Associazione tra gli ex Consiglieri Regionali della Sardegna
Rivista Presente e Futuro n. 21 - Dicembre 2008

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Felice Contu
presidente dell’Isprom

Desidero porgervi il mio personale saluto e ringraziare anche a nome dell’Isprom tutti coloro che hanno voluto essere presenti in questo incontro di studio promosso dall’Associazione degli ex Consiglieri regionali e dall’Isprom.

Non è mio il compito di tratteggiare un profilo biografico di Giuseppe Masia, né ho la pretesa di voler dire in proposito cose originali. Ma se ripercorro la mia lunga vita politica, mi rendo conto che conservo tanti ricordi personali del collega Masia, e mi riferisco in particolare agli anni in cui ricoprendo per due volte consecutive la carica di Presidente del Consiglio regionale della Sardegna, ebbi la fortuna di conoscere ed apprezzare l’uomo e il politico.

L’uomo innanzitutto, perché Giuseppe Masia era un vero gentiluomo, una persona d’altri tempi, come oggi si dice, signorile e garbato, mai violento nel linguaggio, composto nei gesti, aperto e disponibile al confronto, intellettualmente curioso e al contempo umile e pronto a mettersi in discussione. Mi colpiva la sua figura stoica d’asceta con il volto incorniciato da una barba alla nazzarena, ma mi colpiva soprattutto la forza morale della sua fede religiosa. Giacché egli era veramente un cristiano nella quotidianità della vita di tutti i giorni. Ma un credente, mi sia consentito l’accostamento, un credente della scuola di De Gasperi, tanto da saper coniugare la fedeltà ai valori della dottrina cristiana alla consapevolezza della necessaria autonomia dell’uomo politico impegnato nel sociale.

Ma il mio amarcord continua ricordando anche la sobrietà del suo tenore di vita. Viveva quasi da povero destinando le sue risorse a favore degli umili e dei derelitti. Ricordo che non c’era orfanotrofio, ricovero per anziani, opera di beneficenza che non trovasse in lui il benefattore riservato e generoso. Ma egli non fu soltanto un uomo di fede, egli fu anche politico attento che ha lasciato un’impronta notevole nella vita pubblica di quegl’anni. Certo il politico richiederebbe più complesse valutazioni e analisi, che io non ho qui il tempo di fare, ma che certamente i prossimi relatori sapranno regalarci. Tuttavia, mi preme sottolineare che una delle difficoltà storiografiche che stanno alla base della scarsissima letteratura sul tema deve ricercarsi nel fatto che Giuseppe Masia non aveva vocazione letteraria in politica. Per lui la politica era azione concreta, studio rigoroso, interventi efficaci. Non pubblicò mai interamente i suoi discorsi, e preferì attenersi alla regola secondo cui è più importante lasciare tracce durevoli di sé che non letteratura politica. Certo egli non amava le iperboli, non utilizzava metafore troppo impegnative, insomma non sapeva e non voleva usare facili retoriche che troppo spesso rischiano di nascondere la superficialità del pensiero.

Del resto la sua era una formazione democristiana della prima ora, militante, impegnata nel sociale, ma non certo eversiva o velleitaria. Anche se devo dire che nella sua giovinezza Giuseppe Masia, con il “gruppo di Pozzomaggiore”, soprattutto in sintonia con il deputato Fadda, aveva elaborato posizioni politiche che non potrebbero oggi essere considerate moderate. Il suo autonomismo dalla fine degli anni Quaranta era certamente avanzato, ed assai critico nei confronti dell’istituto regionalistico così come era uscito dalla Consulta prima, e dalla Costituente poi. Masia riteneva che lo sviluppo della nostra isola fosse intimamente collegato al potenziamento dell’autonomia. Infatti era decisamente assertore dell’idea che lo Statuto speciale, che considerava inadeguato, fosse subito da sottoporre a radicali riforme, che fosse necessario ampliare i poteri regionali, con posizioni che hanno anticipato le tante battaglie che oggi appaiono scontate e che invece suonavano eretiche nel clima politico degli anni Cinquanta.

Il suo pensiero va inquadrato nel clima dell’epoca, quando il sogno democratico, dopo la lunga parentesi del fascismo, si scontra con la dura realtà compromissoria della Costituente, tiepida se non qualche volta diffidente nei confronti delle autonomie regionali. Masia aveva dell’autonomismo una visione aperta, non localistica, così come ebbe modo di dimostrare quando negli anni Cinquanta fu assessore al Turismo.

Una gran parte del suo oscuro ma efficace lavoro, fu infatti dedicato al tentativo, allora audace, di esportare l’immagine della Sardegna nel mondo, perché Masia diffidava di quelle asfittiche visioni dell’autonomismo che sapevano di chiusura provinciale, di incapacità di esportare il marchio e l’immagine della Sardegna ai fini dello sviluppo endogeno e compatibile. Masia fu anche un convinto assertore della politica dell’identità, dato che è noto come egli si battesse per la tutela della lingua sarda, da lui considerata come prodotto ancora vivo e vitale, perfettamente ancorato alla cultura e al sentire della maggior parte dei sardi.

Così come si battè per la difesa del catalano-algherese. Era infatti orgoglioso di sentirsi sardo, catalano, italiano e soprattutto europeo.

Infine, Masia sarà di certo ricordato per il suo impegno in favore della cooperazione mediterranea. Ma non ne fece solo una bandiera culturale, dato che negli anni Ottanta, da vice presidente della Tirrenia si occupò concretamente di migliorare i collegamenti della Sardegna. Ma il naturale epilogo fu la presidenza dell’Isprom, durante la quale potè efficacemente difendere l’idea della centralità della Sardegna nel Mediterraneo, auspicando che la insularità potesse trasformarsi in una risorsa anziché in un ostacolo. E qui la sua visione autonomistica, aperta e moderna, trovava il suo naturale svolgimento. La proiezione mediterranea della Sardegna non poteva ridursi solo ai vecchi schemi della centralità geografica o geopolitica, ma il discorso inevitabilmente si spostava sui valori della cooperazione, della pace e dello sviluppo euro mediterraneo. Temi che oggi sono nell’agenda politica quotidiana ma che allora avevano il sapore solo di una felice profezia.

Il mondo, egli scriveva, è diventato policentrico, ma il Mediterraneo resta un crocevia nevralgico in cui per una ragione o per l’altra, si giocano ancora i destini del mondo. E concludo, perché Masia era un politico sobrio e misurato, pertanto, non avrebbe amato le celebrazioni troppo enfatiche. Perciò, in omaggio alla sua memoria è tempo di passare la parola ai relatori che meglio di me e al di là della retorica celebrativa, sapranno certamente illustrare il pensiero e l’opera del grande scomparso.