Associazione tra gli ex Consiglieri Regionali della Sardegna
Rivista Presente e Futuro n. 18 - Dicembre 2005

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Andrea Raggio

L'autonomia come partecipazione

Ho sempre vivo il ricordo del discorso pronunciato da Emilio Lussu a Cagliari nel 1944, appena rientrato in Sardegna. È in quella occasione che ho scoperto la politica e un'idea di Sardegna per me del tutto nuova. Negli anni che sono seguiti il dibattito sulla questione sarda e sull'autonomia è andato sviluppandosi con crescente ampiezza. Non sono mancate le polemiche, anche vivaci. Ricordo quelle tra Lussu e Laconi, quando il dibattito toccava la rievocazione del nostro passato, compreso il tempo di Eleonora d'Arborea. Polemica curiosa, l'ha definita Umberto Cardia, perché nell'essenziale v'era consonanza tra Lussu e Laconi.

Comune, in effetti, era la visione dell'autonomia "intesa non solo come specifico ordinamento giuridico amministrativo, ma come istanza non sopprimibile di democrazia", modo d'essere della Sardegna nell'unità nazionale, apertura al mondo, strumento di rinascita. Comune la visione della questione sarda come questione nazionale e dell'unità del popolo sardo come questione essenzialmente politica. Questa visione dell'autonomia ha permeato la vita pubblica sarda sino alla metà degli anni '80, in particolare negli anni della Rinascita. Di quella esperienza s'è detto e scritto molto, luci ed ombre, ma con prevalente riferimento agli aspetti legislativi ed economici. In realtà gli anni della Rinascita sono stati segnati anche da un processo di partecipazione popolare senza precedenti. La straordinaria rapidità del mutamento del volto della Sardegna è dovuta in grande misura alla partecipazione popolare.

Tutto ciò è stato possibile grazie all'impegno posto dai partiti autonomisti, dalle organizzazioni sindacali e delle forze culturali nel tradurre quella visione dell'autonomia in cultura e azione politica, in lotta sociale, in iniziativa nelle istituzioni a tutti i livelli. Sul versante dei rapporti con lo Stato la partecipazione ha assunto con la politica contestativa il carattere della proposizione e rivendicazione di una politica nazionale orientata allo sviluppo del Mezzogiorno e della Sardegna. Sul versante interno la partecipazione è stata favorita dagli strumenti della programmazione.

Dalla seconda metà degli anni '80 la politica ha perso progressivamente contatto con i grandi cambiamenti nello scenario nazionale, europeo e mondiale, e con quelli intervenuti nella società sarda grazie alla rottura, sia pure tra limiti e contraddizioni, del sottosviluppo generalizzato.

Da qui la profonda crisi che ha investito la vita pubblica regionale, dalla quale stentiamo ad uscire anche perché abbiamo subito la tendenza nazionale a scaricare i limiti e le difficoltà della politica sulle istituzioni. Si è invocata la grande riforma istituzionale in nome della governabilità, del decisionismo e dell'efficienza, come se i mali del Paese fossero imputabili alle istituzioni e non alle cattive politiche e al cattivo governo. Si è invocata la riforma dello Statuto sardo. Ma in quale direzione riformare non si è mai detto con chiarezza. Si è rivendicata, cito testualmente, "una nuova forma giuridica della specialità", in quanto "l'autonomia speciale, nella forma storicamente assunta, è superata", ed ancora - cito sempre testualmente - si è evocato un "modello sardo-catalano" che compren-da i lineamenti di un'autonomia non solo speciale, ma particolare, basata sul riconoscimento che siamo il nucleo originario dello Stato italiano", si è auspicato un "modello nazionalitario".

Le cose sono andate come sappiamo. Le Regioni sono diventate istituzioni "governatoriali", qualche competenza in più, più stabilità politica ma meno democrazia. E la riforma costituzionale recentemente approvata dal Parlamento esaspera questa tendenza, facendo scempio della Costituzione.

Il falso mito delle grandi riforme istituzionali, evocate a copertura del vuoto politico, ha contagiato, in misura diversa, tutti. Si è persa di vista la necessità di fare quel che era indispensabile e possibile, cioè apportare gli aggiustamenti suggeriti dall'esperienza e in particolare, per la nostra Regione, dall'eurocostituzionalismo.

In Sardegna l'involuzione dell'Istituzione regionale in senso "governatoriale" è passata nell'indifferenza generale. L'impegno per la riforma dello Statuto si rinnova da oltre venti anni, senza costrutto. Persino la legge statutaria di cui all'articolo 15 è ancora da fare. Infine il cosiddetto nuovismo ha alimentato la proliferazione dei partiti e la personalizzazione della politica. Non ha giovato per niente alla democrazia.

L'esperienza di questo primo anno di legislatura dimostra che, nonostante l'innegabile impegno della Giunta in direzione del rinnovamento, le difficoltà della politica regionale permangono. Le novità introdotte con la legge elettorale e nel funzionamento dell'Istituzione Regione non solo non le hanno attenuate ma rischiano di aggravarle.

Che fare? Un bandolo che può aiutarci a sbrogliare questa complessa situazione è proprio quello della partecipazione, che non è ovviamente soltanto ricerca del consenso.

La tendenza a ridurre l'autonomia a mero problema di efficienza, a ridurre la questione sarda a questione dei sardi, e così pure quella meridionale, va decisamente contrastata con un forte rilancio dell'autonomia, della questione sarda e di quella meridionale, nei termini in cui oggi si pongono. Non mi sembra che la realtà spinga ad uno sradicamento della visione originaria dell'autonomia, semmai ad irrobustirla, nella direzione appunto della democrazia partecipativa.

Intendo riferirmi, innanzi tutto, al fatto che la questione sarda è oggi segnata, come quella meridionale - qui sta la maggiore novità - dall'intreccio tra questioni nazionali e sovranazionalità. E, dunque, l'autonomia deve essere intesa anche come istanza di democrazia sovranazionale.

Mi riferisco, inoltre, al fatto che nella realtà nazionale e comunitaria la tutela politica delle prerogative autonomiste si accompagna sempre più a quella giuridica, e la forza politica di una Regione come la nostra risiede principalmente nella partecipazione. Mi riferisco, ancora, alla considerazione che la strategia di uno sviluppo nuovo deve far leva sulla valorizzazione delle potenzialità - risorse e opportunità - insite nella società sarda uscita dal sottosviluppo generalizzato, nei processi di integrazione europea e di cooperazione euromediterranea, nei nuovi e più ampi mercati internazionali.

Decisive sono, dunque, la partecipazione della Regione alle scelte nazionali e comunitarie e la mobilitazione delle energie culturali, professionali e imprenditoriali della società sarda. Decisiva è la partecipazione dei cittadini al governo della Regione e del Paese.

La sfida dello sviluppo nuovo si vince sul terreno della partecipazione. E la chiave della partecipazione sta, innanzi tutto, nella saldatura tra emergenza e prospettiva. Sta nell'adozione di "politiche di contesto", concernenti la nostra posizione rispetto alle politiche nazionali e comunitarie. Sta nella vitalità democratica della Regione, nell'avvio di un processo di trasformazione della Regione da istituzione gerarchicamente sovraordinata in Regione ordinamento di autonomie.

La nuova articolazione territoriale in otto Province si giustifica solo in questa prospettiva, come asse della Regione ordinamento. Senza una tale riforma i nuovi enti rischiano di essere confinati in attività amministrative modeste, anche a causa delle loro ridotte dimensioni demografiche ed economiche.

L'autonomia, infine, vive come partecipazione se è parte inscindibile di un sistema interattivo di pluralismo istituzionale, nazionale ed europeo, fondato "non su rigide e permanenti distinzioni di competenze tra i diversi livelli di governo […] ma su collaborazioni intense e continue tra tutte le istituzioni". (Romano Prodi).

Ecco perché l'inserimento nella cosiddetta riforma costituzionale della clausola della competenza legislativa esclusiva delle Regioni suscita preoccupazioni. La "esclusività legislativa" è sempre meno rigida persino nei rapporti tra lo Stato e l'Unione europea.

Estenderla alle Regioni senza prevedere contestualmente meccanismi che integrino l'esclusività con la flessibilità, significa fare del regionalismo un sistema a compartimenti stagni, un sistema che esaspera i divari economici e sociali e la disuguaglianza dei cittadini, che ostacola la partecipazione delle Regioni deboli alle scelte nazionali e comunitarie e spinge verso chiusure regionalistiche a tutto danno dell'unità nazionale. Estesa, in particolare, al campo della sanità e della scuola porta alla regionalizzazione dei diritti, e contrasta, dunque, col principio costituzionale dell'eguaglianza dei cittadini nel godimento dei diritti fondamentali. L'istituzione di un Senato federale che di federale ha solo il nome completa l'opera di disintegrazione dell'ordinamento democratico della Repubblica, di cui il regionalismo è aspetto essenziale.

In conclusione, le direzioni in cui operare per il rilancio dell'Autonomia sono, a mio parere, il riequibrio e il rafforzamento degli organi della Regione, l'ampliamento delle competenze, la partecipazione. La partecipazione è potere.

L'autonomia è un patto tra lo Stato e la Sardegna, garantito dalla Costituzione. Il patto va certamente adeguato al mutare dei tempi. Ma se si fa scempio della Costituzione, si fa scempio anche dell'autonomia.
L'autonomia, dunque, non è solo Statuto. è cultura, politica, etica. è apertura al più ampio orizzonte nazionale ed europeo. è sensibilità ai drammi che scuotono il mondo e rendono incerto il futuro dell'umanità. Ecco perché non dobbiamo imprigionarci in un gretto regionalismo. L'autonomia non è una fortezza entro cui asserragliarci nella difesa dagli assalti del mondo moderno. Non dobbiamo elevare barricate, ma gettare ponti.

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