Associazione tra gli ex Consiglieri Regionali della Sardegna
Rivista Presente e Futuro n. 18 - Dicembre 2005

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Antonio Guaita

I morti di Buggerru

Una strage! Un'espressione che evoca guerra e catastrofi: l'inutile strage della guerra '15-18, il lager, il gulag, Hiroshima-Nagasaki, il genocidio di ebrei, armeni e popolazioni africane…

Strage è però anche un'espressione che sfugge spontaneamente a quanti guardano alle cifre dell'infortunistica del lavoro e in particolare a quella dell'industria mineraria, sicuramente tra le più impressionanti.

Alla celebrazione, nella sede comunale, del centenario dell'Eccidio di Buggerru (settembre 1904) è stato, tra gli altri, presentato un contributo di ricostruzione storica dell'infortunistica nelle miniere di Buggerru nei 25 anni precedenti l'Eccidio (1).

Una proposta di ideale collegamento e unitaria commemorazione tra i caduti per la difesa dei diritti del lavoratore e i caduti a causa del lavoro.

Il convegno, promosso dal Comune di Buggerru, vede la partecipazione del Presidente della Camera dei Deputati, on. Casini, del Presidente del Consiglio regionale, on. Spissu, del Rettore dell'Università di Cagliari, prof. Mistretta. Relazioni del Centro "Gobetti" di Torino, della Fondazione Di Vittorio, dell'Università di Bari (L. Masella), dell'Università di Cagliari (A. Accardo) e dell'Istituto sardo per la storia della Resistenza e dell'Autonomia (S. Ruiu). Comunicazioni e interventi di studiosi e ricercatori della vita mineraria rendono più attuale e partecipata l'attenzione dei convegnisti.

I moti e morti di Buggerru fanno parte a pieno titolo di una linea di riscatto morale, sviluppo sociale e promozione civile dei lavoratori e delle popolazioni minerarie.

Il venticinquennio precedente l'eccidio inizia nel dicembre 1880 con la morte di tre operai in un forno di calcinazione della calamina nella miniera di Malfidano.

Altri tre operai morranno 25 anni dopo (novembre 1904) vittime delle difesa dei diritti del lavoro nello storico sciopero. Decine di morti e centinaia di feriti sono il luttuoso legame tra i due fatti di sangue e di morte.

Agli "Annali" del Ministero dell'agricoltura, industria e commercio affluiscono i dati statistici dell'attività mineraria del distretto di Iglesias, cioè dell'intera isola, e riportano le tabelle degli infortuni mortali e dei feriti più gravi. Si possono leggere questi dati come significativi parametri della pericolosità dell'ambiente di lavoro in miniera.

I medici di miniera della seconda metà dell'Ottocento, pur privi degli elementi di evoluzione scientifica e delle scoperte in campo biomedico, che intervengono molti anni più tardi, si dimostrano tuttavia capaci di stabilire, utilizzando la semeiotica fisica e lo sperimentato senso clinico, un collegamento causale, principale o concorrente, dell'affezione morbosa con l'ambiente di lavoro.

Ruggero Marchei, medico di miniera a Buggerru, e Gildo Frongia a Ingurtosu attestano che "le malattie registrate hanno per cause predisponenti gli strapazzi sofferti durante il lavoro".

I segni della strage

Una ricostruzione storica sufficientemente indicativa della pericolosità del lavoro nelle miniere di Buggerru è affidata alle tabelle degli infortuni.

Su 300 decessi registrati nelle miniere sarde tra il 1879 e il 1900:
- 39 (12,5%) si verificano a Buggerru (Malfidano, Planu Sartu, laveria Buggerru)
- 271 (87%) si verificano nel resto del bacino metallifero

Circa le cause degli infortuni si registra una netta prevalenza (38%) del "distacco di roccia o frana"; la precipitazione nei pozzi e fornelli oscilla intorno al 15%; lo scoppio di mina è causa di morte tra il 5 e il 9%.

Si tratta di prevalenze di causalità letale tipiche dei grandi traumatismi e proprie del lavoro all'interno della miniera.

Altre cause: l'urto di vagoni, cadute da ponti e scale, impigliamento in cinghie, caduta di sassi, asfissia etc.

"Avanti, neri compagni mal sepolti" è l'invocazione di Sebastiano Satta in I morti di Buggerru (1904). Si può legittimamente estendere a tutti i morti in miniera, per la miniera, per l'uomo.

L'infortunistica non letale registra alti indici di inabilità assoluta, temporanea o permanente.
è impressionante la prevalenza delle lesioni agli arti superiori e all'apparato visivo con punte del 40 e 15% rispettivamente dell'insieme infortunistico. Ne risentono i bilanci del Sindacato Aziendale e della Cassa Mutua Operai per l'assistenza e l'assicurazione dei minatori, familiari e superstiti.

Solidarietà e donazione

Difficoltà e rischio propri del lavoro minerario stimolano largamente il senso di solidarietà e di donazione verso i compagni infortunati. Aiutare però un compagno ferito o già "reso cadavere" (espressione del ministero) dall'infortunio comporta ferite e pericolo di vita per i soccorritori.
Centinaia di infortuni pongono in giusta evidenza i lunghi pericolosi salvataggi effettuati negli anni 1880, 1882, 1889, 1890, 1893, 1894, 1902, 1904.

Dalle frane e distacchi di roccia e altri gravi imprevisti vengono liberati 21 minatori intrappolati in cunicoli e traumaticamente separati dai propri compagni. Un lavoro improvviso, non programmato e quindi più pericoloso dell'ordinario, svolto con "grande abnegazione" come attestano i referti ufficiali del Ministero e delle Direzioni Minerarie. Otto minatori hanno così salva la vita per il generoso difficile intervento dei compagni di lavoro. Medaglie d'argento e di bronzo al valor civile e altri riconoscimenti esaltano la nobiltà e il senso sociale del lavoratore di miniera.

Il 9 dicembre 1890 tre operai lavorano in uno dei forni per la calcinazione della calamina, "stabiliti sulle spiagge di Buggerru". Il primo di essi, Salvatore, disceso nel forno "per eseguire lo spianamento degli strati di carbone e di calamina, rimane asfissiato dall'acido carbonico sollevatosi dal fondo del forno". Il fratello Francesco accorre immediatamente per trarlo in salvo ma, per le esalazioni dei gas, muore per asfissia accanto al proprio fratello.

Per soccorrere i compagni, "con coraggio e abnegazione senza pari, discende nel forno il compatriota Francesco C. Questi, sebbene legato, al momento di essere sollevato scivola dal nodo scorsoio che gli cinge la vita e muore anch'egli asfissiato sui primi due".

Francesco C. ha 17 anni. Un quarto operaio, Raimondo C., viene fatto discendere legato e riesce ad afferrare ed estrarre il cadavere del giovane Francesco. "I primi due operai vengono invece estratti cadaveri dalla parte inferiore del forno".

Una amara nota chiude la descrizione ministeriale dell'infortunio costato la vita in brevissimo tempo a tre minatori: "il personale dirigente, assente in quell'istante dai forni, non ebbe campo di occuparsi dell'opera di salvataggio delle vittime".

I morti, l'immediato tentativo di salvataggio e il recupero dei "neri compagni" sono motivo di sofferenza e di esclusivo merito degli operai.

Sono napoletani i tre operai deceduti nel forno di calcinazione; sardi invece sono i tre operai dell'eccidio 1904: Felice, Giustino, Salvatore. Operai di regioni diverse e lontane; caduti i primi a causa diretta del lavoro e i secondi per la difesa dei diritti del lavoratore.

Decine di morti e centinaia di feriti li uniscono in una mesta sequela di sofferenze e di lutti onorata anche da sublime solidarietà: "dare la vita per i propri amici" (Gv. 15,13).

Dell'industria mineraria sarda sono spesso richiamate le presenze storiche di fenici, romani, pisani, spagnoli, non scevre per altro di forti interessi economici e di dominio ma anche portatrici di altra civiltà e diversi costumi.

Perché non ricordare nelle nostre belle piazze intitolate ai caduti del lavoro anche gli immigrati del resto d'Italia o stranieri, vittime della nobile durezza del lavoro?

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(1) A. Guaita, I. Pellagra, G. Guaita, Infortunistica del lavoro nelle miniere di Buggerru (anni 1879-1904), Buggerru, 19-20/11/ 2004

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