Associazione tra gli ex Consiglieri Regionali della Sardegna
Rivista Presente e Futuro n. 21 - Dicembre 2008

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Manlio Brigaglia

Giuseppe Masia e il movimento cattolico nel Secondo Dopogerra

Nel 1942 Giuseppe Masia ha 28 anni. La guerra l’ha in parte risparmiato, anche perché una disposizione dello Stato maggiore ha richiamato in Sardegna (o stabilizzato nell’isola) i militari che stanno in Continente, nella previsione – strategicamente alimentata dai servizi di controinformazione degli Alleati – dalla previsione che l’attacco alla “Fortezza Europa” comincerà proprio dalla Sardegna.

Masia è ufficiale del Corpo di Commissariato militare, di stanza a Cagliari. A Cagliari si trova anche, in quello stesso periodo, Pietro Fadda, anche lui laureato in Giurisprudenza come Masia, ufficiale in servizio di quella sezione del Tribunale militare di guerra. Fadda, anche lui pozzomaggiorese (classe 1913, è quasi suo coetaneo), è già dall’adolescenza legato da profonda amicizia a Masia, a partire dalla comune esperienza nell’Azione cattolica. La contemporanea residenza a Cagliari offrirà ai due, man mano che si evolve la situazione politica, l’occasione di venire a contatto anche con gli ambienti cattolici cagliaritani, in ispecie con uomini della loro stessa età e come loro in servizio militare. Ma il centro di quella che sarà l’attività di Masia e Fadda è Pozzomaggiore. Qui si è formata la loro coscienza politica, che li porterà dal tipico atteggiamento di “afascismo” (come lo ha chiamato Raimondo Turtas: fenomeno del resto non solo isolano ma più latamente proprio di tanti giovani cattolici italiani) a posizioni di totale distacco dal regime e dalla sua politica. A rigore, Fadda e Masia non sono propriamente antifascisti: semmai, hanno maturato, più radicalmente e forse più tempestivamente di altri, la consapevolezza che la guerra è perduta e, soprattutto, che il fascismo è in caduta libera.

Questa stessa convinzione anima il fratello maggiore di Pietro Fadda, don Angelico, parroco di Pozzomaggiore: uomo di grande carisma, oratore di cui è stato perfino auspicato di vedere raccolte in volume le sue omelie, benefattore di poveri, ha raccolto intorno a sé un circolo di giovani – laici cattolici ma anche sacerdoti o, addirittura, seminaristi ancora al collegio teologico di Cuglieri – che quando acquisteranno visibilità in politica saranno chiamati “il gruppo di Pozzomaggiore”. Don Angelico è il loro ispiratore riconosciuto. Secondo la dichiarazione degli stessi interessati (sulla loro esperienza disponiamo di una serie di studi, che vanno dalla ricostruzione di Francesco Fresu alle documentate ricerche di Pasquale Bellu sino ai libri di memorie di Salvatore Fiori) una prima svolta avviene nel 1942, con il fondamentale discorso di Natale di Papa Pio XII. Un altro evento, forse di valenza meramente locale, ma di grande importanza per la crescita della coesione del gruppo è il trasferimento a Pozzomaggiore del sacerdote Salvatore Fiori. Anche lui pozzomaggiorese, 30 anni, è stato mandato a Pozzomaggiore, praticamente al “confino” (religioso, diciamo così) dal vescovo di Alghero, monsignor Ciuchini, stanco di dovere tamponare le proteste per i comportamenti eterodossi del sacerdote: che si è nutrito degli stessi testi della dottrina sociale cristiana cui si sono abbeverati gli altri componenti del gruppo, e quindi predica una Chiesa attenta soprattutto agli umili e insofferente (soprattutto lui, don Fiori) delle ipocrisie e delle gabbie burocratiche dell’organizzazione del clero.

Questa sua vocazione al sociale caratterizzerà soprattutto il suo lavoro di cappellano minerario, prima a Ingurtosu, dal 1943 al 1945, e poi, più a lungo, all’Argentiera, sin dopo il 1948 e, dal 1950 il lavoro di assistente delle Acli sassaresi. Grande oratore di piazza, don Fiori diventerà un personaggio pubblico, anzi un’autentica attrazione, soprattutto nella campagna elettorale del 1948, battendosi in animati e non di rado furiosi contraddittori con gli oratori comunisti (un focoso scambio di battute fra una agit-prop del Pci e quello che lei chiamava “il prete libertino” porterà a una serie di processi, in cui fu coinvolto – devo dire per una decisione incomprensibile, conoscendo la mitezza e il cuore della querelante, che era Nadia Spano – perfino Giuseppe Fiori).

Don Fiori rimase a Pozzomaggiore sino al maggio 1943, quando fu richiamato ad Alghero per essere poi trasferito ad Ingurtosu, nel luglio successivo. In quei mesi pozzomaggioresi il gruppo aveva continuato a fare proselitismo, pur con tutte le attenzioni del caso. Le riunioni, che a un certo punto diventarono un appuntamento settimanale, fisso, si tenevano in casa di don Angelico. Nei ricordi dello stesso don Fiori compaiono i nomi di altri giovani sacerdoti, a cominciare da don Pasquale Cuccuru, braccio destro di don Angelico nelle sue intraprese di beneficenza in tempi in cui lo stesso “approvvigionamento” dei viveri, come lo chiama Fiori, era un’autentica avventura; il parroco di Semestene don Antonio Maria Piu; don Salvatore Castagna, che Fiori – forse anticipando un po’ i tempi – indica come parroco di Macomer, Salvatore Dettori, cognato di Pietrino Fadda; ma si intessevano rapporti anche con elementi geograficamente più lontani, fra i quali vengono sempre ricordati Giovanni Filigheddu, di Arzachena, dottore in legge; il ragionier Mura di Macomer che anche Fiori ricordava come “tra i pochi fedelissimi di Pietro Fadda” e, soprattutto, Casimiro De Magistris (suo fratello Ignazio si avvicinerà alle posizioni del gruppo in un secondo tempo). Con Casimiro, che sarà più tardi prefetto di Sassari, in quel momento ufficiale a Bonorva, Fadda e Masia si erano conosciuti Cagliari, e attraverso di lui erano entrati in contatto con altri cattolici, in particolare i futuri parlamentari Enrico Carboni e Ignazio Serra, e ancora, il cappellano militare don Pietro Angius e il sacerdote algherese prof. Peana, che avrebbe avuto una notevole influenza in alcuni ambienti della Dc negli anni Cinquanta.

Prima ancora della caduta del fascismo il gruppo mise in circolazione il primo numero (faticosamente dattiloscritto) di una collana di Quaderni di Orientamento, in cui riversavano parte delle riflessioni che venivano suggerite dalla stampa cattolica che arrivava dal Continente (in particolare Azione sociale) e abbozzavano le linee essenziali del loro programma politico. E intanto, in quella che è ormai la vigilia della caduta del fascismo, lanciavano un loro appello clandestino ciclostilato, che sarà ripetuto e diffuso più largamente lo stesso 26 luglio. Dei Quaderni, non sarebbe uscito un secondo numero, perché il 25 luglio e l’8 settembre avrebbero chiamato i componenti del gruppo, e in particolare i due esponenti principali, Pietro Fadda e Giuseppe Masia, a un più diretto impegno militante che li avrebbe portati fin dentro le istanze del partito.

Come si sa, la Dc nasce in Sardegna sotto l’ala protettrice (e controllatrice) dell’episcopato: il segnale più clamoroso è rappresentato dal fatto che quando, a partire dalla stesso settembre, si progettò di costituire un qualche organismo organizzativo, si mise in piedi un comitato regionale di 11 membri, tante quante erano le diocesi: e infatti ogni vescovo aveva designato un suo rappresentante. Già prima dell’8 settembre, comunque, inizia un non breve periodo di confronto dialettico, e spesso tutt’altro che pacifico, fra il gruppo di Pozzomaggiore, che ha assunto il nome di Azione Sociale Cristiana, e la Democrazia Cristiana, vista per adesso, dai “pozzomaggioresi”, come una sorta di concorrente che, all’evenienza, dovrà venire a patti con loro. In realtà, De Gasperi aveva già scelto Antonio Segni come l’uomo a cui affidare l’organizzazione della Dc in Sardegna (c’è un curioso passo delle memorie di Salvatore Fiori in cui si ipotizza, ma senza scendere nel concreto, che cosa sarebbe stata l’organizzazione politica dei cattolici in Sardegna se la scelta di De Gasperi fosse caduta su Pietro Fadda).

Il gruppo tenta in un primo momento di salvaguardare la propria indipendenza, prendendo in considerazione l’eventualità di una federazione con altri gruppi della galassia cattolica italiana: Costantino, fratello minore di Giuseppe Masia, che è carabiniere a Roma, parla loro di un neonato Partito Cristiano-Sociale e Pietro Fadda viene mandato ad incontrarne i dirigenti. L’incontro non ha successo anche perché i romani sono sostanzialmente indifferenti a uno dei due cardini del programma di Pozzomaggiore, che è un’affermazione fortemente sardista, la richiesta di una autonomia che arriva sino ai limiti del separatismo: più d’uno dei componenti del gruppo parla apertamente di indipendenza dell’isola al punto che subito dopo il convegno regionale di Macomer, nell’ottobre del 1943, una delegazione di cui fanno parte don Angelico e Pietro Fadda, Giuseppe Masia e l’algherese Gavino Paolini riescono ad ottenere un’udienza presso l’Amministrazione militare alleata per la Sardegna, che si è appena insediata a Cagliari non tanto per prospettare la possibilità di una indipendenza dell’isola sotto la bandiera a stelle e strisce quanto per chiedere una sorta di autorizzazione a diffondere la loro propaganda separatista. Il “sogno” separatista metterà radici robuste nel gruppo. Quando nel luglio 1944, subito dopo la liberazione di Roma, Lussu potrà tornare in Sardegna, Masia e gli altri guarderanno a lui con la speranza – è una dichiarazione dello stesso Masia – di vedere nascere un grande partito dei sardi. “Ma Lussu – è sempre Masia che parla – fu per noi una grande delusione. Non veniva a fare il nostro grande partito, ma semplicemente a trasformare il PSd’A in una sezione del Partito Italiano d’Azione”.

La risposta delle autorità alleate è duramente negativa, e dunque si riprendono gli incontri con i dirigenti della Dc, dei quali peraltro, in qualche modo fanno parte gli stessi leader del gruppo pozzomaggiorese: basta pensare che quando i vescovi hanno dato vita a una serie di commissioni provinciali, nel consiglio direttivo sono stati chiamati come membri di diritto, accanto a Segni, non solo Fadda e Masia ma anche Casimiro De Magistris. Con Segni, Fadda, Masia e don Antonio Piu hanno un incontro a metà agosto: le due parti si guardano ancora in cagnesco, e Segni cerca di ridurre i “giovani” a più miti posizioni, soprattutto in vista del convegno regionale che si terrà a fine ottobre a Macomer. Sui “giovani”, del resto, che propagandano “l’applicazione integrale della dottrina sociale della chiesa a partire dalla “Rerum Novarum”, e la riforma agraria che chiamano “l’universalizzazione della proprietà privata” continuano ad accentrarsi sospetti e calunnie: “i tre”, cioè i fratelli Fadda e Giuseppe Masia, che chiedono anche la regionalizzazione del partito e la non compromissione di esso con la gerarchia ecclesiastica, vengono accusati di “criptocomunismo” e di volere una Sardegna socialcristiana indipendente”.

Al convegno di Macomer Fadda pronuncia un discorso molto acceso (Venturino Castaldi gli rimprovererà “la sfuriata”) e fa circolare un appello che raccoglie 86 firme. In effetti, il gruppo ha continuato a fare proseliti, soprattutto dopo la caduta del fascismo: fra gli altri Giovanni Del Rio (in questo momento anche lui sotto le armi a Cagliari), Enrico Sailis professore nell’Università di Cagliari, a Tempio l’avvocato Giovanni Scano (“Nanneddu”, che sarà deputato nella prima legislatura repubblicana), l’avvocato Giovanni Sotgiu e il giovane Giovanni Floris, figura emergente della Dc gallurese, considerato in qualche momento come una sorta di anti-Segni, l’insegnante algherese Pasquale Scanu, il direttore didattico ozierese Antonio Canalis (sarà anche lui consigliere regionale), l’arzachenese Giovanni Porcheddu, destinato a una carriera di alto funzionario della Regione, i sassaresi Nino Chessa, Dino Boi (anche lui futuro alto funzionario e poi consigliere regionale), il sindacalista Aldo Grimaldi, Pietro Dettori (che farà parte dalla primissima generazione dei “Giovani Turchi”), il ragionier Giovanni Perinu.

Dopo Macomer si capisce che il momento della resa dei conti si sta avvicinando: nonostante tutto ci sono forti resistenze ad entrare nella Dc, specie da parte di giovani (come, per esempio, Ignazio De Magistris, che non vuole avere nulla a che fare con un partito che resusciti i vecchi notabili del Partito popolare – nel suo mirino c’è soprattutto Amicarelli). Ma quando, il 26 novembre, i leader del gruppo (i due Fadda, Masia, Giovanni Filigheddu e il padre francescano Paolo Cocco, che è il superiore del convento dove avvengono questi faccia a faccia) si incontrano a Bonorva con una delegazione della Dc sassarese, Segni, Giovannino Lamberti e Vittorio Devilla, c’è un accordo sostanziale per la “fusione”, che è in realtà un “versamento” del gruppo nella Dc: una resa onorevole, in realtà, perché il gruppo conserva (e tenderà a conservare) una sua fisionomia autonoma anche dentro il partito maggiore, da una parte tenendo ferme le sue pregiudiziali sardiste e repubblicane, e dall’altra entrando in contatto con le correnti di sinistra della Dc nazionale: prima guardano a Rossetti, il cui gruppo, però, Masia definirà “integralista e intellettuabile”, ma in seguito si sposteranno sulle posizioni di Gronchi, con cui il delegato sardo De Ronco prenderà contatto in occasione del 1° Congresso nazionale a Roma nell’aprile del 1943. Segni – ha scritto Francesco Fresu – “attribuiva loro una certa vaghezza politica”, ma non c’è dubbio che in quei primi anni essi si posero, in campo regionale e, per il poco che potevano contare, sul piano dei rapporti con le centrali Dc come gli unici veri oppositori di Segni.

In novembre il ritorno dalla prigionia in Continente di Salvatore Mannironi, che andrà praticamente ad affiancare Segni nel lavoro di “costruzione” della Dc sarda, accelererà la pressione sulle posizioni dei poggiomaggioresi: a loro è dedicato il monito severo che Mannironi lancia con l’articolo “Parole ai giovani” sull’Ortobene del 14 gennaio del 1944; ripetuto anche (perché chi ha orecchie per intendere intenda) sul settimanale diocesano sassarese Libertà. Segni raccoglie l’invito che si legge fra le righe dell’intemerata di Mannironi e gli propone addirittura di espellere i guastafeste dalla Dc. Il gruppo, comunque, continua tanto il suo proselitismo di corrente quanto la sua propaganda sul programma.

È stato scritto che la loro posizione fu in parte rafforzata dalla recente nomina (gennaio 1944) ad Alto Commissario per la Sardegna del pozzomaggiorese Pietro Pinna Parpaglia, generale dell’Aeronautica, prigioniero negli Stati Uniti, rimandato in Italia da Roosevelt anche come tramite fra il governo del Sud e l’amministrazione alleata. Devo dire che non so quanto funzioni l’ipotesi, perché dai suoi diari di prigionia – e in parte dalla sua stessa carriera – Pietro Pinna sembra uno spirito fortemente laico, e di lì a poco – l’ho letto in un simpatico libro di Tonino Oppes uscito quest’anno, La memoria ha il sapore di menta – suo fratello Peppe avrebbe conteso con una lista civica (“Il cavallo”) l’Amministrazione comunale alla nobildonna Luisa Meloni Delogu, uno dei primi sindaci donna della Sardegna, cattolicissima, fedelissima sostenitrice di don Angelico, suo direttore spirituale.

Fadda e Masia fanno comunque sentire la loro voce nella Dc provinciale, come quando a giugno spingono il partito Dc a sostenere più energicamente la rivendicazione autonomistica (ma non passa una loro istanza a favore del separatismo). Il 5 giugno c’è a Oristano il primo congresso regionale della Dc, cui partecipa come delegato Giuseppe Masia; Fadda è eletto copresidente dell’assemblea.

Nel dicembre 1945 ci sarà, ancora ad Oristano, il congresso regionale del movimento giovanile della Dc; Masia, che nel convegno preparatorio di Macomer, a novembre, ha pronunciato una forte requisitoria contro le commissioni provinciali per la requisizione delle terre, che danneggiavano le cooperative, sarà eletto vice segretario regionale. Quando, nel 1946, si approssimeranno le elezioni, Fadda sarà uno dei più ascoltati oratori nei comizi di piazza; Masia, invece, secondo una sua stessa dichiarazione, andrà a parlare nelle sezioni.
Nel febbraio del 1947, al secondo congresso provinciale della Dc sassarese, Fadda sarà il primo degli eletti, e Masia il quarto, segno del consenso che ancora registravano fra gli iscritti. Nel 1948 Pietro Fadda sarà eletto alla Camera dei Deputati (e rieletto nella seconda legislatura repubblicana).

L’8 maggio del 1949 Giuseppe Masia sarà eletto consigliere regionale: lo sarà per altre sei legislature, sino al 1979, trent’anni. Già nella seconda legislatura sarà assessore agli Affari generali e agli Enti locali nella terza Giunta Crespellani.

Termina qui il segmento della biografia politica di Giuseppe Masia che mi sono ritagliato per questo incontro.

Quando, il 28 febbraio 1978, sarà chiamato, come decano dell’Assemblea, a pronunciare il discorso celebrativo del XXX anniversario dell’Autonomia, pronuncerà il suo discorso in logudorese.

La storia politica della sua giovinezza ci suggerisce che non era, quell’exploit ufficialmente condannato dal Consiglio nel 1981, un occasionale omaggio alla questione della lingua allora così attuale, ma un’epigrafe a ricordo degli anni animosamente “sardisti” della sua giovinezza.