Associazione tra gli ex Consiglieri Regionali della Sardegna
Rivista Presente e Futuro n. 18 - Dicembre 2005

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Mariarosa Cardia

Dall'autonomia al federalismo

La vita di Emilio Lussu si è intrecciata con le vicende di ottanta anni di storia regionale, nazionale, europea. La sua eredità politica è, soprattutto per la Sardegna, un patrimonio prezioso. Noi abbiamo un profondo debito di riconoscenza nei confronti di Lussu proprio per la battaglia che ha condotto prima e dopo la guerra per l'affermazione del principio d'autonomia nella formazione dello Stato nazionale, per la sua visione autonomistica non angusta, ma moderna, democratica, internazionale e, soprattutto, estremamente concreta, realistica, capace di tempestività, priva di fughe in avanti, connessa all'evolversi della situazione politica italiana, agli spazi di contrattazione tra i partiti apertisi alla caduta del fascismo, spazi via via fattisi sempre più limitati. Per questo egli dovette riconoscere che in Italia il federalismo non trovava sostegni adeguati, mentre si poteva determinare una convergenza sul regionalismo.

La concezione autonomistica di Lussu si è sviluppata dal federalismo all'autonomia e, aggiungo, attraverso l'autonomia al federalismo. Lussu era infatti convinto che lo Stato autonomistico fosse in Italia il primo passo verso lo Stato federale. Lo scriveva profeticamente su Riscossa nel 1946: "Io credo che, rafforzata in questi anni prossimi l'unità nazionale che il regime fascista ha tanto minacciato, e rafforzata con l'organizzazione autonomistica dello Stato, la corrente federale costituirà la caratteristica della nostra democrazia di domani".

Dietro alla sua concezione autonomistica già nel periodo dell'esilio vi è l'esperienza della specificità regionale sarda e il lungo dibattito svoltosi dopo la prima guerra all'interno del Psd'a e degli altri partiti meridionalisti. Basti pensare al discorso pronunciato a Parigi nel 1931. Vi è una parte dedicata alla Sardegna, tesa ad asserire tre concetti: 1) che l'autonomia è un'esigenza sentita "in Sardegna più vivamente che altrove. Perché in Sardegna esistono da tempo necessità e coscienza di autonomia"; 2) che "l'autonomia non è un'esigenza sentita solo in Sardegna: essa è un'esigenza generale che investe tutto il problema della ricostruzione dello Stato italiano"; 3) che "l'autonomia deve essere l'idea animatrice della rivoluzione antifascista democratica". Lussu ribadirà continuamente l'importanza che la scelta autonomistica nasca dalla rivoluzione antifascista, perché la forma federale in quanto tale è una forma di organizzazione dello Stato che può essere conservatrice o rivoluzionaria a seconda della situazione storica, come dimostra d'altronde l'odierna contrastata esperienza italiana.

Queste saranno le idee guida anche negli anni successivi, a livello di teoria e di prassi politica. Le enunciazioni federaliste dei giellisti cominciarono ad uscire dal vago proprio col suo intervento del 1933 sul federalismo, nei Quaderni di Giustizia e Libertà, in cui specifica che "Non basta più dire autonomie, bisogna dire federazione" e aggiunge: "Autonomia, cioè coscienza di sé stessi, consapevolezza della propria funzione, conquista e difesa delle proprie posizioni etiche, sociali e politiche che consenta il più ampio sviluppo delle proprie capacità, individuali e collettive, in ogni campo. (...) Noi crediamo che un'organizzazione federale dello Stato sia la più rispondente a che ogni forza autonoma abbia la sua più libera espressione e faccia di tutti i costruttori diretti della nuova civiltà".

Anche nel 1938, in due significativi articoli pubblicati in Giustizia e libertà, Lussu si sofferma sul rapporto fra l'originario autonomismo sardista e il federalismo su cui fondare la ricostruzione dello Stato. Dall'esperienza rivoluzionaria della Grande Guerra i sardi, popolo di "una nazione fallita storicamente", sentirono "potente la nostra individualità, con un sentimento unitario e autonomo, con la coscienza per giunta di far cessare uno stato di oppressione e di sfruttamento. Sentimmo la capacità di essere noi stessi e niente altro che noi stessi: autogoverno. E il diritto di partecipare autonomamente alla trasformazione dello Stato italiano, il nostro Stato di tutti. E di essere, di questo Stato, soggetti sovrani di diritto".

E continuava profeticamente: "L'autonomismo sardo è stato schiacciato e vinto come partito, a simiglianza di tutti gli altri partiti italiani, ma esso sopravvive, possente, come aspirazione popolare. Di fronte al fascismo non v'è che l'autonomismo. Nessun movimento operaio e contadino, nessun movimento democratico, potrà mai affermarsi in Sardegna, all'infuori dell'autonomismo. L'ideale di un partito è diventato ideale di tutti. Ed è attorno ad esso che in Sardegna, vinto il fascismo, potrà realizzarsi la riconciliazione, base essenziale della ricostruzione".

Per concludere, infine: "La Sardegna di domani non potrà che essere all'avanguardia di un movimento federalistico nazionale, ché autonomia e federalismo diventano ormai aspirazione nazionale". Ma questa, purtroppo, è una speranza che non si è ancora avverata: la Sardegna è ben lungi dall'essere l'avanguardia, è, anzi, la retroguardia e l'orizzonte federalista è lasciato nelle mani dei fautori di uno sviluppo diseguale e disarticolato dello Stato.

Sul convincimento della rivoluzione antifascista quale atto fondante dell'autonomia Lussu basò anche il suo piano per l'insurrezione antifascista in Sardegna, sul quale, da uomo d'azione, lavorò con accanimento dal 1940 al 1942, seppure inutilmente. Promuovere dall'isola la resistenza al fascismo e al nazismo, col sostegno inglese, accendendo l'insurrezione nazionale, significava consolidare nel sacrificio e nella lotta la partecipazione della Sardegna alla vita nazionale e alla costruzione di uno Stato comune.

Con pari accanimento Lussu lavorò per l'autonomia della Sardegna al suo rientro nell'isola, dopo 18 anni di lontananza, sin dal saluto rivolto ai sardi dai microfoni di Radio Sardegna il 1° luglio 1944, in cui ribadiva il suo socialismo federalista di respiro europeo. Al di là delle polemiche asperrime che lacerarono i partiti antifascisti nella fase costituente dell'autonomia, frenandone lo slancio e l'incisività, persino gli avversari finirono col riconoscere a Lussu il ruolo determinante da lui svolto nella battaglia per lo Statuto sardo. Non fu casuale, infatti, che l'11 dicembre 1947 la Consulta regionale, a conclusione dei lavori sul progetto di Statuto, rivolgesse, su proposta del liberale Rafaele Sanna Randaccio, un saluto e un ringraziamento particolare proprio a Lussu, che negli anni precedenti, come poi nelle settimane seguenti, si adoperò perché fossero superate le crescenti resistenze all'autonomia speciale sarda.

Quel debito di riconoscenza che anche gli esponenti politici sardi sentivano nei suoi confronti alla fine del lungo e travagliato iter statutario faceva in qualche modo giustizia di un errore collettivo, quando nel maggio del 1946 Lussu fu sconfessato dalla Consulta, compreso il rappresentante sardista.

La Consulta, infatti, "un po' per un certo spirito romantico contro l'autonomia per decreto reale, un po' per spirito di corpo", per cui intendeva elaborare da sé il proprio Statuto, aveva respinto la proposta avanzata dagli azionisti sardi e accolta dalla Consulta nazionale di estendere alla Sardegna, con gli opportuni adattamenti, il progetto di Statuto per la Sicilia. "Quella sconfessione - dichiarò Lussu alcuni anni dopo - fu un errore irreparabile. Ho dovuto, durante un anno e mezzo di lavori ininterrotti all'Assemblea Costituente, ricostruire l'edificio che avevo costruito due anni fa e che mi era stato distrutto".

Quell'edificio, come sappiamo, non fu quella costruzione solida che tanti sardi avevano auspicato. Lo Statuto, "creatura poliomielitica", "infelicemente allevata", sono parole di Lussu, ebbe "mozzate le ali", come scrisse Velio Spano. Tuttavia l'amarezza non impediva di riconoscere che, comunque, con quella legge costituzionale la Sardegna entrava finalmente nella vita della nazione "con personalità e volto proprio", e "avrebbe parlato con linguaggio collettivo". Perciò Lussu non si astenne, ma votò a favore.

Oggi, a distanza di oltre 50 anni, sappiamo che le esigenze di autonomia, di autogoverno e di federalismo espresse da Lussu, seppure trovarono allora una risposta largamente inadeguata, sono rimaste nella nostra storia regionale come un lievito, e noi possiamo ritrovare nell'impegno di Lussu per l'autonomia come capacità e responsabilità e quale condizione di giustizia e libertà per il popolo sardo, un riferimento e uno stimolo essenziale.
In Sardegna lo stato del dibattito istituzionale registra un positivo passaggio dal confronto sul metodo al confronto nel merito, sui contenuti concreti da dare alla nostra specialità, sulle linee guida per un nuovo modello di sviluppo possibile e per un nuovo rapporto tra la Regione, lo Stato e l'Unione europea. Sarà necessario che la nuova Costituzione sarda disegni una specialità in cui i maggiori poteri si coniughino con procedure di partecipazione e concertazione della Regione alle scelte che vengono fatte nei centri decisionali italiani ed esteri.

L'idea originale e forte intorno a cui fondare un nuovo patto con lo Stato è l'identità di questa terra, del suo popolo, della sua cultura e i diritti particolari che ne discendono (trasporti, beni culturali e ambientali, energia, servitù militari, lavoro) e che la distinguono dalle altre parti della Repubblica. Il percorso costituente deve sostanziare un processo identitario nel nuovo reticolo istituzionale policentrico.

Ciò che dovrà qualificare e innovare la specialità sarda sarà la capacità di passare da un'autonomia garantista, negativa, difensiva, mera limitazione dello Stato, sviluppatasi per mezzo secolo come un nuovo centro di potere, fondata solo sulla particolarità economico-sociale, a un'autonomia positiva, riformatrice, strumento di democrazia diffusa a tutti i livelli dell'ordinamento e promotrice di autonomia al proprio interno, capace di riconoscere e sviluppare le diversità, fondata sulla identità diversa della Sardegna.

Certo, per assolvere questo difficile e importante compito è indispensabile ritrovare la carica ideale che avevano i padri fondatori. Una nuova autonomia si può radicare solo su una coscienza autonomista diffusa e matura e questo richiede un impegno assiduo delle istituzioni regionali. Nel paese il tema della riforma della Costituzione repubblicana ha suscitato partecipazione e coinvolgimento nella società politica e civile.

In occasione del 25 aprile è stato ricordato che Resistenza e Costituzione formano un tutto unitario, che la Resistenza è stata costituzione vivente, e che l'architettura della nostra Costituzione è stata concepita per impedire che si riproducessero i meccanismi dell'eversione fascista. È vero che la Sardegna, unica regione in Italia, non ha vissuto l'esperienza della resistenza e della liberazione e che questo ha influito negativamente sul livello del confronto e dell'esito statutario. Ma questo non può giustificare un persistente disinteresse verso il nostro Statuto e le sue sorti, che sono le sorti nostre e dei nostri figli.

Salvo poche meritevoli eccezioni e le occasioni offerte dalle celebrazioni decennali, nelle nostre scuole non si insegna che cosa sia lo Statuto sardo, come sia nato, quale ne sia il significato storico e politico. Ho letto in questi giorni alcune polemiche sulle celebrazioni de "Sa die", ma nessuno si è scandalizzato che non si celebri la Giornata dell'Autonomia e che venga regolarmente disattesa la legge regionale del 24 luglio 1950, n. 37, che giustamente la istituiva nell'ultima domenica di gennaio di ogni anno.

Perché non appare grave che, come si celebra il 25 aprile e il 2 giugno, in Sardegna non si celebri la ricorrenza della costituzione della Sardegna in Regione autonoma, la ricorrenza del giorno in cui la nostra isola, dopo un'aspirazione plurisecolare, divenne infine un soggetto politico, recando un contributo all'innovazione dello Stato in senso pluralista grazie all'ordinamento autonomistico, una delle grande questioni irrisolte dell'unificazione nazionale?

Certo quello non fu un momento politicamente meno importante del 28 aprile 1794, tutt'altro. Come può formarsi una coscienza autonomista forte e diffusa se le tappe fondamentali di questo arduo percorso dei sardi verso l'autogoverno sono avvolte dall'oblio? Se non sono oggetto di riflessione critica? E se non sono patrimonio che gli adulti trasmettono ai giovani, per formarli come cittadini, per aiutarli a diventare classe dirigente all'altezza dei difficili compiti da affrontare?

Per questo, l'Associazione tra gli ex consiglieri regionali della Sardegna, che oggi rappresento, sviluppa da 25 anni un'intensa attività politico-culturale finalizzata ad esaltare i valori dell'autonomia e la funzione del Parlamento regionale, inteso come organo fondamentale del sistema democratico sardo. Ci sforziamo di farlo rivolgendoci non solo al mondo della politica e della ricerca scientifica, ma anche delle istituzioni formative. Il coinvolgimento delle giovani generazioni ci sembra, infatti, il terreno di impegno più importante e difficile, perché più trascurato, anche dalle istituzioni autonomistiche.

Dal 1998, col sostegno della Presidenza del Consiglio regionale, abbiamo perciò cercato di individuare forme sempre più mirate ed efficaci per far crescere nella gioventù sarda una coscienza autonomista, ispirata a principi di libertà e di giustizia, e per gettare un ponte ideale tra passato e futuro. È dalla consapevolezza di cosa significhi essere nella Repubblica italiana "soggetti sovrani di diritto" - per dirla con Lussu - che può attingere sostanza e passione il movimento per la nuova autonomia della Sardegna.

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