Associazione tra gli ex Consiglieri Regionali della Sardegna
Rivista Presente e Futuro n. 18 - Dicembre 2005

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Emanuele Sanna

Il presidente dei sardi

Quando con i familiari e alcuni amici di Mario abbiamo discusso della preparazione di questo incontro, a distanza di un anno dalla sua scomparsa, abbiamo cercato di individuare un tema, fra i tanti che sono stati al centro del suo impegno politico, e anche di assegnare un compito a quelli che avrebbero dovuto presentare con un breve contributo questo dibattito.

"L'autonomia della Sardegna è stata la bussola e la religione della mia vita politica". Mario lo ripeteva quasi ossessivamente soprattutto negli ultimi anni quando in tanti pronosticavano un superamento e un declino irreversibile dell'idea autonomistica.

"Il Federalismo solidale e paritario è la nuova, possibile e irrinunciabile frontiera dei sardisti e degli autonomisti di sicura tradizione democratica e antifascista, una frontiera nella quale ci dobbiamo battere e unire nell'era della globalizzazione e della faticosa e concreta costruzione dell'Europa che si costituisce in comunità politica e istituzionale di Stati ma soprattutto di Regioni e di popoli con la ricchezza delle loro diversità". Così Mario scriveva ad alcuni di noi, appena poche settimane prima della sua morte, esortandoci a non cedere al pessimismo e alla rassegnazione nel corso di una deprimente stagione della politica e dell'autonomia regionale.

Il tema di questo incontro quindi non è solo il più appropriato ma in qualche modo Mario lo ha dettato anche con le accorate sollecitazioni che ci ha rivolto prima di lasciarci.

Anch'io quindi dovrei concentrare il mio intervento su autonomia e federalismo e riflettendo su questo tema, dagli interventi scritti o trascritti e soprattutto dall'azione politica e istituzionale di Mario, si può attingere a un ricchissimo giacimento di indicazioni particolarmente preziose per il lavoro che adesso devono portare avanti i nuovi protagonisti della vita pubblica e culturale della nostra isola e in particolare quelli che nelle istituzioni devono prendere in mano il testimone che Mario Melis ha loro idealmente consegnato.

Il mio contributo invece si discosterà sensibilmente dal tema di questo incontro perché per quanto mi sia sforzato negli ultimi giorni per mettere a fuoco il filo conduttore del ruolo che Mario Melis ha avuto nella vicenda politica sarda e del suo costante richiamo al federalismo come componente originaria e peculiare del sardismo, non sono tuttavia riuscito a separare il profilo politico e culturale di Mario dalla sua straripante umanità.

Forse per molti è più facile parlare e scrivere di Mario Melis come protagonista politico; per me è quasi impossibile parlare di Mario senza che prenda il sopravvento un'infinità di ricordi e di episodi di carattere personale, momenti tutti strettamente intrecciati con i fatti politici della nostra Regione degli ultimi 30 anni, ma tutti anche indelebilmente segnati dalla profondità di un rapporto umano straordinario che si è consolidato e arricchito in particolare nella fase in cui si sentiva molto la sua assenza nelle assemblee elettive e parlamentari (dopo il 1994).

Io ho vissuto e condiviso con Mario un'intensa esperienza istituzionale nel corso della nona legislatura regionale, dal 1984 al 1989, quando lui presiedeva la Giunta e io l'Assemblea sarda. Quell'esperienza, contrassegnata anche da momenti di forti ed espliciti contrasti istituzionali nella interpretazione dei differenti ruoli e nella intransigente difesa delle prerogative dei due fondamentali organi della nostra Regione autonoma, ha segnato profondamente il mio rapporto politico e umano con Mario Melis.

Lo avevo conosciuto molti anni prima, a metà degli anni '70, attraverso il fratello Pietro che da nonno di una bambina talassemica combatteva con noi, soprattutto con i medici dell'equipe del prof. Silvetti e del prof. Antonio Cao, una difficilissima battaglia culturale e civile. Pietro Melis in quegli anni animava e guidava una combattiva e benemerita associazione costituita dai familiari dei malati non solo per mettere finalmente a disposizione della nostra comunità regionale il nuovo Ospedale delle Microcitemie ma soprattutto per sconfiggere la cultura della rassegnazione e della morte che in quegli anni segnava purtroppo il destino e la breve e dolorosa esistenza di tanti sardi che nascevano affetti da anemia mediterranea.

Quando lo incontrai la prima volta Mario Melis era senatore sardista nel gruppo della Sinistra indipendente (in virtù di un lungimirante accordo elettorale con il Pci guidato da Enrico Berlinguer), io ero un giovane pediatra ospedaliero che faceva un po' di apprendistato politico nel Consiglio comunale di Cagliari.

Qualche anno dopo ho incontrato di nuovo Mario nell'aula del Consiglio regionale sardo, e subito dopo nella incisiva esperienza della prima Giunta di sinistra, sardista e laica presieduta da Franco Rais che ottenne la fiducia del Consiglio regionale il 24 dicembre del 1980 sulle ceneri del fallimento del governo di unità autonomistica, guidato da Pietro Soddu.

In quella Giunta, che per la prima volta dalla nascita della Regione lasciava la Dc all'opposizione con ben 32 consiglieri regionali, Mario Melis guidava un assessorato fondamentale come quello della Difesa dell'Ambiente e io quello non meno complesso e impegnativo dell'Igiene e Sanità. Quella Giunta governò per poco più di un anno, ma lasciò comunque un segno profondo nei processi di cambiamento della Regione anche se fu rapidamente travolta dalle spinte incontenibili per normalizzare il quadro delle alleanze di governo tra il livello nazionale e quello regionale.

Nel corso di quella indimenticabile esperienza, nonostante le reciproche manifestazioni di stima e anche di simpatia umana, il mio rapporto con Mario Melis fu comunque sporadico e superficiale, frenato da quell'invisibile diaframma che impedisce spesso ai politici di coltivare una vera amicizia. La politica in prima linea costringe a vivere di corsa, ti fa incontrare un'infinità di persone e di luoghi ma non ti dà il tempo di vedere a fondo il paesaggio che attraversi, non vedi i dettagli e i colori, non apprezzi le sfumature che spesso sono l'essenza delle cose e dell'animo umano.

L'incontro vero e profondo con Mario Melis sul piano politico e umano per me è iniziato 20 anni fa, dopo le elezioni regionali del 1984. La prima Giunta di sinistra guidata da Franco Rais rappresentò una rottura imprevista e di breve durata non solo rispetto alle tradizionali alleanze di governo in Sardegna ma anche rispetto ai reali rapporti di forza tra i partiti rappresentati in Consiglio regionale (e per quanto incisiva quella esperienza ebbe una vita breve e difficile non solo per le manovre di Palazzo ma anche perché non aveva una chiara e robusta legittimazione popolare).

Con le elezioni del 1994 iniziava invece concretamente e su basi solide la vera stagione dell'alternanza di schieramenti politici e programmatici nel governo della nostra Regione autonoma.

Mario Melis e i sardisti furono i principali protagonisti di quel fondamentale passaggio della nostra democrazia autonomistica.

La nona legislatura si aprì tra forti tensioni politiche alimentate in larga misura dalle interferenze, talora un po' grossolane quanto velleitarie, dei massimi dirigenti dei partiti nazionali. A ben vedere il verdetto elettorale del 1984 era netto e incontrovertibile e disattenderlo sul piano delle alleanze di governo sarebbe stato un azzardo assai rischioso per tutte le forze politiche isolane. Con quel voto la differenza tra la forza rappresentativa della Dc e del Pci si assottigliò notevolmente (circa 30.000 voti e 3 seggi) ma soprattutto ci fu l'avanzata dirompente del Psd'a che conquistò 137.000 voti, 12 seggi e il ruolo di terzo partito per consenso popolare in Sardegna!

Lasciatemi anche dire che chi a Roma, nell'estate del 1994, si ostinava a tentare la strada tortuosa della formazione di una Giunta sarda politicamente omogenea alla maggioranza nazionale e, prima con le blandizie e poi con affermazioni insultanti, cercava di piegare a questo disegno i sardisti (magari rappresentandoli come una minaccia per l'unità nazionale e per la stessa legalità repubblicana), chi cercò di alimentare quella sconsiderata campagna di delegittimazione politica del Psd'a non solo rischiava di offendere la limpida e gloriosa storia democratica del partito di Camillo Bellieni e di Emilio Lussu, ma soprattutto sottovalutava l'orgoglio, la coerenza e la tempra politica e morale del gruppo dirigente sardista di allora e in particolare di Mario Melis.

Quando fu rieletto per la terza volta consigliere regionale guidando il suo partito (con Carlo Sanna, Michele Columbu e Italo Ortu) alla straordinaria riscossa elettorale del 1994 (e dopo aver rischiato con la morte di Titino Melis, non molti anni prima, l'estinzione dal panorama politico regionale), quando nel 1994 tornò nell'Aula di Piazza Palazzo Mario ricopriva la carica di deputato da poco più di un anno, carica che lasciò senza esitazioni per compiere una ineludibile missione: guidare una Giunta di alternativa autonomistica.

Mi sembra si possa anche dire che la sua leadership era di fatto senza alternative non solo per le inequivocabili indicazioni del corpo elettorale, ma ancor più per il prestigio e il carisma di cui era ormai largamente accreditato presso la pubblica opinione regionale e nazionale.

Io ho conosciuto Mario Melis nella sua effettiva caratura politica ed umana in quegli anni di difficile transizione democratica e ho avuto il privilegio di poterlo seguire da un osservatorio speciale presiedendo l'Assemblea legislativa sarda.

Mario è diventato Presidente della Regione all'età di 63 anni, una età che oggi, con i canoni di selezione e di ricambio della classe politica, viene giustamente considerata poco compatibile con le esigenze di rinnovamento.

Forse a questo proposito va sottolineato che pur avendo respirato e fatto politica fin dagli anni giovanili ha pesato nel suo percorso istituzionale il fatto di essere fratello minore di Pietro e di Giovanni Battista Melis e di appartenere a una famiglia che ha espresso figure di eccezionale spessore politico e culturale che hanno segnato la storia democratica e del sardismo nella nostra Regione.

E tuttavia, forte anche del prestigio e degli insegnamenti che gli derivavano dal suo retroterra familiare, Mario Melis ha espresso sicuramente il meglio della sua capacità e della sua creatività politica nel ruolo di Presidente della Regione sarda. Sotto il profilo istituzionale Mario Melis è stato forse il più poliedrico e blasonato perché come nessun altro esponente del sistema politico sardo ha rivestito quasi tutte le più importanti cariche elettive. Sindaco, consigliere e assessore regionale, senatore, deputato, parlamentare europeo, Presidente della Regione.

Ogni ruolo lo ha vissuto da protagonista, ma non c'è dubbio che quello nel quale la sua azione politica ha dato i frutti più maturi, quello nel quale la sua personalità si è intrecciata più profondamente con i sentimenti popolari, col rispetto e con la stima di una maggioranza ben più ampia di quella dello schieramento politico nel quale si era collocato, è stato quello di Presidente del governo regionale.

Mario Melis guidava un governo parlamentare, la struttura della sua Giunta era robusta e ne facevano parte forti personalità, allora pesava molto il ruolo dei partiti, la coalizione aveva un'ampia base parlamentare ma era figlia di un sistema elettorale proporzionale e di conseguenza viveva con una forte dialettica interna che avrebbe richiesto una continua e paziente mediazione da parte del capo dell'esecutivo.

Mario aveva molte buone qualità ma sicuramente non aveva copiosa la virtù della pazienza. Quando avvertiva che le tensioni nella sua maggioranza stavano superando il limite fisiologico e rischiavano di degenerare in congiure di Palazzo, Mario gettava sul tavolo del confronto politico il peso della sua intransigenza.

Va a questo proposito sottolineato che in quella legislatura, prima della radicale riforma del Regolamento interno, il voto era sempre segreto (non solo sulla fiducia alla Giunta e sulle dichiarazioni programmatiche ma anche su ogni legge o pronunciamento dell'Assemblea), e tuttavia se si vanno ad esaminare gli atti consiliari di quella legislatura, ricca di provvedimenti di grande rilevanza, si potrà positivamente constatare che i voti contrari al Presidente e alla sua Giunta furono pochissimi e che lo stesso fenomeno dei franchi tiratori (che ha come sappiamo avvelenato e delegittimato ciclicamente la massima istituzione democratica della Sardegna) in quella legislatura fu pressoché inesistente. Io penso che questa positiva anomalia rispetto alla endemica conflittualità e instabilità delle maggioranze di governo sia derivata in larga misura dalla forte e lineare personalità di Mario Melis.

In quegli anni c'era un'opposizione agguerrita e intransigente e il Consiglio era il luogo del conflitto politico e democratico. Mario Melis come capo della maggioranza veniva contrastato con durezza sul piano politico e parlamentare ma nessuno osava mettere in discussione la sua leadership istituzionale e autonomistica perché aveva dietro di sé il valore aggiunto della fiducia popolare e di una stima personale che andava ben oltre i confini di uno schieramento e di una stagione politica.

La Regione ha avuto tanti presidenti (anche troppi) ma quelli che come Mario Melis resteranno nella storia dell'autonomia, nella memoria e nell'affetto dei sardi, non saranno molti.

Sarà compito degli studiosi dell'autonomia approfondire l'analisi, le ricerche e il giudizio sul lascito politico di Mario Melis e partendo dai suoi scritti, dai resoconti parlamentari, dalle relazioni e dai discorsi di cui si può comunque reperire una registrazione o un riassunto ci sarà molto da scavare e da sviluppare anche sul piano culturale.

Mario leggeva ed elaborava e durante le sue lunghe notti insonni, selezionava e innovava i temi fondamentali della "questione sarda" osservando i mutamenti della società isolana in un ampio arco di tempo e soprattutto traeva ispirazione dal pensiero dei principali protagonisti del pensiero autonomistico e sardista (Tuveri, Fancello, Bellieni e Lussu, ma anche Gramsci, Laconi e Paolo Dettori).

C'è a mio avviso un lavoro utile da compiere per recuperare i suoi appunti, le sue scalette, le sue lettere che ha indirizzato, soprattutto negli ultimi dieci anni, a tanti di noi e attraverso i quali è possibile ricostruire la maturazione del suo pensiero politico. Sarà compito soprattutto delle associazioni e delle istituzioni culturali aprire il cantiere dell'indagine sistematica sulla testimonianza politica di Mario Melis (come si sta facendo proficuamente per altri protagonisti della più recente storia politica della nostra Isola) ma bisognerebbe promuovere una ricerca specifica e particolarmente accurata per far rivivere quello che io considero il patrimonio più vitale e più prezioso della lunga militanza democratica di Mario Melis: i suoi discorsi.

Non mi riferisco ai suoi interventi ufficiali e istituzionali, parlo di quella infinità di discorsi "a braccio" fatti in centinaia di incontri popolari, in ogni Comune della nostra Isola, nelle fabbriche occupate, nelle manifestazioni dei pastori, nei circoli degli emigrati sparsi in mezzo mondo, ovunque ci fosse una mobilitazione per uno stato di sofferenza sociale o anche un semplice incontro in una Pro-loco per parlare della Sardegna e della sua antica e tormentata storia. So che è difficile, ma qui c'è l'essenza della statura politica e culturale di Mario Melis perché nei suoi discorsi improvvisati si esprimeva al massimo grado la sua passione civile, la sua straordinaria capacità di catturare non solo l'attenzione ma i sentimenti più profondi di quella moltitudine di cittadini con i quali è stato direttamente a contatto durante il suo lungo percorso politico.

Esattamente due anni fa a Samugheo abbiamo assieme ricordato un esemplare sindaco sardista della ricostruzione democratica (l'avv. Emanuele Cau), scomparso qualche settimana prima. Lo abbiamo fatto in una toccante e affollata assemblea promossa dall'amministrazione comunale durante la quale Mario è stato ascoltato in religioso silenzio. Quando su sollecitazione dei familiari e di qualche amico giornalista ho chiesto a Mario di mandarmi la versione scritta del suo intervento ha raccolto la mia richiesta ma ha allegato anche questa significativa lettera:

"Caro Emanuele,
eccoti il mio "ricordo" di Melleddu Cao. Ho fatto, nelle condizioni di spirito in cui naufrago, quello che potevo. Mi accorgo, ancora una volta, che altra cosa è obbedire all'ispirazione che fiorisce con il dialogo con il pubblico (pur essendo monologo per me è, per larga parte, risposta e chiarimento alle domande, perplessità contrarietà o indifferenza che leggo negli occhi degli ascoltatori) ben altro è mettersi davanti un foglio bianco e dialogare con te stesso.
Spero comunque di aver restituito a me e a chi avrà la cortesia di leggermi un Emanuele vicino al vero.
con affetto
Mario"

Ecco, negli occhi della gente Mario trovava la sua ispirazione, la sorgente del suo pensiero e del suo appassionato impegno per il bene comune e per il riscatto della sua terra.

Io penso che dobbiamo ritrovare e far rivivere i suoi discorsi, dobbiamo farlo per evitare che tutto svanisca nella confusione dei ricordi e dei rimpianti.

Mi permetto di fare a questo proposito un sommessa raccomandazione: in questo cantiere in tanti possiamo impegnarci e dare un contributo rigoroso e sereno senza tentare però appropriazioni o manipolazioni che offenderebbero la linearità, la schiettezza e l'amicizia che Mario nella sua vita ha così largamente manifestato. Dai discorsi bisogna raccogliere alcuni frammenti non solo per evitare che vengano dimenticati e poi si allontanino dal nostro impegno politico ma soprattutto per ritrovare l'asse fondamentale del suo contributo alla crescita civile e democratica della nostra Isola.

Sul piano più strettamente istituzionale Mario Melis ha svolto una funzione molto efficace per ripristinare un rapporto di fiducia tra la Regione e la società sarda.

Dopo la bella stagione della rivendicazione autonomistica e delle lotte unitarie per la Rinascita la Regione faceva fatica ad essere pienamente rappresentativa delle istanze e dei mutamenti della società sarda e il compito più complesso e più delicato era, agli inizi degli anni '80, quello di riconnettere l'azione della Regione-istituzione con le aspettative e i diritti della Regione-popolo. Mario Melis ci riuscì pienamente lavorando senza soste e con grande concretezza sul piano sociale, su quello dei rapporti con gli organi centrali dello Stato e anche su quello della evoluzione dei rapporti politici tra tutte le forze dell'arco autonomistico.

Ricordo l'attenzione e il rispetto con cui i ministri, i vertici e gli organi del Parlamento, ascoltavano i suoi interventi per difendere la specialità della nostra autonomia e rivendicare una autentica solidarietà nazionale. Ricordo la fierezza e anche la veemenza con cui davanti al Capo dello Stato, al Presidente della Corte Costituzionale, al Capo del governo, ai Presidenti dei due rami del Parlamento a conclusione dell'indagine della Commissione bicamerale per le questioni regionali, presieduto dall'onorevole Armando Cossutta, nella cosiddetta "Auletta" di Montecitorio, affermava:

"Noi, signori, non chiediamo un'assistenza, né privilegi, né provvedimenti straordinari e speciali; noi chiediamo diritti e rispetto del patto costituzionale e di solidarietà nazionale dal quale è nata la Repubblica e il suo ordinamento regionalista. Lungi dall'essere un peso o una minaccia, noi siamo il cemento dell'Unità nazionale perché la Regione è Stato nel senso più alto e compiuto, perché la Regione è ordinamento, è governo, è territorio, è popolo, e io sono qui non come capo di un'amministrazione periferica ma come capo di un popolo".

Altro che separatismo!

Mario Melis diventato presidente dei sardi, in una delicatissima transizione verso l'alternanza di coalizioni politiche di segno progressista o moderato, con la sua forte personalità e con la sua storia personale non ha solo garantito un passaggio non traumatico verso maggioranze di sinistra, ma ha anche garantito un dialogo più proficuo fra tutte le forze democratiche.
Nel suo ruolo sapeva di poter parlare anche a nome dei tanti autonomisti di cultura cattolico-democratica che in quegli anni stavano all'opposizione ma con i quali, sempre da sardista, aveva fatto nel 1973, nella Giunta Giagu come assessore agli Enti Locali, una esperienza di governo che non rinnegava e della quale anzi, in un diverso contesto politico e sociale, rivendicava una funzione molto positiva per la crescita dell'autonomia e della società sarda.

Mario Melis è stato una preziosa cerniera per unire tutti gli autonomisti. Non facciamo solo una commemorazione commossa e paludata. Onoriamo la sua schiettezza e la sua sostanziale coerenza nel suo itinerario politico, all'interno del suo partito e nelle alleanze. Ha governato con i cattolici e con i moderati e ha governato poi con i comunisti sardi e con i socialisti, ma è rimasto sempre saldamente ancorato ai suoi ideali e ai suoi valori di fondo come sardista antifascista e di sinistra.

Mario Melis ha dato un contributo significativo anche per ancorare e rafforzare la battaglia per l'autonomia e l'autogoverno al valore dell'identità storica, culturale e linguistica dei sardi. Sul piano più strettamente culturale cercava incessantemente le nicchie, gli scrigni dove la nostra identità collettiva meglio conservava le sue peculiarità originarie.

Per questo viaggiava nei paesi dell'interno, nei siti storico-archeologici meno conosciuti e soprattutto nei circoli degli emigrati sardi, che erano, da Presidente e da parlamentare europeo, un campo magnetico privilegiato per i suoi dialoghi col passato come bussola del futuro. Sentiva che per ritrovare la vera anima della Sardegna occorreva andare spesso dai nostri emigrati che essendo stati costretti a lasciare la loro terra hanno difeso e custodito nel loro cuore la più genuina identità del nostro popolo.

Quei ragazzi poveri e pieni di sogni, sradicati a decine e centinaia di migliaia dai nostri paesi e sparpagliati nelle fabbriche e nelle miniere, nei campi e nei sobborghi di tutte le città del mondo cosiddetto sviluppato, con la dolorosa nostalgia delle loro famiglie si sono portati appresso i colori e i profumi, i canti e i balli, i miti e i sogni della loro infanzia, li hanno veicolati nei luoghi dell'esilio e tradotti nelle lingue sconosciute cercando spaesati gli impossibili sinonimi della loro lingua materna.

Per molti aspetti la purezza dell'identità degli emigrati ha resistito alle contaminazioni e alle omologazioni più di quanto non sia avvenuto per tanti sardi residenti che dai paesi dell'interno si sono trasferiti nelle città principali della nostra Isola.

È straordinario, mi diceva dopo i suoi viaggi, come i figli dei nostri emigrati coltivano la lingua e la storia della Sardegna mentre la trascurano i figli dei sardi dei paesi che si sono inurbati a Cagliari o a Olbia! Mario traduceva il sentimento dell'identità nel suo agire politico perché lo considerava la forza principale per affrontare con successo le sfide del suo tempo.

C'è un frammento della nostra comune esperienza istituzionale, che resta più di altri impresso nella mia memoria e riguarda un dialogo serrato con lui, con Jordi Pugal (Presidente della Catalogna ospite del Consiglio regionale nel 1984) e Giovanni Lilliu che, con la consueta cortesia e disponibilità, mi accompagnava per fare "da guida culturale" dell'illustre ospite. Il filo conduttore di quella discussione occasionale nella quale, soprattutto per merito della competenza di Lilliu, trovammo alla fine un'intensa sintonia fu, appunto, il valore dell'identità dei popoli e delle culture regionali.

Mario Melis assieme a Giovanni Lilliu si battevano più di tutti per proteggere anche con strumenti legislativi adeguati il nucleo originario della nostra tenace identità regionale, così come hanno fatto con grande lungimiranza gli autonomisti catalani dopo la lunga notte franchista.

Si tratta, a mio giudizio, di proteggere e di studiare quella radice antica e inestirpabile, impastata di natura e lingua, di carattere, di silenzi e di valori che hanno resistito nel corso dei secoli al torrente delle soprafazioni e dei modelli dei dominatori; quella radice, quel senso di appartenenza che riemerge come risorsa che mobilita verso un riscatto collettivo e verso l'autonomia integrale un popolo che vuole vivere con la sua distinzione e la sua sovranità in una comunità internazionale fondata sulla convivenza pacifica e sulla giustizia!

L'identità, l'autonomia, il federalismo, l'idea nazionalitaria nella concezione di Mario avevano un respiro internazionale e universalistico. Non c'era né chiusura né alcuna nostalgia isolazionistica sul terreno soprattutto dei processi politici e dei programmi sociali e di sviluppo economico ai quali Mario, da sardista, guardava e lavorava. Sorrideva o si infuriava quando sentiva le ricorrenti quanto sterili lamentazioni sull'isola condannata alla marginalità permanente per la sua condizione geografica.

Zona franca, la portualità, le vie del mare, la centralità e la cooperazione economica e soprattutto culturale euro-mediterranea erano i suoi orizzonti alternativi.

Ancora negli ultimi colloqui ritornava sempre sul tema dell'Isola come ricchezza, della separazione fisica che ci ha anche storicamente protetti e ci ha aiutato a non smarrire l'identità e ad arricchirla nel confronto con altri popoli distinti. Il mare è la nostra pelle e insieme la più grande via di comunicazione col mondo, con altre culture, con altre civiltà; è un ponte senza confini perché solo l'Isola attraverso il mare è in contatto con tutti.

Concludo. Difficile, come dicevo all'inizio, separare il percorso politico di Mario Melis da quello umano, però io penso che quelli che di più abbiamo dialogato con lui, negli ultimi anni e fino agli ultimi giorni della sua vita, così come abbiamo il dovere di custodire in un ambito di assoluta riservatezza le ansie e le preoccupazioni che lo tormentavano, abbiamo allo stesso tempo il dovere di trasmettere l'essenza del messaggio politico che ci ha consegnato e al quale ci richiamava in termini sempre più pressanti perché vedeva il rischio che non si realizzasse nel tempo assegnato alla sua esistenza.

Il suo sogno era quello di un grande movimento politico sardo e autonomista, con un rapporto fecondo e paritario con i partiti democratici e antifascisti del nostro Paese e con le grandi famiglie del riformismo e dell'autonomismo europeo; una grande forza unitaria che nella sua soggettività culturale e programmatica e soprattutto nel suo agire politico risponde solo alla sovranità del popolo sardo.

Nel nostro ultimo incontro a Nuoro forse capiva che la morte era vicina e lui sicuramente ci stava parlando, ma agli amici nascondeva qualsiasi nota di pessimismo o di tristezza. Lo ricordo, circondato dalle foto dei suoi antenati di cui parlava con affetto commovente, circondato dai suoi libri e della sue carte ma con le antenne sempre orientate sulle vicende del suo partito e di tutti i partiti autonomisti.

Più che a sé stesso e alla sua grave malattia guardava alla sua terra e alla sua comunità e pensava che i tempi fossero ormai maturi per un sardismo più largo e più diffuso dentro una casa politica più grande e più ospitale per tutti i veri autonomisti e per la maggioranza dei sardi, e allo stesso tempo vigilava perché il sardismo non smarrisse la sua identità delle origini e il senso del suo lungo cammino.

"Discutete ma non dividetevi", "il nostro futuro sta nel consolidare la grande unità del popolo sardo. Solo in questo quadro vedo fiorire iniziative, alleanze, sviluppo, lavoro, dignità e libertà".

Così scriveva al suo partito e a tutti noi nel suo ultimo messaggio e io penso (lo dico alla sua dolcissima moglie e ai suoi amatissimi figli, lo dico a ciascuno di noi) che anche questo incontro avrà un senso se noi lo sapremo tradurre in impegno e in azione politica concreta e soprattutto se saremo capaci di trasmetterlo alle nuove generazioni per il progresso, l'autonomia e il riscatto della Sardegna (che sono stati la bussola e la religione della vita di Mario Melis). Forza Paris.

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