Associazione tra gli ex Consiglieri Regionali della Sardegna
Rivista Presente e Futuro n. 18 - Dicembre 2005

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Eugenio Orrù

Sull'identità

Sull'identità si potrebbe esordire così: l'identità è il nome, il cognome. L'identità è la storia di sé, il passato, il presente, il divenire. L'identità è la capacità e la qualità dell'esistere, del pensare e del fare. È singolarità e pluralità, è specificità. È affermazione di sé, è progettazione del futuro. L'identità è tutto questo.

Vale per il singolo, vale per la collettività, vale per un popolo.

L'identità è autoconsapevolezza, autocoscienza, coscienza critica di sé e del mondo.

L'identità non può fondarsi sulla dimensione del mito, sulla costruzione fantastica, ma, per il passato, impone il rigore del giudizio storico e, per il presente, impone l'esattezza, direi, scientifica dell'analisi e della valutazione.

Il termine identità è oggi di attualità prorompente e si riveste di significati, di valori e, soprattutto, di un'autoconsapevolezza del tutto nuova e inedita.

Ma il tema dell'identità è tema antico. Tema significativo ed esemplare nella storia del pensiero umano. Si può partire dall'antico "Conosci te stesso" della sapienza originaria dei Greci alla visione della multiculturalità dei sofisti, al "Che cos'è" socratico, al "Questo qui" aristotelico ovvero a quel principium individuationis che ritroviamo ancora nei pensatori medioevali (si pensi a San Tomaso, a Duns Scoto con l'haecceitas), alla nuova dimensione del tema nei grandi intellettuali del Rinascimento, che declinano l'identità come dignità dell'uomo, come riscoperta della centralità dell'uomo.

Penso al sogno universalistico di uomini, pur diversi e di epoche diverse, da Pico della Mirandola a Giordano Bruno, a Spinoza, a Leibniz, a Kant, in qualche modo in sintonia nel disegnare i termini di una cultura superiore, di un mondo giusto e pacificato, senza più guerre, come fa Kant in quel libro emblematico che ha per titolo Per la pace perpetua. Penso ancora all'identità della grande rivoluzione culturale dell'Illuminismo, con la sua incrollabile fiducia nel progresso e nella conquista della felicità umana.

E mi piace richiamare il concetto moderno di identità e di autocoscienza di popolo e di nazione che matura e si sviluppa soprattutto a partire dal primo Ottocento, sino all'attuale consapevolezza critica, all'autocoscienza e alla soggettività di popoli, etnie, culture, sensibilità, differenze, diversità che oggi emergono e caratterizzano la cosiddetta società complessa e la peculiare identità dello Stato e della società contemporanea, in un mondo sempre più omologato o globalizzato, ma, ad un tempo, straordinario ed inestinguibile universo di pluralità, di diversità e di soggettività.

La storia dell'identità o delle identità, delle soggettività, delle differenze, delle diversità è la storia complessa dell'uomo. Storia di violenze, di sopraffazioni, storia di morte e di incommensurabili distruzioni, storia di ferocie infinite.

Ma è anche storia dell'affermazione di valori imprescindibili e delle idealità più alte. È la storia grandiosa, tormentata e tortuosa della straordinaria civiltà dell'uomo, della sua crescita materiale, della sua maturazione intellettuale e morale.

La storia di ogni identità è storia plurale. Inestricabilmente plurale. L'incontaminata esclusiva purezza non esiste, non è mai esistita. Così per il popolo sardo, per la sua o le sue identità. Così per tutti i popoli, anche per le più arcaiche comunità primitive dell'uomo preistorico.

Se ci limitiamo a scrutare la nostra identità di Sardi, a partire dall'età nuragica, vediamo all'orizzonte i Greci, i Fenici, gli Egiziani, i Punici, i Romani. E l'intreccio continua con i Vandali, i Bizantini, gli Arabi, i Pisani, i Genovesi, i Catalani, gli Aragonesi, gli Spagnoli, persino gli Austriaci, per finire con i Piemontesi. Sino all'Unità d'Italia.

È una storia di violenze e di sopraffazioni, ma anche di scambi, di interlocuzioni, di crescita civile e umana. Storia di conflitti, di sconfitte, ma anche di riscatto e di crescita.

Ecco, le nostre radici - come per tutti i popoli - stanno qui, in un intreccio contorto di sedimentazioni. Non solo la nostra storia, ma anche le nostre radici stanno in questo intreccio. Hanno questa base, questi fondamenti la nostra identità, la nostra storia, il nostro presente, la nostra capacità di futuro. Alla nostra identità, a quel che noi siamo e facciamo dobbiamo guardare con grande rigore critico, come deve guardare a se stesso il singolo che vuole crescere e affermarsi.

Le costruzioni fantastiche non servono. Sono fuorvianti. L'affermazione dell'identità dei Sardi, come quella di tutti i popoli del mondo, non ha bisogno di concezioni di eccellenza, né di lamentazioni, oggi così spesso interminabili e persino fastidiose.

Purtroppo, anche nell'età contemporanea, anche oggi, il fatalismo, la rassegnazione, la povertà materiale e culturale hanno segnato la Sardegna e tante altre soggettività, etnie, popoli del mondo, mentre il mito dell'eccellenza, la volontà di dominio e anche di sopraffazione hanno cementato la forza e la coesione degli Stati, soprattutto delle grandi potenze, che hanno oppresso persino i propri popoli o parte di essi, che hanno asservito altri Stati e altri popoli. È accaduto col colonialismo, con l'imperialismo. Accade oggi con la globalizzazione.

La storia, anche recente, ci dice - era il pensiero di Lussu - che il mito dell'eccellenza e della volontà di dominio di un grande Stato genera spesso tragedie. In un piccolo Stato, in un piccolo popolo la storia ci dice che il mito dell'eccellenza è cosa risibile e può, anche in questo caso, trasformarsi in tragedia.

Il mito dell'eccellenza, la volontà di potenza e di sopraffazione hanno generato il razzismo, il fascismo, il nazismo. Hanno prodotto due guerre totali, due tragedie immani e oggi determinano cento guerre infinite, l'inarrestabile distorsione di risorse materiali e umane, il sottosviluppo endemico, la fame, le malattie, la morte, l'annullamento totale delle identità.

Per noi stessi, per la nostra prospettiva di sviluppo e di civiltà, per lo sviluppo e per l'affermazione di un mondo di giustizia e di pace noi sardi non possiamo costruirci la nostra identità come identità di eccellenza o di autocommiserazione, di lamentazione infinita, né possiamo coltivare l'ideale dell'isolazionismo, l'ideale dell'ostrica o della conchiglia, che stanno chiuse nel proprio guscio o dei coralli, nella bella metafora di Nereide Rudas, che stanno sommersi nell'acqua.

Una moderna vincente concezione dell'identità si fonda sulla rigorosa e critica coscienza di sé, che vuol dire coscienza delle proprie qualità e dei propri limiti. Qualità e limiti che stanno anche nelle proprie radici, non solo nella propria storia e stanno nel proprio presente, nella capacità di affermazione di sé, nella capacità di autogoverno, di autosviluppo, di rapporto con gli altri, nella capacità di fare e di progettare. Quindi, l'identità non può che essere robusta e critica coscienza di sé, dialogo, confronto, progetto, apertura al mondo, risposta alle sfide del presente.

Il popolo sardo è un popolo distinto per storia, per cultura, per lingua. Antonio Gramsci lo aveva ben chiaro. Così, altrettanto, sono tutti i popoli, in Italia, in Europa, nel mondo. E come tutti i popoli, il popolo sardo è, per radici, per storia, per cultura, per lingua, per costumi e tradizioni, per sensibilità, una realtà pluralistica, che vive, come tutti i popoli, in una realtà pluralistica più ampia, quella dell'Italia, dell'Europa, del mondo. Noi siamo e dobbiamo perciò sentirci Sardi, Italiani, Europei e cittadini del mondo. Non può esserci spazio per assurde, anacronistiche e risibili purezze di radici, di storia, di cultura, di lingua.

Questa esclusività o questa purezza è un mito, anzi una mistificazione. Così come risulta curiosa e singolare l'agitazione attuale contro i cosiddetti "italianisti".

I Sardi possono affermare la propria identità, la propria soggettività, e vale per i Siciliani, per i Calabresi, per i Pugliesi e così via, se sanno convivere, se sanno competere, se sanno contare. E sanno contare, se sanno anche vedersi criticamente, correggersi e mutare, per esprimere il meglio di se stessi e lasciare il peggio. Che c'è.

Se sanno "costruire", non da soli, ma insieme, e non contro, ad esempio, i Calabresi, i Siciliani, i Romani e tanti altri, in condizioni nuove di competizione, di convivenza, paritaria in un' Italia, in un'Europa, in un mondo pacificato, fondato sulla certezza delle regole, dove sia possibile per tutti la difesa della propria identità, della propria soggettività, per sconfiggere per sempre la sopraffazione, il sopruso, la prevaricazione.

In questa dimensione la mondializzazione, la cosiddetta globalizzazione, che non nasce oggi e ha una storia antica, ma che oggi si presenta in forme del tutto nuove per l'eccezionale sviluppo della scienza e della tecnica e per gli inediti, raffinatissimi strumenti di coercizione e di dominio, la stessa globalizzazione può e deve diventare un fatto positivo straordinario, la strada per l'affermazione dell'identità.

L'identità è autocoscienza, prima di tutto. C'è una bella immagine di Hegel, allorché egli afferma che "le autocoscienze non possono esistere e vivere se non in rapporto con le altre autocoscienze". L'identità del popolo sardo diventa forte, può, deve diventare forte, cosi come quella di tutti i popoli, solo in questo rapporto.

Tre presupposti essenziali fanno vivere e rafforzare l'identità: 1) la conoscenza e la cultura; 2) lo sviluppo e la crescita materiale; 3) l'autogoverno.
Primo presupposto: la conoscenza, la cultura.

L'identità non è solo radici, ma è storia di cultura, di lingua, di civiltà. Questa identità deve affermarsi in tutte le sue espressioni positive ed essere superata e vinta in tutte le sue manifestazioni negative, che ci sono, che dobbiamo saper vedere e valutare, come la rassegnazione, il fatalismo, il provincialismo, la sottocultura. Che ci sono.

Occorre una vera e propria rivoluzione culturale. E dobbiamo liberarci da tanti luoghi comuni, da tante false contrapposizioni. Anche nel giudicare noi stessi. La storia della Sardegna è storia di radici plurali, è storia complessa - come per tutti i popoli - di civiltà rurale e di civiltà urbana. Dobbiamo liberarci dalle mitiche rappresentazioni della storia della Sardegna come storia puramente rurale, cosi come vanno superati quegli atteggiamenti, che ancora persistono, di svalutazione sostanziale della nostra storia, della nostra cultura, delle nostre radici. La nostra storia è storia plurale di valori e di culture, di lingue distinte e pur comuni.

Sbaglierebbe e sbaglia molto chi si attarda a non vedere la complessa ricchezza unitaria, plurale, di differenze e di soggettività dell'identità della Sardegna. E sbagliamo a non vedere la storia e la cultura urbana della Sardegna, la storia di una Sardegna colta, che c'è stata e c'è, più che mai, non inferiore a quella di altri popoli, di altre regioni, come hanno spiegato Renzo Laconi, Umberto Cardia, con ampiezza di orizzonti, anche se la Sardegna compare nei manuali di storia soltanto come pegno di baratto delle grandi potenze. Sbaglia ancora chi insiste in sempre più fastidiose contrapposizioni e gerarchie di lingua, di cultura, di civiltà in una rappresentazione spesso mitizzata dell'identità sarda.

Si consideri, ad esempio, l'assurda pretesa di imporre una variante linguistica sulle altre (il logudorese?), come unica lingua sarda, e ancora si pensi all'esaltazione del "pastoralismo" come base e radice esclusiva della cultura e dell'identità della Sardegna.

Di fronte alle tante identità mitizzate o inesistenti o mai esistite l'antidoto, fondamentale e non sostituibile, è lo studio, la ricerca. Nell'ottica della cultura del fare, del progettare, del costruire per governare i processi, per cambiare.

Partendo dalle radici, ma senza rimanerne prigionieri e guardando soprattutto ai frutti dell'albero dell'identità (per far crescere l'albero!), valorizzando le espressioni più alte della nostra cultura e della nostra civiltà per misurarci col mondo, con la modernità. Ai più alti livelli della cultura, della scienza e della tecnica.

Secondo presupposto: lo sviluppo, la crescita materiale.

Sento anche chi si attarda in sterili contrapposizioni in una sorta di surreale guerra di povertà: zone interne, zone costiere e cosi via, mentre viviamo una realtà con centinaia di migliaia di disoccupati e mentre l'emigrazione riprende e si infoltisce. Persino l'emigrazione intellettuale.

Purtroppo, tutta la Sardegna è in ritardo di sviluppo, naturalmente con le eccezioni. Ma tutta la Sardegna può dare molto, anzi moltissimo. La battaglia per lo sviluppo, per la crescita materiale non può che partire da una visione unitaria e globale della situazione della Sardegna. Dobbiamo valorizzare l'ambiente, il territorio, serve un'economia agro-alimentare florida e ricca, servono le risorse energetiche, lo sviluppo industriale, lo sviluppo commerciale (siamo un'isola al centro del Mediterraneo), il turismo, le infrastrutture, tante infrastrutture e la continuità territoriale. Serve tutto lo sviluppo possibile, senza il quale non c'è spazio per dissertare di identità, né forte, né debole.

Servono lo sviluppo e la valorizzazione di tutte, tutte quante, le potenzialità esistenti. E alla base di tutto, non sostituibile, non surrogabile sta la cultura: più cultura, più conoscenza, più sapere, che si costruiscono non con un semplice atto di volontà, ma potenziando, prima di tutto, il ruolo e l'organizzazione della scuola, dell'Università, della ricerca, della formazione professionale.

Terzo presupposto. L'autogoverno.

L'identità si afferma pienamente con l'autogoverno. L'identità del popolo sardo ha avuto la prima espressione fondante per l'età moderna, in analogia con la storia di tutte le nazionalità europee, all'epoca dei Giudicati. Poi questa identità e stata compressa, denegata, svilita, deprivata, ma non vinta del tutto. Chi abbia presente il lungo cammino della storia, sa che questa identità, nonostante le molteplici avversità, ha conosciuto nel corso dei secoli, inequivocabili momenti di luce. Ricordo, per tutti, l'ultimo decennio del Settecento, ricordo, nell'Ottocento, dopo l'Unità d'Italia, quella vera e propria pietra miliare costituita dalla nascita di una matura consapevolezza storica, culturale e politica dell'esistenza di una "questione sarda".

Ricordo ancora l'alta espressione di coscienza rappresentata nel primo Novecento dal sorgere del movimento autonomistico che culmina, dopo la caduta del fascismo, con l'istituzione dell'autonomia speciale, che rimane indubitabilmente il momento più significativo e importante dell'affermazione della nostra identità nell'età contemporanea.

L'autonomia speciale si fonda sulla nostra identità di popolo distinto, né mai si sarebbe affermata senza la reale conquista di una moderna, matura coscienza della propria identità da parte del popolo sardo.

Ma questa identità non può vivere nella contemplazione del passato. Di un passato, per altro, solo sognato o mai esistito. Non può vivere, certo, in uno Stato autoritario e accentratore, ma neppure deve coniugarsi con la contrapposizione, con il separatismo, con l'indipendentismo, il cui epilogo potrebbe anche trasformarsi in un amaro e tragico asservimento.

La nostra identità deve vivere nell'interazione, nella solidarietà. Dentro l'Italia, dentro l'Europa. Perché l'identità della Sardegna, per effetto di un lungo, complesso, tortuoso, contraddittorio, ma inconfutabile percorso storico, è identità di cittadini sardi, italiani, europei.

E questa nostra identità è fatto costitutivo della realtà pluralistica e pluri-etnica dell'Europa, della nuova Europa dei popoli.

In quest'ottica, dopo aver perso tanto tempo, va difesa e potenziata la specialità, va attuato pienamente lo Statuto, va posta in essere un'opera sistematica di razionalizzazione legislativa e organizzativa della Regione. Va affrontato subito il problema del nuovo Statuto, per costruire una Regione più democratica e più forte e autorevole, con reali potestà ed efficaci strumenti di autogoverno, in tutti i campi e in tutte le materie per le quali non sia indispensabile il ruolo unitario dello Stato.

Serve non uno staterello in sedicesimo, magari centralistico e clientelare. Serve una Regione capace di esprimere le scelte generali di governo e di governare realmente nella indispensabile pluralità di centri vitali di potere democratico articolato nel territorio, dentro uno Stato e un'Europa federali, perché solo il federalismo può consentire il reale autogoverno delle identità e può potentemente favorire la democrazia sostanziale, la crescita materiale e culturale, l'interazione e la solidarietà delle singole soggettività e identità di storia, di cultura, di lingua, di popoli, di nazioni.

Questa è la strada e non bisogna deviare. Perché l'identità non svanisca, ma si affermi pienamente, sempre.

Perché l'identità sia idea, sia fatto, sia incessante costruzione di futuro.

Tutto ciò che ho tentato di esprimere finora può bastare, perché s'attaglia alla storia, alla condizione oggettiva della Sardegna, alla sua soggettività. E vale non meno per qualunque collettività, per il singolo. Vale anche su scala planetaria, in tempi di telecrazia, di dominio mediatico, di globalizzazione appunto planetaria e proprio per quest'ultima, inedita, attualissima, emblematica dimensione di un "qui e ora" che è universale, il discorso sull'identità va ulteriormente ampliato e approfondito.

A partire dal recupero - che prima ho richiamato - della sapienza originaria dell'umanità e, in questo senso va ripresa la lezione dei sofisti sulla multiculturità. Va, ad esempio, per richiamarci al pensiero antico, recuperato il valore di quello scritto anonimo del IV secolo avanti Cristo, cui e stato dato il titolo di Ragionamenti doppi, che invita a scrutare la disparità dei valori, il valore della diversità e della differenza. Oppure, ancora per richiamarci al pensiero antico, va richiamato quell'insieme di paradossi, di antinomie, di dilemmi, di aporie, di regole e di valori di cui ci ha lasciato traccia la saggezza degli stoici.

Come coniugare l'identità e la multiculturalità, oggi, su scala planetaria, e tenere insieme questi due termini come segmenti e dimensione dell'universalità? Di una visione del mondo, di una politica, di una morale e di comportamenti conformi? In un mondo lacerato, diviso e gerarchizzato in un primo, secondo, terzo e quarto mondo, in Nord-Sud, in Est-Ovest, in civiltà occidentale e in civiltà non occidentale, islamica, ad esempio.

In questo mondo di sei miliardi di individui, dei quali un miliardo soggiace a condizioni inumane di malnutrizione e di prostrazione e un numero imprecisato, 50-100-200 milioni di "uomini-topi", muore di fame e di devastanti endemiche malattie del sottosviluppo, mentre centinaia di milioni di altri uomini, bambini soprattutto, subiscono intollerabili condizioni di sfruttamento e di schiavitù e guerre senza fine devastano zone estese del pianeta.

Ecco, nella realtà vera, non inventata, di questo mondo "grande e terribile", per dirla con Gramsci, quali risposte al tema dell'identità? L'identità dei Sardi? Degli Italiani? Dei Palestinesi? Dei cittadini di New York?

Quale curvatura del pensiero, quale cifra filosofica può soddisfare? Quale risposta della politica, come espressione più alta della vita dell'uomo? Dopo le torri gemelle, il terrorismo, la guerra preventiva, le torture, le distruzioni senza fine. Quali risposte? Stando al tema dell'identità.

La mente si affolla di tante idee: si può ripensare alle fondamentali istanze morali di Kant (l'umanità mai come mezzo, ma sempre come fine); si può richiamare il senso profondo della "volontà generale" di Rousseau; si possono recuperare le idealità non superate di giustizia ed eguaglianza di Marx e riprendere l'aspirazione gramsciana di condurre tutti gli uomini, senza più "umili", ai "più alti livelli di civiltà e di cultura".

Tante idee si possono pensare. Ma un punto è chiaro: il tema dell'identità è un tema di battaglia, è un tema di "riforma morale e intellettuale", per citare ancora Gramsci, che chiama in causa, questa volta, una dimensione che non può non essere universale, non può limitare il proprio orizzonte alla specifica primaria rivendicazione di ciascun popolo.

Ma che, a ciascun popolo, a ogni singolo pone l'imperativo di guardare al futuro del mondo costruendo risposte differenziate e globali. In altre parole, guardiamo a noi stessi, ma guardiamo oltre noi stessi.

È venuto il momento, ed è sempre il momento, di pensare realmente, dopo tanto eclissamento e dispersione, con assoluta determinazione, all'opera immane di costruzione di un rinnovamento radicale, vorrei dire rivoluzionario, di valori e di comportamenti. Per cambiare sul serio la faccia e il cammino del mondo. Attraverso la forza, che io vedo irresistibilmente crescente, delle singole identità, nonostante gli aspetti selvaggi della globalizzazione, attraverso soprattutto la conquista di obiettivi e di valori non rinunciabili, di crescita materiale, di libertà e di giustizia sociale, di affermazione piena della soggettività e della dignità di tutti gli uomini e di tutti i popoli. Giacché solo una visione generale del mondo, veramente universale, può porre in essere processi di cambiamento che valgano veramente per tutti e per i singoli, può determinare sul serio un nuovo passo della storia, un nuovo ordine del mondo.

Questo nuovo passo della storia, questo "salto" di storia, di cultura, di civiltà e possibile solo se tutte le soggettività, tutte le identità "si vedono", si comprendono, interagiscono e necessariamente mutano rinnovando se stesse, ovvero sviluppando il meglio di se stesse. Se la stessa globalizzazione, lungi dal tradursi in una perversa concatenazione di fatti negativi, potrà fondarsi su un'altra scala di valori, su un'altra logica, per diventare potente fattore di sviluppo, di liberazione, di civiltà.

Solo un nuovo passo della storia può cambiare la realtà.

"Noli foras ire", aveva detto Sant' Agostino. è il caso di affermare e di gridare invece "Esci fuori". Esci dal tuo guscio, smetti di guardare solo te stesso, guarda lontano e vedrai meglio, vedrai tutto, anche te stesso e le tue specifiche, inalienabili istanze di affermazione e di libertà.

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