Associazione tra gli ex Consiglieri Regionali della Sardegna
Rivista Presente e Futuro n. 16 - Dicembre 2003


Silvia Niccolai

"Non per piacer mio...". Un appunto sulle azioni positive a favore delle donne in materia elettorale

1. Ha osservato ancora di recente Maria Luisa Boccia che "alla vittoria del liberalismo, come ideologia egemone e come sistema di regole e principi per la politica, corrisponde una mancanza o un restringimento della libertà come esperienza, proprio in ragione del suo rapporto con la politica.

Non siamo di fronte né ad una forte e significativa politica delle libertà, né ad un esercizio allargato e diffuso della libertà politica" 1. Maria Luisa Boccia registra semmai "uno spezzettamento della libertà che, rendendo sempre più particolari e ristrette le esperienze e le persone effettivamente coinvolte, produce un impoverimento, se non addirittura una perdita, del senso della libertà umana, intesa come capacità e possibilità che appartiene all'intera specie e qualifica la sua presenza nel mondo".

È sempre rischioso, azzardato, usare una parola come "libertà". Devo dire che in me suscita una certa diffidenza. Non mi piace come "libertà" si faccia usare in contrapposizioni, a mio avviso strumentali, del tipo libertà dei privati contro intrusione dei pubblici poteri e in ogni genere di retorica che pone l'enfasi sull'autonomia individuale con l'unico risultato - pare a me - di spezzare il senso dell'interdipendenza, del debito, delle responsabilità reciproche; di precludere che nei singoli si costruisca un rapporto intimo, individuale, col significato dei vincoli che ci legano gli uni con gli altri e dei limiti che ci accompagnano come esseri umani, primo tra tutti la nostra mortalità. Tuttavia attribuisco un senso alla parola libertà in queste frasi di Maria Luisa Boccia: libertà come capacità, che pertiene ad ogni essere umano, di modellare il proprio campo di esperienza, di "comporre una vita", come diceva il titolo di un bel libro di Mary Bateson. Libertà come espressione che corrisponde al valore, al valore di ogni essere umano; al rispetto, con cui dovrebbero esserne guardate le scelte; ad una sua irriducibile non strumentalità, ad un bisogno di interezza, di sensatezza; a una capacità di ciascuno di rispondere come può e come sa al proprio bisogno di senso, e di ribellarsi a quella imposizione di senso, e, spesso, a quella mancanza di senso, che minaccia continuamente l'esistenza umana. È quella eventualità di cambiamento che ciascuno immette nel mondo mediante quella differenza irriducibile dell'être moi 2 e con l'incontro, dagli esiti imprevedibili, con un altro.

È interpretandole così che accosto quelle parole, dette ad altro proposito, alla vicenda che le "azioni positive" in materia elettorale hanno conosciuto nel nostro paese e precisamente alla vicenda che esse hanno conosciuto nella giurisprudenza della nostra Corte costituzionale.

Come si sa, con la sentenza n. 422 del 1995 la Corte affermò l'incostituzionalità delle "quote" di riserva a favore della rappresentanza femminile, in nome della non manipolabilità dei meccanismi della rappresentanza politica. Due anni fa la legge costituzionale n. 2 del 2001, sulla elezione diretta dei Presidenti delle Regioni a Statuto speciale e delle Province autonome di Trento e Bolzano, ha introdotto il principio secondo cui le leggi elettorali regionali "promuovono condizioni di parità" per l'accesso alle consultazioni elettorali, "al fine di conseguire l'equilibrio della rappresentanza dei sessi". La dottrina si è subito posta l'interrogativo se il nuovo principio avrebbe portato la Corte costituzionale a modificare la posizione assunta nel 1995 3. La risposta è giunta con la sentenza n. 49 del 13 febbraio 2003, nella quale la Corte ha respinto il ricorso dello Stato contro la deliberazione legislativa statutaria della Valle d'Aosta del 25 luglio 2002, recante modificazioni alle norme per l'elezione del Consiglio regionale, che, dando seguito alle indicazioni del legislatore costituzionale, aveva disposto che ogni lista di candidati all'elezione del Consiglio regionale dovesse prevedere la presenza di candidati di entrambi i sessi 4.

Nel ricorso l'Avvocatura dello Stato ha sostenuto che la disposizione statutaria sarebbe analoga a quell'art. 5, comma 2, della legge n. 81 de1 1993, sulla elezione diretta del sindaco, che dette origine alla sentenza n. 422, e secondo la quale nelle liste dei candidati nessuno dei due sessi poteva essere di norma rappresentato in misura superiore ai due terzi. Secondo l'Avvocatura, infatti, "nessuna differenza potrebbe farsi fra la previsione di una quota di riserva... e la previsione di una presenza minima quale che sia, anche di un solo candidato, di uno dei due sessi". La Corte invece vede la differenza, e giudica infondato il ricorso dello Stato.

Forse si ricorderà che la sentenza. n. 422 del 1993 era portatrice di due principali ordini di argomentazioni. Il primo era quello secondo cui meccanismi i quali condizionino da un lato l'esito del voto, e incidano dall'altro sulla uguaglianza dei candidati, contrastano con il principio fondamentale della assoluta non condizionabilità dei modi in cui si realizza e si esprime la rappresentanza politica. Il secondo era che, mentre meccanismi del tipo appena ricordato dovevano ritenersi inammissibili, erano invece auspicabili e da valutare positivamente misure tendenti ad assicurare l'effettiva presenza paritaria delle donne nelle cariche rappresentative "liberamente adottate dai partiti politici, associazioni o gruppi che partecipano alle elezioni, anche con apposite previsioni dei rispettivi statuti o regolamenti concernenti la presentazione delle candidature".

Quello che mi era piaciuto nella sentenza del 1995 non era tanto l'inno alla sacra intoccabilità della rappresentanza politica (inno insincero, posto che, e vi tornerò, allora contro quella sacra intoccabilità dovrebbe infrangersi anche qualunque meccanismo elettorale di tipo maggioritario), ma il chiamare in causa gli ambiti di vita, di realtà, in cui un certo modo di fare politica si svolge (partiti, associazioni, sindacati) e il rimettere a quegli ambiti di vita, di realtà, e ai soggetti concreti che vi si muovono il gioco della conquista di spazi per le donne. Per me significava riconoscere che se le donne vorranno e sapranno, nei rapporti reali che costruiranno nei partiti associazioni o sindacati nei quali avranno desiderio di impegnarsi, costruire relazioni di senso che spostano le cose, che lo facciano. Possono farlo. E sono sovrane nel decidere se farlo. Certamente di là dalle intenzioni dei giudici costituzionali, io leggevo in quella sentenza un certo rispetto per le donne, forse persino una sintonia o quantomeno una conciliabilità con quelle letture femminili della realtà non orientate alla emancipazione e all'egualitarismo ma alla analisi delle risorse iscritte nella differenza sessuale. "Non credere di avere dei diritti", il titolo impagabile di quel libro impagabile pubblicato nel 1987 dalla Libreria delle Donne di Milano 5, significava e significa: diffida da quella armatura di prerogative che viene calata su di te in nome di una valutazione di quello che è bene per te ma che non ti ha prima interrogata, che non nasce da te, che ti iscrive volente o nolente in un universo da altri definito e che ti porta a confirmarlo, dirlo buono, condividerlo, esserne vincolata; e facendo questo mette a tacere, svia, retrocede le potenzialità di cambiamento che solo partendo da te possono trovare espressione.

Nella sentenza del 2003 la Corte si preoccupa di dimostrare che la delibera valdostana nulla contiene che offenda il principio sacro della unitarietà della rappresentanza: siccome l'appartenenza ad un sesso o ad un altro non assolve la funzione di requisito di eleggibilità né di candidabilità, la misura non incide sul contenuto dei diritti fondamentali dei cittadini, dell'uno e dell'altro sesso, che sono tutti ugualmente eleggibili né precostituisce in alcun modo l'esito del voto. Per questo essa è legittima. Ma su qualcosa, la deliberazione però incide. Incide proprio sulle scelte libere dei partiti, perché essi sono vincolati a prevedere una certa misura di candidati di ciascuno dei due sessi. Le disposizioni impugnate della legge elettorale della Valle d'Aosta, osserva infatti la Corte, "introducono un vincolo legale rispetto alle scelte di chi forma e presenta le liste. Quello che, insomma, già si auspicava potesse avvenire attraverso scelte statutarie o regolamentari dei partiti ... è qui perseguito come effetto di un vincolo di legge". Dunque, siccome partiti, sindacati e associazioni non hanno fatto nulla, o troppo poco, per innalzare il tasso di rappresentanza femminile, e siccome fa ormai parte dei nostri riferimenti costituzionali un esplicito vincolo alla promozione della eguaglianza nella rappresentanza dei sessi, bisogna rimediare con un vincolo, un obbligo 6.

L'ingresso di un qualche tipo di azione positiva in materia elettorale nel nostro ordinamento è sancito, costa a partiti, associazioni e gruppi e soprattutto alle persone che ci si muovono dentro, e intorno, un po' meno di libertà. Viene proprio da dire che quello che non s'è fatto per amore, bisognerà farlo per forza.

E a me, effettivamente, il regalo di queste nuove "opportunità", per il modo in cui avviene, il tempo in cui avviene, le parole con cui è detto dal sommo giudice, fa effettivamente un po' sorridere. L'arcigna parola "vincolo" mi fa risuonare l'antico "non per piacer mio...". E al suono di questa musichetta, vedo scorrere "povere donne" e "madri coraggio", tutte le più risapute immagini di un femminile, pervicacemente svuotato di grandezza.

2. "Amore" sembrerà infatti una parola grossa. La sostituisco con ciò che intendo e mi vengono le parole "desiderio", "piacere". Quelle che hanno familiarità col pensiero e la pratica della differenza sessuale sanno l'importanza attribuita al "piacere", al gradiente del desiderio; forma di una misura femminile di ciò che vale, che attrae, nel quale giocarsi. Ad alcune saranno ben note certe riflessioni che hanno imperniato le ragioni dell'isolamento femminile dalla politica per dir così dire ufficiale sulla mancanza del piacere nel partecipare a questo gioco di uomini, a quel "dedicarsi alle questioni di potere, per risolverle o regolarle, che sembra costituire per la società maschile una occupazione senza fine", e che risultano "difficili e noiosi", per le donne, esclusa una minoranza, così come risultano assorbenti per gli uomini, esclusa una minoranza. E sanno anche che "non è sempre stato così. Ci fu un tempo, l'Ancien Régime, e ci furono paesi, come la Francia, in cui c'erano donne che si divertivano a fare politica. Da quel tempo, più noto (ma gli facciamo torto) come tempo di un esercizio arbitrario e tirannico del potere, si separa la 'rottura moderna' che ha portato alla nascita delle democrazie fondate sulla rappresentanza universale. Non senza contraddizioni. Una ci è nota: è l'esclusione formale di uno dei due sessi dai diritti universali. Le democrazie avanzate stanno tentando di risolverla, ma non è facile, perché quell'antico piacere anche femminile di fare politica non ritorna, e bisogna obbligare con la legge le donne ad essere presenti, e gli uomini a sopportare la loro presenza, negli istituti della democrazia rappresentativa".

L'"obbligo legale di 'starci'", di cui parla Luisa Muraro nel lavoro dal quale ho preso queste citazioni 7, è senz'altro un modo in cui, come donna, trovo preferibile - sincero - chiamare le "misure promozionali" a favore di una "equilibrata rappresentanza tra i sessi". La Corte che parla di "vincolo legale" è pure, a suo modo, sincera. Eloquente. Certo è che questa nuova prerogativa che per le donne arriva grazie a un "vincolo" non ha proprio i connotati di un "piacere".

Composto per la maggioranza da uomini, il nostro Parlamento si è preoccupato di assicurare condizioni di parità alle donne nella rappresentanza politica. La non partecipazione delle donne alla vita politica attiva e ufficiale (basso numero di candidature femminili; pochi voti femminili per le candidate donne) è stato interpretato non come un segnale che provenga dalle donne, indicante nella politica ufficiale un luogo che non dà piacere, non innesca desideri, non suscita fiducia; ma come la riprova che le donne sono in posizione di minorità, hanno bisogno di aiuto. Come donna, lo trovo molto offensivo, deprivante. Le donne hanno perfettamente il potere di mandare le donne in Parlamento. Votandole. Le donne politiche hanno perfettamente la possibilità di diventare molte in Parlamento. Facendosi votare dalle donne. Se le donne non votano per le donne, in una società dove le donne hanno discreti gradi di istruzione, votano dal 1948, lavorano, sono inserite nella vita sociale, questo significa ben altro che una condizione di debolezza, carenza o bisogno delle donne. Significa un giudizio. Un giudizio negativo.

Pur di non prenderne atto, la politica ufficiale e le donne che la fanno preferiscono accreditare l'immagine delle "povere donne". In questa non volontà di leggere il comportamento delle donne come una azione dotata di senso e significativa, che pone una profonda ipoteca sulla politica e su chi - donne comprese - la fa, c'è una profonda violenza, e, se si vuole, una radicale inimicizia per il femminile. Le sue azioni (od omissioni) si vedono attribuire un significato: sono considerate incapaci di significare.

3. Come donna, in possesso di memoria (grazie alla voce delle altre), so già, del resto, quanto costano i diritti, i favori, richiesti o non.

Molti, forse tutti, sono oggi disposti a riconoscere che i principali passi dell'emancipazione femminile del secolo XIX e XX hanno coinciso con un imperativo del sistema produttivo capitalista. Che anche le donne lavorassero, dunque producessero un reddito, e potessero spenderlo. Così le donne hanno visto riconoscere il loro diritto al lavoro. Hanno avuto anche garanzie sul lavoro. Tutto questo è bellissimo ma ci sono alcuni aspetti che non vanno dimenticati e si dimenticano facilmente. In un brevissimo lasso di tempo, le donne, divenute emancipate, sono state portate a ritenere che il loro sesso, prima di lavorare, e poi di votare, non avesse storia. L'emancipazione ha, se possibile, reso ancora più immenso la vera causa della "ingiustizia" ai danni delle donne: il fatto che "le donne mancano di una rappresentazione sociale della possibile grandezza femminile" 8. Il nostro paese in modo particolare è (per la sistematica assenza di esposizione di opere di pittrici del passato nei musei, per esempio) il paradigma della rimozione della sapienza e della libertà femminile nella storia 9. Figure eminenti di donne, mistiche, sante, scrittrici, artiste, non meno che scienziate, eretiche, poete, religiose, affiorano dalla storia solo grazie al lavoro delle donne che non hanno voluto limitare la propria esistenza simbolica alla data del giorno in cui sono state fatte entrare in una fabbrica o in una cabina elettorale. Le donne che lo hanno voluto hanno riflettuto sulla libertà che le loro madri e le loro nonne hanno saputo costruire per sé nelle condizioni storiche della loro esistenza. E ciascuna donna sa come sia importante questa figura e grave la sua latitanza. Che le donne abbiano il potere di generare e la trasmissione del linguaggio è qualcosa di fondamentale, ma che di solito non viene riconosciuto come una prerogativa di forza del femminile. Dare dei diritti alle donne non ha significato, forse non poteva significare, coltivare in esse il senso della grandezza e della positività del proprio sesso. In questo senso esse hanno lavorato da sole, mettendo a tema che "prima dei diritti e di tutta la questione della giustizia, viene la valorizzazione sociale delle differenze. E questo valore non viene con la giustizia; viene prima o non viene, ma allora forse non viene neanche la giustizia. Infatti, senza valorizzazione sociale delle differenze, la giustizia procede uniformando e in questo procedere vediamo che riesce più spesso a distaccare i singoli dalle loro risorse di originalità che a eliminare le ingiustizie 10. Dunque non si può non riconoscere che il diritto delle donne a entrare nel mondo del lavoro, oltre a corrispondere a una precisa esigenza del nostro sistema produttivo (il quale sa come portare a sé gli immaginari) è costato alle donne molto sul piano simbolico ovvero sia l'essere emigrate nel mondo degli uomini e il venire convinte che prima di quella immigrazione non si valeva niente (perché si era recluse nelle casa, escluse dall'avere un reddito).

Inoltre, non si può dire che se le donne lavorano, quanto a un diritto al lavoro al femminile, questo (che implica la questione dei tempi del lavoro, della qualità delle relazioni sul lavoro...) non è stato mai iscritto in alcuna agenda ed è semplicemente ciò che ciascuna donna cerca e talvolta riesce a costruirsi per sé. Oggi i diritti del lavoro sono molto in discussione, e non si va lontano dal vero se si dice che nelle moderne società occidentali più che un diritto al lavoro o diritti sul lavoro si ha un dovere di lavorare; un dovere a cui difficilmente le donne, come del resto gli uomini, possono sottrarsi, e del quale è tutt'altro che facile contrattare le condizioni. Credo siano molte le persone, e le donne, che preferirebbero, potendo, non lavorare, o non lavorare nelle condizioni di precarietà e sfruttamento che il lavoro contemporaneo esige sempre più rabbiosamente. È dolorosissimo constatare che una stagione di democrazia, quella postbellica, non ha significato incivilimento del lavoro, per lo meno non un incivilimento talmente radicato e duraturo, da resistere ai colpi inferti dalle esigenze di riorganizzazione del capitalismo. Dare alle donne il diritto al lavoro non ha cambiato il lavoro, se non se e in quanto ogni singola abbia saputo nel suo lavoro cambiare qualcosa per sé e intorno a sé; farne un'esperienza di senso; uno spazio di libertà 11. Non solo, ma si potrebbe anche osservare che un settore ad altissima presenza di lavoro femminile, la scuola primaria e secondaria, è oggetto, nel nostro come in altri paesi, di una crisi radicale che ha investito il ruolo sociale dell'insegnante, e la funzione dell'educazione. Le donne fanno egregiamente, o non egregiamente, a seconda dei casi, il loro mestiere educativo all'interno di edifici letteralmente bombardati e dai quali, mentre vi entravano loro, usciva il "potere" che il sistema educativo aveva racchiuso. Nella stessa università oggi vi sono molte donne in punti apicali della carriera; ma esse paiono destinate a tenere in piedi un edificio incrinato, svuotatosi dall'interno: con la loro passione per l'insegnamento, insieme a pochi colleghi maschi con altrettanta passione, continueranno la produzione di senso che è la trasmissione del sapere. Intanto chi vuole il potere nell'università si concentrerà nella gestione dell'azienda.

4. Che l'occidente si sforzi di ottenere una rappresentanza politica femminile "sufficiente", "adeguata" mi sembra appartenere alla stessa storia. In una stagione ogni giorno più penosa delle nostre democrazie 12, il vuoto che esse lasciano - l'infelicità che esse producono - crea l'esigenza di un riempimento; soccorrono parole grosse, idee roboanti, l'identità storico-culturale-religiosa dell'occidente, per esempio; e, infine, ci si preoccupa che le donne, con la loro assenza dal terreno della politica, non dicano troppo.

Peraltro, quello che si offre loro è l'agevolato ingresso nel recinto, dal quale sono scappati i buoi.

Sedere in una assemblea rappresentativa? In Italia? Ne1 2003?

La mia prima domanda è: per fare che cosa?

Se c'è un dato, sul quale tutte le analisi concordano, è che la politica non si fa nelle assemblee legislative. Né la funzione di controllo e di indirizzo sull'operato degli esecutivi né la funzione legislativa rivestono oggi un ruolo caratteristico nell'andamento dei nostri sistemi di governo, che, a livello statale come locale, sono focalizzati sugli esecutivi e sulla rete di contrattazioni che questi innescano con gli altri esecutivi e con i gruppi sociali influenti. Una perdita di senso che forse le donne hanno avvertito proprio nel loro risparmio di energie verso questa politica ufficiale che non a caso è stata chiamata "politica seconda", dalle donne svalutata rispetto a quella "politica prima" che è la politica della relazione con altre donne, della pratica dei legami valorizzanti, su cui appoggiare - nel  luogo di lavoro, per esempio - le proprie strategie di desiderio 13.

Le donne nei parlamenti come i diritti nella "Costituzione europea": foglie di fico sui sistemi straordinariamente lontani dalla immediatezza della esperienza umana. Terreni che non convengono. Che possono essere lasciati alle donne, e che potranno darsi una ragione di quello che fanno, magari facendo appello alla loro capacità di donare, di agire onestamente, di rimboccarsi le maniche; all'immagine tutta connivente con l'immaginario maschile, di una madre coraggio, che, per sé, si può star sicuri che non chiederà niente. Ma che la mela regalata è marcia, o piuttosto vuota, rinsecchita, le donne lo sanno già. Ancora più sgradevole è dunque questo dono che non può essere rifiutato.

5. Da una giurista, si vorrà un consiglio operativo. Dato che una legge costituzionale impone di promuovere questa rappresentanza femminile, come evitare che questo suggerimento sia utilizzato per affondare la libertà femminile con doni di mele marce, e come utilizzarlo invece per un di più di libertà? La mia idea è semplice: che le donne nei consigli regionali lottino per l'adozione o il ripristino di sistemi elettorali di tipo proporzionale.

È stato messo in evidenza che i sistemi elettorali di tipo maggioritario rendono più difficile la rappresentanza femminile. E che sistemi elettorali di tipo proporzionale la favoriscono 14. È ovvio che, essendo l'elettorato a maggioranza femminile, e sempre a condizione che le donne candidate abbiano credibilità presso le donne, riuscendo a farsi votare, e potere contrattuale nel partito, riuscendo a farsi mettere in lista (difficoltà che spetta a loro stesse superare, come ogni donna, nel suo lavoro, supera le difficoltà che esso le oppone e gioca per modellarlo sui propri desideri), un sistema proporzionale è l'ideale per far correre le donne verso le cariche elettive.

Un impegno di questo genere sarebbe anche un impegno per il ripristino di un discorso meno inquinato, meno ipocrita, sul tema delle ingiustizie, dei diritti, delle "finalità proporzionali", parole delle quali anche la nostra Corte costituzionale ha ritenuto di abusare un po'.

Noi non ci dobbiamo dimenticare che - e prendo la lezione da un giurista conservatore e cattolico 15 - che norme come il nostro art. 3 si riferiscono a disuguaglianze "di fatto" e autorizzano il diritto a intervenire per la rimozione di disuguaglianze "di fatto". La minore propensione al voto delle donne per le donne o la minore rappresentanza delle donne, se può essere un dato di fatto, se può derivare da fatti storici e culturali, non esprime la conseguenza di una differenza "di fatto", cioè biologica, oppure derivante da comprovate situazioni di marginalità sociale, economica o culturale, tra uomini e donne, ma un atteggiamento della società, di quella a parole troppo spesso benedetta società civile, le cui dinamiche il liberalismo imporrebbe fossero lasciate ai suoi propri meccanismi di autoregolazione. In un' ottica liberale ci si dovrebbe sempre chiedere dove si ferma il potere del diritto statale di interferire nelle dinamiche sociali. È curioso che mentre si insiste nel bisogno di mano libera che hanno imprese e capitali, e volentieri ad esso si sacrificano i diritti dei lavoratori, mentre si ritornano a evocare lacci e laccioli da rimuovere, il diritto legislativo si consideri autorizzato a intervenire in una sfera dove sono in gioco liberi poteri e altrettanto liberi conflitti come quelli intercorrenti tra i sessi, tra i corpi, e cioè nella zona di "intersezione di natura e cultura, quella zona dove il potere è ad alto tasso di turbolenza" 16 dove si esperiscono le risorse primarie dell'identità. Forse la preoccupazione di incorporare le donne, uniformarle il più possibile, mettere a tacere la differenza ha qualcosa a che vedere con una esigenza di rimuovere l'immagine stessa della sessualità - identità sessuale, corpo sessuato - e con essa, di nuovo, le forze primarie del potere e del piacere, del conflitto e del desiderio, forze di cui ciascun individuo è titolare e responsabile in proprio. Forse non si vuole l'essere umano sappia questo proprio potere, e questo non casualmente adesso, quando quel potere, quella risorsa inscritta nell'essere corpo, assume tutta la sua potenza antagonista, proprio perché il potere istituzionale, politico ed economico prende le forme del biopotere 17). Ma se la si guarda così, il regalo delle opportunità alle donne è una invasione in una dinamica primaria di passione e gioco (l'incarnazione sociale del sé sessuato) che dovrebbe essere pensata come patrimonio inviolabile dell'essere umano (percorro la mia esistenza sessuata facendomi me attraverso i conflitti, i giochi, i limiti, i desideri che essa biologicamente e socialmente mi apre), una devitalizzazione della vita. E questo sacrificio, non in nome del riparo a una differenza di fatto ma a una difficoltà nella rappresentanza politica che il legislatore stesso ha creato, scegliendo il sistema elettorale più impervio per la rappresentanza femminile, quello maggioritario. Dopo aver reso più difficile alle donne salire, se lo vogliono, la scala della politica secondaria, il legislatore pensa bene di rimediare creando una "opportunità" fatta a posta, sembrerebbe, per confirmare negli esseri umani la sensazione di essere privi di potere. L'orrore dei vecchi liberali per queste misure rivela da sé quanto poco di libertà sappia questa corsa dei sistemi normativi a sottoporre alle proprie logiche l'evento del vivere.

Note

1. M. L. Boccia, Miracolo della libertà, declino della politica, in Motivi della libertà, a cura di Ida Dominijanni, numero monografico di Democrazia e diritto, 200l, 26 ss., 27.

2. In una delle lezioni ora pubblicate in Roland Barthes, Comment vivre ensemble, Cours et séminaires au Collège de France (1976-1977), Seuil Imec, 2002, Barthes riflette sul "Nom"(14l ss.) «Dénotation de l'ultime différence, comme irréductible; or l'ultime différence, c'est moi». Barthes richiama la posizione del nome anche come nome di qualcosa che è assente. Ma in questo senso: "nella comunità ideale non vi sarebbero nomi, perché non si possa parlare gli uni degli altri: non ci sarebbero che richiami, presenze, e non delle immagini, delle assenze. Non ci sarebbero manipolazioni attraverso il nome, buone o cattive".

3. Nel n. 14 del dicembre 2002 di questa Rivista, pag. 53 ss. l'articolo di A. Deffenu, Regioni, diritto di voto, parità tra i sessi: limiti costituzionali e tecniche di legislazione elettorale, offre una panoramica esauriente delle posizioni dottrinali in merito al problema delle azioni positive in materia elettorale. V. anche il volume La parità dei sessi nella rappresentanza politica, a cura di R. Bin, G. Brunelli, A. Pugiotto, P. Veronesi, Giappichelli, Torino, 2003.

4. Disposizione analoga è ora prevista nel disegno di legge sulla elezione del Consiglio regionale e del Presidente della Regione e forma di governo della Regione Sardegna nel Testo unificato approvato il 12 giugno 2003.

5. Edito da Rosemberg e Sellier, Torino, prima ed. 1987, sesta ristampa immutata 1998.

6. Su come la sentenza in discorso abbia giocato sulla introduzione di "vincoli normativi negativi dei confronti dei partiti", v. A. Deffenu, Parità tra i sessi in politica e controllo della Corte: un revirement circondato da limiti e precauzioni, destinato a Le Regioni, 2003, e nel quale l'A. svolge una puntuale analisi dell'argomentazione della Corte e dell'innesto di questa decisione nella problematica che concerne caratteri, effetti, limiti e tipologie delle diverse tecniche di azioni positive.

7. Luisa Muraro, Oltre l'uguaglianza, in Diotima, Oltre l'uguaglianza, le radici femminili dell'autorità, Liguori, Napoli, 1995, 105 ss., 107, 112-113.

8. Non credere di avere dei diritti, cit., 161.

9. Anche se è in Italia che è stato scritto L'ordine simbolico della madre, L. Muraro, Editori Riuniti, Roma, 1991.

10. Non credere di avere dei diritti, cit.,161.

11. Su questo tema v. la recente discussione che intorno al titolo Tana libera tutte. L'istituzione è in-significante è stata proposta a Roma, Università di Roma Tre, Dipartimento di Filosofia, il 25 e 26 ottobre 2002 dalle donne che si riuniscono nel gruppo Matrix, e in particolare v. le relazioni di Simona Lattarulo, Brunella Greco, Simonetta de Fazio, Rita Corsi, Federica Giardini, Iaia Vantaggiato. Estratti degli interventi e del dibattito si possono leggere nel sito omonimo.

12. Una stagione riconosciuta come tale anche da alcuni costituzionalisti, e penso in particolare a Mario Dogliani, Politica e antipolitica. Democrazia di indirizzo versus democrazia di investitura, in Ripensare lo Stato, Convegno di Napoli del 22-23 marzo 2003, a cura di S. Labriola, Giuffré, Milano, 2003.

13. Su politica "prima" e "seconda", v. Maria Luisa Boccia, La parola e la pratica, in Politica amante incompresa, DWF aprile-settembre 1997, 58 ss.

14. Così A. Deffenu, La parità tra i sessi nella legislazione elettorale di alcuni paesi europei, in Diritto pubblico, 3/200l.

15. Che è Christian Starck, nel saggio Gleichberechtigung und tädtsachliche Gleicheit von Mann und Frau (1999), ora ripubblicato in Id., Freiheit und lnstitutionen, Mohr Siebeck, Tübingen, 2002, 263 ss.

16. Rosi Braidotti, Oltre il genere, in Legendaria, 23 settembre 2000, 5 ss., 6. Scrive Braidotti che "La sessualità è una istituzione sociale e simbolica, materiale e semiotica, identificata come collocazione primaria del potere in un intreccio complesso che comprende sia le macro che le micro-relazioni. La differenza sessuale - la bipolarità sessuata - è la messa in atto dell'economia politica di identità sessuate, che è un altro termine per dire 'potere' sia nell'accezione di potestas che in quella di potentia".

17. Cfr. la riflessione di A. Negri, da ultimo in Guide, Cinque lezioni su impero e dintorni, Milano, 2003, anche per la rilettura della analisi foucaultiana.


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