Associazione tra gli ex Consiglieri Regionali della Sardegna
Rivista Presente e Futuro n. 21 - Dicembre 2008

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Francesco Soddu

Giuseppe Masia e il Piano di Rinascita della Sardegna

Focalizzare l’attenzione sull’azione politico-parlamentare di Giuseppe Masia intorno al tema specifico del Piano di Rinascita potrebbe sembrare una scelta limitativa.

A me pare, invece, che intorno a questo tema – quello della Rinascita – non solo Masia fece ruotare esplicitamente una parte significativa del suo impegno istituzionale (nel ruolo di assessore competente nei primi anni Settanta, ma soprattutto in quello di tenace presidente della Commissione consiliare speciale a partire dal 1956), ma quel che più conta è che il tema della Rinascita ebbe, e non solo per lui (che pure lo rivendicava come un leit motiv della sua esperienza politica), una sorta di funzione riassuntiva di tutte le principali tematiche dell’agenda politica, la cornice entro la quale sistemare i diversi tasselli della questione sarda, articolare e far convergere verso un unico obiettivo – la rinascita, appunto – tutte le politiche messe in campo dalla Regione. Perché questo fu il Piano di rinascita: un grande, ambizioso, organico disegno complessivo attraverso il quale trasformare la Sardegna.

Masia fu tra coloro che dai banchi del Consiglio ebbero modo di seguirne tutte le fasi: lottarono per ottenere che la lunga stagione della preparazione portasse a un risultato positivo (fu questa la fase in cui Masia esercitò un maggiore influsso sul tema in esame: anzi, mi pare di poter dire, fu in assoluto il suo periodo migliore); poi concorsero (anche criticamente nel caso di Masia) alla sua formulazione e alla sua realizzazione; e, infine, già nel pieno di quell’esperienza, ne ripensarono i contenuti e gli obiettivi.

Masia sedette infatti in Consiglio continuativamente per sette legislature, dal 1949 al 1979. Vi ricoprì, alla fine della carriera, incarichi nell’Ufficio di presidenza (fu eletto questore nel luglio 1974); in precedenza era stato vicepresidente, ma solo per pochi giorni, nell’estate 1969: si era dimesso per la nomina ad assessore. Gli incarichi di governo, in effetti, lo allontanarono – almeno istituzionalmente – dal Consiglio solo per pochi anni. Fu assessore agli Affari generali e Enti locali nella terza Giunta Crespellani e nella prima Giunta di Alfredo Corrias, mentre in quella successiva, presieduta dallo stesso Corrias, agli Affari generali fu abbinata la delega al Turismo. Questa rapida successione di incarichi rivela un’instabilità del quadro di governo che non si tradusse soltanto nell’impressionante “mortalità” degli esecutivi, che avevano spesso una durata di pochi mesi (complessivamente, quelli appena ricordati coprono un arco temporale che va dal luglio 1953 al giugno 1955), ma segnala anche una sorta di incertezza nella distribuzione delle competenze. Masia avrebbe richiesto insistentemente di codificare questo assetto, insomma di renderlo meno instabile: occorreva una legge del Consiglio sull’ordinamento della Giunta e degli assessorati, «finora variato ad libitum dal presidente di Giunta pro tempore», «mai discusso espressamente dal Consiglio (…) e ad ogni nuova formazione di Giunta accettato così come di volta in volta è stata proposta dal presidente designato» – disse in occasione della discussione di un provvedimento sullo “Stato giuridico e l’ordinamento gerarchico del personale dipendente dalla Regione”, nel giugno 1963 1.

Sarebbe ritornato nell’esecutivo nella sesta legislatura (1969-1974, quella che Dettori chiamò “la legislatura sprecata”, la più frammentata della storia dell’autonomia quanto al succedersi di esecutivi, ben 7), in quattro diverse Giunte consecutive, per complessivi tre anni (dall’agosto 1969 all’ottobre 1972).

Fu di nuovo assessore agli Enti locali nella seconda Giunta Del Rio, all’Igiene e Sanità nella Giunta Abis, alla Rinascita Bilancio e Urbanistica nella prima Giunta Giagu e infine alle Finanze, Artigianato e Cooperazione nella Giunta Spano. Insomma, l’impegno di governo lo assorbì per circa un sesto della sua esperienza politico-istituzionale.

La parte predominante, perciò, la svolse nei banchi del Consiglio dai quali, come si è già detto, poté seguire da vicino le vicende della Rinascita. Queste si possono suddividere in 4 periodi: 1) quello dell’attesa e dello studio (gli anni Cinquanta); 2) quello della prima attuazione (i primi anni Sessanta); 3) quello del rilancio della pianificazione e del confronto con lo Stato (la politica contestativa di Dettori della seconda metà degli anni Sessanta); 4) quello del ripensamento critico e del rifinanziamento (la prima metà degli anni Settanta).

Il primo periodo coincise con la battaglia per la Rinascita. Le sue fasi sono ben note a tutti voi. Ma forse non è superfluo rievocarle, perché ci consentono di puntualizzare il pensiero di Masia in merito. A cominciare dalle polemiche sulla tardiva soluzione del problema statutario in Assemblea costituente. Masia le ricordò sollecitato dai redattori di “Rinascita sarda”, che nel dicembre 1957 sottoposero a un gruppo di intellettuali e politici isolani “Tre domande per lo Statuto” (in sostanza: era necessaria una revisione? In quali parti? E quale soggetto doveva promuoverla, il Consiglio o la Giunta?). «Le lacune e le insufficienze dello Statuto si sono rivelate immediatamente», rispose Masia; e a quel punto una revisione s’imponeva «indilazionabilmente» (tanto che il presidente del Consiglio Efisio Corrias aveva annunciato la costituzione di una commissione consiliare ad hoc). La scelta di coinvolgerlo su questo argomento non era stata naturalmente casuale.

Nel volume La Sardegna negli anni della Repubblica. Storia critica dell’autonomia Girolamo Sotgiu ha ricordato come il tema della revisione dello Statuto (e il bilancio dell’impegno costituzionale insito nell’art. 13) fosse stato affrontato dal Consiglio nel novembre 1957 discutendo una mozione dello stesso Sotgiu e una di Masia, che avevano lo scopo di approfondire le linee programmatiche annunciate dal presidente Corrias, rieletto all’inizio della terza legislatura 2.

Al centro c’era la diversa interpretazione della crisi. Se cioè essa fosse da attribuire a difetti e lacune delle norme statutarie o piuttosto alle insufficienze della classe politica da un lato, e alla prassi poco autonomistica seguita dal Governo nazionale (e dalla burocrazia ministeriale) dall’altro. In ogni caso, secondo Masia, la classe politica sarda era «la meno qualificata a protestare», per aver rifiutato le proposte di un’estensione alla Sardegna dello Statuto siciliano (che era stato adottato in un momento – maggio 1946 – più favorevole, tale insomma da costringere lo Stato ad essere più “generoso”), nonostante le preoccupazioni (le «accorate proteste», scriveva Masia) di Emilio Lussu. Lo Statuto era nato «limitato e svirilizzato», aveva detto Masia in un discorso in Consiglio del dicembre 1956.
Nell’intervento su Rinascita sarda Masia indicava la necessità di inseguire il modello siciliano, elencando i punti principali dell’azione da mettere in atto: 1) occorreva intervenire sulla posizione del presidente della Giunta, il cui rango doveva essere parificato, come quello siciliano, ai ministri in occasione della sua partecipazione al Consiglio dei ministri; 2) applicare una modificazione, sia pure di valore simbolico, della terminologia degli istituti da chiamare Assemblea regionale al posto di Consiglio regionale, Governo regionale al posto di Giunta regionale, deputati regionali al posto di consiglieri regionali 3.

Inoltre proponeva: 3) di istituire un’Alta Corte; 4) di creare una sezione del Consiglio di Stato; 5) di modificare l’articolo 13 «non tanto – precisava – sostituendo l’attuale dizione, quanto completandola con un comma aggiuntivo» che riprendesse il contenuto dell’art. 38 dello Statuto siciliano, che aveva il vantaggio di impegnare lo Stato a versare «annualmente alla Regione, a titolo di solidarietà nazionale, una somma da impiegarsi, in base a un piano economico, nella esecuzione di lavori pubblici», al fine di «bilanciare il minor ammontare dei redditi da lavoro rispetto alla media nazionale». Certamente a Masia non sfuggiva la fortunosa circostanza che in Assemblea costituente aveva consentito a Pietro Mastino di far approvare una formulazione potenzialmente ben più impegnativa per lo Stato 4: «Lo Stato, con il concorso della Regione, dispone un piano organico per favorire la rinascita economica e sociale dell’isola». Riteneva però che quella formulazione, “felicemente generica”, non consentisse alla Regione di far valere i suoi diritti costituzionali in modo continuativo e sicuro. Lo Stato peraltro non fu particolarmente sollecito nel dare attuazione all’impegno previsto nello Statuto: sarebbero occorsi infatti 14 anni perché si provvedesse al finanziamento del Piano con la legge 588 del 1962.

Il tema però entrò da subito nel dibattito politico isolano, grazie soprattutto all’iniziativa delle sinistre che ebbe il suo momento più rilevante nella grande convention organizzata a Cagliari il 6 - 7 maggio 1950, conosciuta come il “Congresso del popolo sardo”. I risultati del convegno costituirono l’oggetto di una mozione presentata in Consiglio regionale dai rappresentanti di Pci, Psi e Partito sardo d’azione socialista con la quale si chiedeva, tra l’altro, la costituzione di una commissione consiliare con il compito di preparare, con l’ausilio degli organi tecnici della Regione e d’accordo con la Giunta, un progetto di piano organico da presentare al Governo; e inoltre si proponeva l’istituzione di un’“Opera per la rinascita della Sardegna” cui affidare l’attuazione del Piano. Si trattava evidentemente di un’impostazione che esaltava il ruolo della Regione e della sua assemblea rappresentativa, ma era incompatibile con la posizione del governo centrale che rivendicava la titolarità della predisposizione del Piano.

Il dibattito consiliare si concluse comunque con un ordine del giorno unitario che raccolse solo in parte quelle indicazioni. Si stabilì infatti la costituzione di una commissione consiliare speciale, ma con un ruolo ridotto a una semplice azione di stimolo e di controllo dell’operato della Giunta. La Commissione, in un primo tempo presieduta da Ignazio Serra, dal 1956 fu presieduta da Masia, che ne rilanciò l’iniziativa 5. I verbali dei suoi lavori documentano la costante tensione tra l’organismo rappresentativo e l’organismo tecnico, istituito nel dicembre del 1951, che prese il nome di Commissione economica di studio per il Piano di rinascita della Sardegna. Composto di esperti nominati d’intesa tra il Governo e la Regione, con l’incarico di predisporre i materiali per l’avvio del Piano, questo organismo avrebbe impiegato otto anni prima di consegnare al ministro Pastore il suo rapporto conclusivo.

L’azione della Commissione presieduta da Masia rivendicò costantemente il ruolo di “guida politica” all’attività che doveva portare alla definizione dei contenuti del Piano, intendendo il ruolo della Commissione di studio come meramente tecnico 6. A poco meno di due anni di distanza dall’intervento su “Rinascita sarda”, Masia sarebbe stato sollecitato da un’inchiesta politico-giornalistica (“Dieci risposte a quattro domande”) che apriva il primo numero (giugno 1959) di quella “Rivista sarda dei problemi dell’autonomia e della rinascita” che avrebbe costituito la breve esperienza di una rivista unitaria della sinistra (a dirigerla il socialista Carlo Sanna e il comunista Girolamo Sotgiu). Qui Masia poteva ricordare come il 7 febbraio di quell’anno fosse dovuto intervenire in Consiglio per ricordare le inadempienze dello Stato nel dare attuazione all’impegno costituzionale dell’art. 13 e di come, finalmente, quell’appello fosse stato raccolto dal presidente Segni che, presentando in Parlamento il suo secondo ministero, aveva affermato il preciso intento di «concretare dal punto di vista giuridico e finanziario» l’attuazione del Piano di rinascita della Sardegna 7. «Io spero – commentava Masia – che quella di cui ho parlato finirà per essere l’ultima discussione in Consiglio sul ‘problema della rinascita’ prima che la nostra assemblea sia chiamata ad esaminare ed approvare il vero e proprio Piano tanto atteso».

Nel frattempo si era assistito all’istituzione dell’apposito assessorato alla Rinascita: «ad otto anni di distanza – diceva compiaciuto – si è data ragione ad una impostazione che mi fu propria sin dall’agosto 1950, quando formalmente prospettai l’urgente e assoluta necessità dell’istituzione di detto apposito assessorato». In effetti questo era stato istituito nel novembre 1958 in occasione della costituzione – dopo una crisi lunga e complessa – della nuova Giunta guidata da Efisio Corrias, che si caratterizzava per una cauta apertura a sinistra, segnata dal ritorno in Giunta dei sardisti. A guidare il nuovo assessorato era stato chiamato Francesco Deriu, che si sarebbe speso in una intensa, appassionata opera di divulgazione dei temi della Rinascita (anche con iniziative nella penisola) e di coinvolgimento della società civile isolana. Nel momento in cui si sviluppò quel dibattito consiliare (febbraio ’59) i passaggi che dovevano portare al Piano erano ancora incerti. Masia in particolare chiedeva che la Giunta si impegnasse all’«enucleazione del vero e proprio Piano organico di rinascita» a partire dal rapporto della Commissione di studio, le cui indicazioni dovevano essere però integrate sulla base degli impegni programmatici assunti dalla Giunta stessa; ad una «sollecita presentazione» del Piano al Consiglio che avrebbe quindi provveduto a discuterlo e approvarlo; e alla «rivendicazione della preminenza dell’amministrazione regionale nell’organo esecutivo del Piano». Si ribadiva inoltre il principio che il finanziamento sarebbe dovuto essere a totale carico dello Stato, interpretando l’idea del «concorso della Regione» come mera partecipazione alle spese finanziarie nella fase di elaborazione del Piano.

Quello del concorso era un concetto non ancora chiaramente delineato dalla dottrina, ma intorno alla sua definizione si sarebbe consumata la battaglia per affermare il ruolo operativo della Regione nella formulazione e nella gestione del Piano, che in un primo tempo il disegno di legge elaborato dal governo Fanfani avrebbe voluto riservare ad altri organismi, in particolare la Cassa per il Mezzogiorno 8.

Come ha ricordato Sotgiu 9, Masia fu relatore di maggioranza nel dibattito seguito all’invio del disegno di legge approvato dal governo Fanfani nel gennaio 1961. Masia ammise che esso non rispondeva «a quella esigenza palingenetica che era nelle attese di molti, ed io forse tra questi». Alla fine di quel dibattito il Consiglio approvò un ordine del giorno nel quale si chiedeva con fermezza che il Piano fosse «veramente organico»; che costituisse «una soluzione il più possibile globale del cosiddetto problema sardo»; e che l’organo di attuazione fosse la Regione sarda 10. La svolta nell’iter parlamentare della legge di finanziamento del Piano doveva arrivare con la costituzione del nuovo governo Fanfani, che sanciva la definitiva apertura a sinistra. L’approvazione della legge 11 giugno 1962 n. 588 chiuse perciò la prima fase (dell’attesa e dello studio) ed aprì la seconda, quella della prima attuazione.

La Regione era chiamata ora ad individuare rapidamente gli strumenti istituzionali necessari all’attuazione del Piano. Masia, però, non prese parte alla discussione che portò all’approvazione della legge regionale n. 7 del 1962 con la quale la Regione predispose quegli strumenti. Glielo impedì una «parentesi dolorosa», come disse nella seduta del 4 marzo 1963 11, quando il Consiglio discusse lo Schema generale di sviluppo e Piano straordinario dodecennale 12. Questa discussione, affermò, segnava il suo ritorno alla politica ed egli ne era particolarmente felice perché il Piano costituiva «l’argomento che più mi ha appassionato e per il quale più mi sono battuto». In quella occasione Masia fu piuttosto severo con la complessa elaborazione messa in campo dalla Giunta e in particolare dall’assessore Deriu: mise in discussione il fatto che il documento sottoposto al Consiglio potesse considerarsi il «Piano organico (aggiuntivo e coordinato) previsto dalla lettera e dallo spirito del disposto statutario»; sostenne che i lunghi studi preparatori erano «risultati pressoché inutili», e che quello «convenzionalmente chiamato Piano di rinascita non è un piano autentico». In definitiva il progetto proposto, secondo Masia, non era in grado di raggiungere le ambiziose finalità fissate dalla legge 588, per la stessa carenza nell’analisi dei dati di partenza.

Egli era critico anche nei confronti della strumentazione istituzionale approntata con la legge 7, in particolare con l’artificiosa distribuzione del territorio regionale in “zone omogenee”; contestava l’«inappagante genericità degli obiettivi settoriali» («quasi una pedissequa parafrasi degli articoli della legge 588»). Secondo Masia il documento presentato dalla Giunta si doveva considerare come un «pre-piano», «valido magari ai fini dell’approvazione da parte del Comitato dei ministri per il Mezzogiorno» (passaggio richiesto dalla legge 588), purché si avesse poi la volontà di mettere mano al Piano vero e proprio, tutto da scrivere. In conclusione, diceva, non avrebbe infranto la disciplina di partito con un voto contrario, ma non poteva tacere l’«intimissimo turbamento» con cui pensava «ai pastori, agli agricoltori, ai lavoratori in genere» della sua zona che vedevano «passare la rinascita ad altezze irraggiungibili sulle loro teste».

Questo atteggiamento di “critica costruttiva” improntò anche le interrogazioni di quel periodo (aprile-luglio 1963) che Masia volle riunire in un volumetto dal titolo Rinascita e no. Masia rivendicò esplicitamente quell’atteggiamento nella premessa del volume, sottolineandone l’assoluta aderenza agli atteggiamenti assunti durante le quattro legislature nelle quali aveva potuto sedere in Consiglio. Il volume si apre con tre citazioni: la prima dal messaggio di Paolo VI, Qui fausto die, del 22 giugno 1963: «L’ordine inequivocabile dell’amore del prossimo, banco di prova dell’amore di Dio, esige da tutti gli uomini una più equa soluzione dei problemi sociali»; la seconda dall’enciclica Pacem in terris di Giovanni XXIII: «Può verificarsi che un avvicinamento o un incontro di ordine pratico, ieri ritenuto non opportuno o non fecondo, oggi invece lo sia o lo possa divenire domani. Decidere se tale momento è arrivato, come pure stabilire i modi e i gradi dell’eventuale consonanza di attività al raggiungimento di scopi economici, sociali, culturali, politici, onesti e utili al vero bene della comunità, sono problemi che si possono risolvere soltanto con la virtù della prudenza, che è la guida delle virtù che regolano la vita morale, sia individuale che sociale. Perciò, da parte dei cattolici tale decisione spetta in primo luogo a coloro che vivono od operano nei settori specifici della convivenza, in cui quei problemi si pongono»; la terza del presidente Kennedy: «La democrazia è impegnata, in Italia, in uno sforzo politico che può avere molte importanti conseguenze, non soltanto per il paese stesso, ma anche per altri paesi d’Europa, nonché dell’America latina. Mi viene alla mente un aneddoto circa Abraham Lincoln. Dopo che egli fu eletto presidente, qualcuno disse: Che farà dei suoi nemici, signor Presidente? Lincoln rispose: Li distruggerò. Infatti li trasformerò in miei amici».

Mi pare che queste tre citazioni rappresentino bene l’approccio di Masia alla politica. Un solido ancoramento alla radici della fede e la consapevolezza dell’impegno per il bene comune a cui questa chiama i laici cristiani (non a caso le 95 pagine del volume sono costellate da 50 riquadri che riportano brani della Mater et magistra di Giovanni XXIII), una costante apertura al confronto vissuta alla luce di una coraggiosa prudenza.

Le interrogazioni raccolte investivano temi diversi. In quella sulle relazioni dei comitati zonali Masia metteva in luce i due aspetti dell’esperimento programmatorio: quello dell’efficienza centralistica (la programmazione dall’alto) che aveva nel Centro regionale di programmazione il suo braccio operativo, e quello della partecipazione democratica (la programmazione dal basso) garantita da organismi come i comitati zonali. I due «metodi», secondo Masia, dovevano «vicendevolmente integrarsi» per realizzare «un’autentica programmazione democratica». Sollecitava anche la messa in opera di tutti gli strumenti necessari per garantire l’aggiuntività e il coordinamento degli interventi. Due nodi critici che sarebbero costantemente tornati nelle polemica sulla realizzazione del Piano. In queste interrogazioni Masia ripropose anche tematiche che ricorrono spesso nei suoi interventi: per esempio il tema del decentramento, la cui attuazione avrebbe consentito di evitare – scriveva nel giugno 1963 – «sia l’ulteriore sviluppo elefantiaco della burocrazia regionale, sia l’affermarsi e il consolidarsi d’un molto deprecabile accentramento regionale».

Propose anche, nel quadro della richiesta di una codificazione normativa dell’assetto degli organi di governo, di affidare stabilmente «la materia della Rinascita» all’assessorato alle Finanze che avrebbe dovuto assumere, analogamente al Ministero romano, la denominazione di assessorato al Bilancio e alla programmazione. Questa indicazione fu accolta, almeno per l’accorpamento delle competenze, solo qualche anno dopo, a partire dalla Giunta Abis del febbraio 1970. L’esplicito riferimento alla Rinascita scomparve provvisoriamente nella Giunta Giagu del gennaio 1973 e, definitivamente, con la Giunta Soddu del gennaio 1977.

Si chiudeva, almeno nominalmente, l’evidenza della Rinascita come obiettivo/competenza di un assessorato specifico. Con riferimento agli ultimi due tempi della Rinascita desidero rapidamente ricordare un episodio dal quale sembra trasparire un atteggiamento critico di Masia verso la linea politico-istituzionale che segnò la seconda metà degli anni Sessanta: la “politica contestativa”. Masia ne accennò nel corso di un intervento a sostegno dell’operato della Giunta Corrias in occasione del dibattito consiliare sui risultati di un’inchiesta sulla utilizzazione dei fondi e del personale a disposizione della giunta nel corso delle elezioni per la quarta legislatura regionale 13.

Scusandosi con l’ideatore Paolo Dettori, Masia dichiarava di ritenere che il termine contestare/contestativo fosse improprio: meglio parlare di «rivendicazione», perché così si sarebbe posto l’accento sulla riaffermazione di un diritto ingiustamente negato. «La vera politica contestativa – diceva – è quella che sta facendo lo Stato nei confronti della Regione; è quello, di fatto, che si oppone alle rivendicazioni di questa e la contrasta». Valutava però positivamente i «nuovi e più compenetranti rapporti tra l’organo legislativo e l’organo esecutivo» che la Giunta Dettori aveva inaugurato e che avrebbero contrassegnato con ulteriori sviluppi anche il decennio successivo.

Nei primi anni Settanta Masia, come ho già ricordato, fu chiamato alla responsabilità di assessore alla Rinascita, Bilancio e Urbanistica. In questa veste si trovò a riflettere sulla sua intera esperienza politica in un intervento del 31 marzo 1971 14, il primo da quando era stato chiamato all’incarico assessoriale. Ribadì la sua fede nell’istituto autonomistico, pur con tutti i suoi limiti strutturali e applicativi (lo Statuto – diceva – era nato «mutilato», «per insensibilità etica e per ottusità politica»: l’autonomia non aveva quella «pienezza che molti di noi auspicavano» ed era ancora «lontana dall’aver dispiegato la pienezza della sua carica rinnovatrice»).

Ma a coloro che parlavano di crisi dell’autonomia ribatteva che si sarebbe dovuto piuttosto parlare di «crisi nell’autonomia». «L’essere qui oggi a discutere liberamente nella critica o nell’adesione i problemi grandi e piccoli dell’isola, questa è autonomia; l’aver prodotto in 22 anni una peculiare legislazione, certo imperfetta, ma anche indubbiamente provvida, questa è autonomia; l’aver elaborato ed attuato, primi in Italia, per non dire in Europa, una pionieristica programmazione ‘regionale’ (che va peraltro corretta, o, come è stato detto, addirittura ‘ribaltata’), questa è autonomia; l’aver suscitato nell’animo di tutti i sardi (anche e direi soprattutto in quelli che oggi mostrano la loro insofferenza e manifestano la loro protesta) la piena coscienza dei propri diritti rivendicativi, in aderenza alla propria individualità etnico-culturale, col ripudio definitivo dell’atavica, paziente, quasi fatalistica rassegnazione, questa è autonomia».

In sostanza, proseguiva, nessuno negava che la legislazione in corso avesse portato in luce «in modo clamoroso l’esigenza di un ripensamento critico sul modo di avveramento concreto dell’autogoverno in Sardegna»; le opposizione avrebbero però dovuto «salutare come un fatto estremamente positivo che la maggioranza abbia coraggiosamente recepito e fatta propria questa consapevolezza».

Di qui quasi un decalogo di obiettivi: tra cui la disciplina urbanistica, un rapporto sull’industrializzazione, la riforma della Regione, il Piano della pastorizia, la modifica della legge 7 del 1962 per attribuire, tra l’altro, ai comitati zonali nuovi poteri più aderenti a una programmazione per zone territoriali omogenee; un’accelerazione dei meccanismi di spesa degli ultimi fondi disponibili del Piano di rinascita (ancora 100 miliardi) e contemporaneamente l’individuazione di nuove scelte d’indirizzo e operative che consentissero «una dinamica di sviluppo» che realizzasse «adeguati equilibri territoriali e settoriali».

In questa occasione Masia sembrava recuperare quella dialettica permanente di “protesta-proposta” che aveva caratterizzato i rapporti tra la Regione e lo Stato negli ultimi anni: si trattava di «affermare l’esigenza di corretti rapporti tra Stato e Regione sul piano delle reciproche competenze nel rispetto rigoroso delle norme costituzionali che impongono ad entrambe le parti diritti-doveri imprescindibili»; riconfermare «in tutta la loro portata» le rivendicazioni dell’ordine del giorno-voto del 6 maggio 1966; «predisporre tempestivamente una mobilitazione psicologica di tutta la classe politica sarda e dell’intera opinione pubblica isolana» (analoga a quella che aveva preceduto l’approvazione della legge 588 nel 1962) per ottenere che i lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta portassero «ad un adeguato, concreto, risolutore provvedimento legislativo» che costituisse «per ampiezza di interventi e durata di finanziamenti, l’attuazione integrale del disposto dell’art. 13 dello Statuto».

La nuova stagione richiedeva però un forte coinvolgimento delle Regioni meridionali in tutte le fasi della programmazione nazionale, tale da porre davvero la questione meridionale come questione nazionale 15. Sarebbe dovuta essere questa la nuova frontiera della Rinascita. Per concludere. Giuseppe Masia non è stato, forse, tra i più importanti protagonisti dell’attività dell’aula di Palazzo viceregio: altri nomi ricorrono più frequentemente e segnano più significativamente i dibattiti consiliari. Nel complesso, però, i suoi interventi hanno l’impronta di una forte carica etica, di un costante impegno e di una sincera fede democratica. Molto dei temi messi a fuoco da lui sono ancora attuali: il rapporto Giunta-Consiglio; la modernizzazione dell’apparato troppo “ministeriale”; la scuola; il riequilibrio delle zone interne; la valorizzazione delle risorse locali. Mi consentirete di chiudere con una proposta. Per studiare la storia dell’autonomia e dei suoi protagonisti, per invogliare ed appassionare le giovani generazioni e avvicinarle alle istituzioni, occorre l’accessibilità delle fonti, a cominciare da quel corpus di documenti fondamentali (direi primari) che sono i dibattiti consiliari. A Sassari, per esempio, nessuna biblioteca possiede la collezione completa dei resoconti del Consiglio regionale. Per quelli del Parlamento, per fortuna, provvide un intelligente investimento del Banco di Sardegna, che quasi venti anni fa consentì al Dipartimento di Storia di acquistare la collezione completa in microfilm. Oggi gli atti parlamentari delle legislature repubblicane sono consultabili nel sito internet della Camera comodamente da casa o da un’aula scolastica o universitaria dotate di connessione internet. Sarebbe bella cosa se, per onorare i protagonisti dell’autonomia, anche il Consiglio regionale si proponesse di offrire agli studiosi (e ai cittadini in genere) un’uguale disponibilità.

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Note

1 Masia sarebbe tornato più volte su questo tema. Lo avrebbe indicato tra i «nodi fondamentali che le successive legislature regionali si palleggiano da troppo tempo» nel corso del dibattito sulle mozioni relative ai risultati dell’inchiesta disposta dalla legge regionale 25 maggio 1966 n. 3 “Sulla utilizzazione dei fondi e del personale a disposizione della Giunta regionale nel corso delle elezioni del quarto Consiglio regionale della Sardegna”. Gli altri “nodi” erano: il trattamento economico del personale dipendente dalla Regione; la delega delle funzioni amministrative agli enti locali; la revisione della legislazione regionale, «per togliere il troppo e il vano» e per «renderla consona alle mutate situazioni e aderente alle esigenze della politica di programmazione». Anche questi erano temi sui quali avrebbe insistito più volte.

2 G. Sotgiu, La Sardegna negli anni della Repubblica. Storia critica dell’autonomia, Laterza, Roma-Bari, 1996, p. 125.

3 Masia sembrava collegare a quest’ultima modifica una rilevante conseguenza “pratica”, cioè l’attribuzione ai consiglieri regionali dell’immunità parlamentare. Si trattava di una tesi formulata qualche anno prima da Francesco Cossiga (I membri dei Consigli regionali godono della inviolabilità parlamentare, in “Rassegna di diritto pubblico”, 1950, n. 3-4). Si esprime criticamente sul punto G. Zagrebelsky, Le immunità parlamentari, Einaudi, Torino, 1977, p. 31.

4 Sul punto si veda l’esaustiva ricostruzione di M. Cardia, La nascita della Regione autonoma della Sardegna. 1943-1948, Angeli, Milano, 1992; e la ponderosa antologia Le origini dello Statuto speciale per la Sardegna. I testi, i documenti, i dibattiti, a cura di M. Cardia, Edes, Sassari, 1995.

5 In un’interessante Relazione al Consiglio, data alle stampe per iniziativa di Masia nel 1957, la Commissione riassunse la sua attività allegando la documentazione relativa ai principali interventi normativi e le iniziative politiche sul tema.

6 Questa rivendicazione – va detto – non sempre fu coronata da successo: emblematico il tentativo di realizzare un’indagine sui comuni della Sardegna che fu bloccata dal presidente dell’Istat Lanfranco Maroi a salvaguardia delle prerogative dello Stato. Mi permetto di rimandare al mio Il Piano di rinascita della Sardegna: gli strumenti istituzionali e il dibattito politico, in La Sardegna. Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità ad oggi, a cura di L. Berlinguer e A. Mattone, Einaudi, Torino, 1998, pp. 995 ss.

7 L’intervento è in parte pubblicato nell’antologia Il Mezzogiorno al Consiglio regionale della Sardegna (1949-1979), a cura di M. Bagella, Angeli, Milano, 1993, pp. 308 ss.

8 Masia, invece, nel 1959, rivendicava la preminenza dell’amministrazione regionale nell’organo esecutivo del Piano, ma questo era ancora tutto da configurare. Masia pensava ad un ente autonomo, sul modello della Tennessee Valley Authority, che avesse sede a Cagliari.

9 G. Sotgiu, La Sardegna negli anni della Repubblica, cit., p. 131.

10 La reazione della Regione sarda fu sintetizzata in un opuscolo, predisposto dall’Assessorato alla Rinascita, dal titolo La Rinascita della Sardegna. Problema di carattere nazionale che presentava anche gli emendamenti proposti dal Consiglio al testo del disegno di legge.

11 L’intervento è parzialmente riprodotto nell’antologia Il Mezzogiorno al Consiglio regionale della Sardegna, cit., p. 318.

12 Il testo di questi documenti si può leggere nel primo volume dell’utile antologia Il Piano di Rinascita della Sardegna. Leggi e programmi, Gallizzi, Sassari, 1971, con una prefazione di Masia a quel tempo assessore alla Rinascita. Il secondo volume vide invece la luce nel 1979 e ricomprende la documentazione relativa al periodo 1965-1975.

13 Cfr. nota 1.

14 Si discuteva il bilancio preventivo della Regione per l’anno finanziario 1971.

15  Cfr. l’intervento di Masia nella discussione svoltasi nei primi giorni di giugno del 1971 sui disegni di legge all’esame del Parlamento relativi al futuro dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno: Consiglio regionale della Sardegna, Resoconti consiliari, VI legislatura, 4 giugno 1971, pp. 3561 ss.