave della storia del “secolo breve” a livello internazionale è stato indicato nel grande fenomeno di una emersione psicologica di massa del tutto nuova, sia nei periodi in cui ci sono stati i drammi bellici ma soprattutto nei periodi successivi di costruzione di nuove forme civili ed economiche. Si è avuta una grande emersione di culture nuove, legate a fenomeni di estesa proletarizzazione – come è avvenuto in gran parte del mondo e nei continenti meno sviluppati – che creavano situazioni di grande dinamismo. Tutto questo è avvenuto anche in Sardegna, si è sviluppato un esteso protagonismo sociale; e di questo sono stati parziali interpreti i nostri dirigenti politici.

Oggi, tutto questo è andato a male perché l’industria privata – come sappiamo – costruita in modo avventuroso e legata in gran parte e in modo dipendente con i fondi della rinascita, è fallita; l’industria pubblica quasi non esiste più. Quindi, tutto questo grande patrimonio produttivo che si era creato in quegli anni non esiste più; ed anche la coscienza sociale ha dovuto intraprendere nuovi percorsi.

I problemi di oggi sono diversi perché tutta l’economia sarda ha cambiato settori fondamentali di riferimento, tutto il sistema delle interrelazioni internazionali è cambiato e, quindi, c’è una cultura nuova, che nasce, e che si sviluppa anche all’interno del Consiglio regionale.

Ciò che ancora manca, secondo me, è la presenza di strutture adeguate per affrontare questi nuovi impegni. Perché i fenomeni di oggi, ancora più difficili, così meno squadrati rispetto a quelli con cui ci siamo confrontati in età giovanile, devono essere affrontati.

Ciò che voglio sottolineare, per chiudere, è questo: Giuseppe Masia, e le altre persone che ho ricordato, a cui mi sento legato, nella memoria, da affetto e considerazione, avevano delle doti personali fondamentali quali l’impegno civile, la moralità, il disinteresse, l’attenzione verso gli stati sociali più bisognosi. Queste qualità antiche possono essere un viatico per animare nuove forme di consapevolezza culturale che anche noi dobbiamo creare, che devono caratterizzare una nuova fase dell’autonomia sarda, da cui i giovani di oggi possano far scaturire pienezza di risultati.