Associazione tra gli ex Consiglieri Regionali della Sardegna
Rivista Presente e Futuro n. 18 - Dicembre 2005

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Paolo Fois

I rapporti internazionali della Sardegna nel pensiero di Mario Melis

1. Il dato che maggiormente colpisce quando ci si proponga di illustrare il pensiero di Mario Melis riguardo all'Europa è la straordinaria coerenza e continuità di una concezione da lui lucidamente delineata nel corso della sua lunga attività politica, da parlamentare nazionale, presidente della Regione, deputato al Parlamento europeo.

Una concezione che ben difficilmente potrebbe essere separata, da un lato, dalla visione che egli aveva di una Sardegna profondamente inserita in una dimensione internazionale e mediterranea; dall'altro, del suo modo di intendere l'autonomia della nostra Isola, un'autonomia nella quale, per dirla con le sue parole, "l'antica civiltà europea si è sempre espressa e continua ad esprimersi", attraverso una partecipazione "di pieno diritto" dei poteri regionali alla costruzione dell'Europa .

Il primo elemento che conviene mettere in luce è quello che attiene al tipo di Europa nel quale Mario Melis ha sempre creduto. Intervenendo il 14 febbraio 1984 alla Camera nel corso del dibattito dedicato al progetto di Trattato sull'Unione europea (il cosiddetto "progetto Spinelli"), Mario Melis teneva a sottolineare come a partire dalla fine della prima Guerra mondiale l'europeismo del Partito Sardo d'Azione fosse imperniato sul progetto di una "confederazione degli Stati europei": un progetto la cui realizzazione avrebbe comportato "il superamento degli Stati nazionali", costretti a "cedere il passo alle regioni storiche che oggi le costituiscono, ed in particolare alle etnie che sono inglobate all'interno dei rispettivi confini".

L'Unione politica alla cui realizzazione tende il processo di integrazione europea avviato fin dal 1951 con la firma del Trattato istitutivo della Ceca era in sostanza, per Mario Melis, un disegno politico del tutto coerente con l'europeismo del suo Partito. Un disegno profondamente condiviso dai popoli europei, ma che rappresentava, soprattutto, un "passo inderogabile e necessario", per consentire al Vecchio Continente di "affrontare compiutamente le sfide della competizione internazionale".

Al mercato unico, contrassegnato dalla libera circolazione dei fattori di produzione, dovevano accompagnarsi un'Unione monetaria e un'Unione politica: soltanto con l'affermarsi di un potere politico a livello europeo si sarebbe infatti potuto conseguire "il passaggio dall'attuale Comunità ad una vera Unione europea, sovranazionale, dotata di istituzioni appropriate, democraticamente rappresentative, e di poteri reali".

2. Con grande realismo, Mario Melis ha cura di sottolineare che l'Unione europea in via di formazione è lungi dal risultare fondata sui valori qui sommariamente evocati. Se infatti, da un lato, "l'Europa non sorge se non sorgono le Regioni; e le Regioni non sorgono se non sorge l'Europa", conviene anche, d'altro lato, rendersi conto che nei confronti delle autonomie regionali l'Unione finisce il più delle volte per tradursi "in un sistema di limiti, in un sistema di divieti, in un insieme di norme che avviluppano, che comprimono".

Sono essenzialmente i centralismi statali ad opporsi alla costruzione di un'Europa così lontana dalle attese dei suoi cittadini; le decisioni che hanno segnato le varie fasi del processo di integrazione nient'altro sarebbero, in definitiva, che "la sommatoria dei mali profondi che caratterizzano e condizionano la politica dei rispettivi governi".

A quest'Europa, l'Europa degli Stati e delle burocrazie, Mario Melis contrappone quella che egli definisce l'Europa delle Regioni, dei popoli, dei cittadini: la sola, a suo giudizio, che permetta di raggiungere l'obiettivo di un mercato unico "efficiente, vitalmente competitivo, diffuso ed omogeneo", superando profondi squilibri ed assicurando "un'effettiva integrazione delle aree emarginate con quelle forti".

La contrapposizione dell'Europa delle Regioni a quella degli Stati non comporta peraltro un "superamento degli Stati nazionali" inteso come mera sostituzione, nell'architettura costituzionale europea, delle autonomie regionali ai soggetti statali. Se gli Stati continueranno ad avere un ruolo determinante negli sviluppi del processo di integrazione, soprattutto attraverso l'assunzione delle "grandi decisioni politiche", ciò non dovrebbe in ogni caso condurre a quella persistente emarginazione delle Regioni nella fase decisionale che ha negativamente caratterizzato il percorso finora compiuto.

Anche alle Regioni, in altri termini, deve essere data "la concreta possibilità" di partecipare all'assunzione di dette decisioni, assicurando al processo di integrazione quel carattere di "costruzione dal basso" che un meccanismo tutto incentrato sul meccanismo dei vertici dei Capi di Stato e di Governo non potrebbe in alcun modo garantire.

Nell'assumere questo ruolo, le Regioni dovrebbero certamente curare in modo particolare i rapporti con il Parlamento europeo, la cui azione di organo rappresentativo della volontà popolare andrebbe "stimolata ed assecondata". In un processo di integrazione che deve essere profondamente ispirato al principio della sovranità popolare, l'attribuzione di maggiori poteri politici all'Assemblea di Strasburgo è da lui ritenuta necessaria ed urgente: "il mercato unico europeo deve essere governato e il potere di governo deve essere sottoposto al potere parlamentare".

In particolare Mario Melis, che, come si è accennato, nel 1984 alla Camera aveva espresso l'adesione "piena e convinta" del suo Partito al Progetto di Trattato sull'Unione europea, tiene a sottolineare come nel 1988 il Consiglio dei Comuni e delle Regioni d'Europa avesse approvato una "Dichiarazione sull'Unione Europea", auspicando l'attribuzione di una funzione costituente al Parlamento europeo, con la finalità di dar vita all'auspicata Unione politica.

Sull'importanza di una collaborazione costante tra detto Consiglio (e, più in generale, delle organizzazioni rappresentative delle autonomie regionali a livello europeo) e l'Assemblea di Strasburgo Mario Melis ritorna più volte nei suoi interventi. È anche mediante tale collaborazione che può essere ridotto il "deficit democratico" dell'Unione: incontri periodici tra i parlamentari europei ed esponenti delle autonomie contribuirebbero alla realizzazione di un processo di integrazione europea in cui la ricchezza e la varietà delle identità locali verrebbe rafforzata, "approfondendo il carattere democratico delle istituzioni ed avvicinandole sempre più alle popolazioni".

3. Ciò premesso, non è certo privo d'interesse rilevare una evidente evoluzione del pensiero di Mario Melis per quanto attiene al rapporto Parlamento europeo - Regioni, e questo proprio nella fase conclusiva della sua esperienza di membro dell'Assemblea di Strasburgo nel quinquennio 1989-1994.

In un suo intervento, pubblicato su questa stessa rivista, teneva a puntualizzare che "curiosamente, i più regionalisti nella Comunità non sono i parlamentari", ma la Commissione europea, comprensibilmente interessata a dialogare con le autorità regionali quando si tratta di definire in tutti i loro aspetti i programmi finanziati dall'Unione europea attraverso i Fondi strutturali.

E rincarando la dose, per così dire, giungeva a sottolineare che "fra coloro che hanno paura del ruolo delle Regioni c'è il Parlamento, che teme le Regioni e le considera concorrenti alla gestione del potere comunitario". Con la conseguenza che, al di là delle dichiarazioni solenni incentrate sulla volontà di una sempre più stretta collaborazione in vista di un'Europa costruita dal basso e realmente vicina ai cittadini, sarebbero gli stessi parlamentari a "marginalizzare" le Regioni, di fatto ostacolandole nella loro aspirazione a partecipare realmente alle scelte operate a livello europeo, e che tanto profondamente incidono sulle competenze e sulle politiche che il sistema delle autonomie è chiamato a sviluppare.

Mario Melis non potrebbe certo essere incluso tra questi parlamentari europei, tanto preoccupati dei loro particolari interessi. Basti considerare la sua adesione alla decisione di dar vita, con il Trattato di Maastricht del 7 febbraio 1992, ad un Comitato delle Regioni, chiamato ad esprimere a livello europeo, attraverso proposte e pareri consultivi, il punto di vista delle autonomie regionali e locali sulle questioni rientranti nelle loro competenze.

Un Comitato, peraltro, che egli avrebbe voluto dotato di maggiori poteri e con una diversa composizione, evitando la presenza, all'interno dello stesso Comitato, di rappresentanti delle Regioni e dei Comuni.

Solo le Regioni, infatti, possono esercitare un ruolo di governo, che è un ruolo di indirizzo, di sintesi, di contemperamento degli interessi diversi". Ed una composizione così poco omogenea del Comitato, risultato della logica del divide et impera, rischierebbe di offuscare quel "salto di qualità" registrato nel Trattato di Maastricht che, nel puntare ad una trasformazione della Comunità in un'Unione politica, riconosce anche per la prima volta alle Regioni un ruolo di "soggetto politico".

4. L'insistenza di Mario Melis sul ruolo da riconoscere alle Regioni in seno all'Unione europea non è comunque da collegare unicamente alla già richiamata esigenza - del tutto da condividere - di contribuire in tal modo al superamento di un diffuso deficit democratico ed all'edificazione di un'Europa dei cittadini.

Un'attenta lettura dei suoi scritti consente infatti di rilevare come per lui l'Europa delle Regioni costituisse una condizione essenziale perché, a livello europeo, potessero essere definite ed attuate politiche capaci di realizzare quello "sviluppo armonioso delle attività economiche nell'insieme della Comunità" che fin dai Trattati di Roma del 1957 rappresentava il primo degli obiettivi che gli Stati membri si erano solennemente impegnati a conseguire.

Significativo al riguardo è l'intervento da lui svolto a Bruxelles nel novembre del 1987, in occasione delle "Assise delle Regioni d'Europa". Prendendo la parola dopo l'entrata in vigore dell'Atto Unico Europeo (il 1° luglio 1987), egli poneva l'accento sulla necessità di "una reale politica di riequilibrio", volta a realizzare "un'effettiva integrazione delle aree emarginate con quelle forti".

Una politica da sviluppare sia attraverso l'erogazione di consistenti risorse finanziarie da parte della Comunità, sulla base di criteri che non tenessero conto unicamente del prodotto interno lordo, sia mediante una sorta di "rimodulazione" dell'insieme delle azioni settoriali comunitari (quali gli interventi nel campo dei trasporti, dell'energia, dell'agricoltura, della concorrenza), che avrebbero dovuto essere ispirati agli obiettivi, nella realtà il più delle volte trascurati, dello sviluppo armonioso e della coesione.

Ritornando alcuni mesi dopo su questo concetto, con particolare lucidità precisava che "la riforma dei fondi strutturali […] è solo uno degli strumenti" della politica regionale, giungendo quest'ultima "quasi ad identificarsi, e non paia esagerato, con la politica economica della Cee tout court".

Nel 1989, quando Mario Melis sviluppava queste idee, le stesse dovevano ancora trovare espresso riconoscimento a livello dei Trattati istitutivi. È nel 1992 che l'inserimento, nell'attuale art. 158 del Trattato istitutivo della C.E., del principio della coesione economica e sociale, avrebbe condotto all'importante precisazione, contenuta nel successivo art. 159, secondo cui la riduzione del divario esistente tra le regioni europee (quelle più sviluppate e quelle "meno favorite") avrebbe dovuto costituire l'obiettivo da privilegiare nell'elaborazione e nell'attuazione dell'insieme delle politiche comunitarie, e quindi non soltanto di quelle concretantesi negli interventi attuati attraverso i fondi a finalità strutturale.

Il principio di una politica regionale da concepire non più come una politica settoriale, ma come una politica tendente alla "integrazione" dell'obiettivo della coesione nell'insieme degli interventi della Comunità non è comunque il solo alla cui affermazione Mario Melis, con le sue idee e la sua attiva presenza nel Parlamento europeo negli anni 1989-1994, ha dato un importante contributo.

Lo stesso deve dirsi per un altro fondamentale principio, quello dell'insularità, al quale da molti anni ormai nella nostra Sardegna giustamente si attribuisce un particolare rilievo.

Su questo principio i suoi scritti si soffermano assai prima che con il Trattato di Amsterdam, firmato il 2 ottobre 1997 ed entrato in vigore il 1° maggio 1999, venisse esplicitamente affermato che una regione insulare è, di per sé, una regione sfavorita, rendendo quindi del tutto giustificati, per l'ordinamento comunitario, quegli interventi specifici che, anche derogando alle norme sulla concorrenza, tendessero ad eliminare quegli squilibri strutturali che sono all'origine dei suoi ritardi nello sviluppo. Nel più volte ricordato scritto Le Regioni e l'Atto Unico Europeo - risalente al 1987 e, quindi, di ben dodici anni anteriore al Trattato di Amsterdam - nella sua qualità di Presidente della Giunta regionale Mario Melis mostra di avere ben presenti gli specifici problemi che la condizione insulare della Sardegna solleva per quanto riguarda i rapporti con l'Unione europea e l'incidenza che le sue politiche hanno sul nostro sviluppo.

Il tema dell'insularità, egli teneva a precisare in questo scritto, era da ritenere di importanza strategica, tanto da aver indotto l'Amministrazione regionale ad affidare "alle due Università isolane l'incarico di svolgere approfondite indagini sulle implicazioni del mercato unico", allo scopo essenzialmente di definire le condizioni sulla cui base l'insularità, lungi dal costituire una barriera ed un ostacolo, potesse trasformarsi in "una grande risorsa".

5. Il pensiero di Mario Melis sul rapporto che la Sardegna deve avere con l'Europa e le sue politiche non potrebbe in alcun modo essere scisso dalla visione delle relazioni a livello mediterraneo e mondiale, che egli non ha mancato di delineare con particolare chiarezza.
Pur senza trascurare la dimensione mondiale (ricordiamo i suoi incontri nella Sede delle Nazioni Unite, a New York, nel novembre del 1986), è essenzialmente sulla soluzione della questione mediterranea che si sono concentrati i suoi scritti e i suoi sforzi. Soprattutto, si avverte come in lui i temi del Mediterraneo e quelli dell'Europa siano indissolubilmente legati: l'europeismo e la centralità mediterranea sono del resto per Mario Melis "i temi del nostro tempo".

Ed assai simili sono i problemi che per la Sardegna suscitano, nonché le soluzioni da ricercare. Come a livello europeo, fondamentale su scala mediterranea è il problema del riequilibrio tra "popoli ricchi e popoli poveri": un problema che, nel Mediterraneo, è reso più acuto dalla politica seguita dall'Unione europea, che, al di là delle dichiarazioni solenni e dei buoni propositi, si rivela essere "profondamente mitteleuropea e assai poco mediterranea".

Una correzione di tale politica, e la progressiva instaurazione di una cooperazione autenticamente mediterranea, non avrebbe potuto a suo giudizio prescindere da un maggiore coinvolgimento delle autonomie presenti nell'intera area, impegnate nella realizzazione di un esaltante progetto, quello di una Conferenza mediterranea per la cooperazione e lo sviluppo, che avrebbe visto la Sardegna svolgere un ruolo da protagonista. Nella sua preparazione, anzitutto. La nostra Regione, egli teneva a sottolineare, aveva infatti avviato una serie di contatti con varie ambasciate dei paesi mediterranei e con i rappresentanti di molte autonomie regionali e locali affinché l'incontro potesse avere, attraverso una sempre più intensa e continua collaborazione tra i soggetti dell'area mediterranea, l'effetto di arrestare una progressiva emarginazione della stessa e di favorire una centralità da troppo tempo perduta.

Un progetto molto coraggioso, quello della Conferenza sulla cooperazione mediterranea. La metà degli anni '80 era infatti contrassegnata, oltre che dal persistente conflitto israelo-palestinese, da una crescente tensione tra alcuni Stati occidentali (gli Stati Uniti in primo luogo) da un lato e, dall'altro, la Libia del colonnello Gheddafi. I paesi dell'Alleanza atlantica, che pure dal 1975 avevano dato vita, con l'Unione sovietica ed i paesi di quell'area, ad una Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa, erano quindi ostili all'idea di convocare un'analoga Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione nel Mediterraneo.

L'iniziativa di Mario Melis, che in quel periodo era Presidente della Regione, avrebbe consentito alla Sardegna di svolgere un ruolo che, nel quadro europeo, i principi dei Trattati comunitari avevano fino ad allora ostacolato. E se, a questo fine, una riforma in senso federalista dello Stato italiano era da lui ritenuta di fondamentale importanza, risultava comunque possibile, da subito, far sì che gli uffici dell'Amministrazione regionale venissero organizzati in modo da consentire lo svolgimento di una incisiva funzione anche sul piano internazionale.

Manifestando la volontà di costituire "un ufficio che rappresenti un punto di riferimento e un momento propulsivo di elaborazione e di progettualità al servizio dei popoli mediterranei", egli delineava già in quegli anni un quadro che successivamente, con specifico riferimento all'ambito europeo, avrebbe trovato anche a livello della legislazione regionale una più precisa definizione.

Si trattava del resto, a ben guardare, di strumenti ritenuti essenziali per la realizzazione di quel progetto per il quale egli, con grande determinazione, si è sempre battuto: elevare la nostra Isola a soggetto politico anche nelle relazioni internazionali, a livello mondiale, mediterraneo ed europeo.

Di fronte alla tenace opposizione degli Stati a rinunciare ad una parte dei loro poteri sovrani a favore del sistema delle autonomie, le Regioni europee e mediterranee avrebbero dovuto impegnarsi per un costruttivo dialogo, a tutti i livelli.

Consapevole del fatto che l'Isola rappresenta un fondamentale punto di raccordo fra Europa e paesi in via di sviluppo, ed in particolare fra Europa sud-occidentale e Nord Africa, Mario Melis affida alla sua Sardegna il compito, arduo ma al tempo stesso esaltante, di "riaprire il dialogo, interrotto da millenni, con i paesi rivieraschi del Mediterraneo e concorrere con loro ad un progresso che si apre su orizzonti di pace e di solidarietà fra popoli".

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