Associazione tra gli ex Consiglieri Regionali della Sardegna
Rivista Presente e Futuro n. 16 - Dicembre 2003


Ricordo di Paolo Berlinguer

Dedichiamo questa parte della rivista a un caro amico e collega scomparso l'anno scorso, Paolo Berlinguer, pubblicando gli atti dell'iniziativa in sua memoria, organizzata il 23 settembre scorso a Sassari, al Palazzo Sciuti.

I tre interventi, del professore Virgilio Mura, dell'avvocato Gemma Maurizi e dell'avvocato Dino Milia, lo ricordano ad un anno dalla scomparsa, tracciandone il profilo come uomo politico, come avvocato e come dirigente sportivo.

Paolo Berlinguer, nato a Sassari il 22 novembre 1935, avvocato, è stato consigliere regionale nella VII e nella VIII legislatura (1974-1984) e assessore regionale ai Trasporti nelle Giunte presiedute da Franco Rais, dal 24 dicembre 1980 all'11 marzo 1982. È stato inoltre consigliere comunale di Sassari.

Virgilio Mura

Paolo Berlinguer, il politico

Per tracciare il profilo di Paolo Berlinguer come uomo politico, occorre preliminarmente individuare lo spazio che egli ha riservato all'attività politica nel quadro della sua breve ma, per molti versi, intensa e ricca esistenza. Uno spazio considerevole, ma non certo "totalizzante". La politica è stata, per lui, un'esperienza coinvolgente, vissuta con serietà e passione, non, però, un'esperienza che lo assorbe completamente. Perché Paolo non era totus politicus. Non era un politico di professione, perché non viveva dalla politica. E neppure era un politico per vocazione, perché non viveva per la politica. Alla politica si è accostato e la politica ha "servito" perché era un buon cittadino, o, meglio, perché, sotto questo profilo, è stato un cittadino esemplare.

Uso, naturalmente, il termine "cittadino" non in un senso banalmente anagrafico, per indicare l'abitante di una città o di un determinato territorio, ma nel significato politico che abbiamo ereditato dall'età comunale, il significato specifico elaborato dalla migliore tradizione repubblicana (da Cicerone ai Costituenti americani del XVIII secolo) e che oggi sorregge i meccanismi istituzionali e le dinamiche funzionali della democrazia dei moderni. Secondo questa prospettiva, cittadino è l'opposto del suddito. Cittadino è l'uomo libero, libero e responsabile, l'uomo dotato di senso civico e, dunque, consapevole del proprio ruolo, di essere parte di un insieme più vasto dal quale si riceve ma al quale bisogna anche dare. Un ruolo, quello di cittadino, che, quindi, non contempla solo diritti ma impone anche doveri. Cittadino è chi ha a cuore le sorti della città e che perciò è disposto, senza l'aspettativa di un immediato tornaconto personale, a investire energie psichiche e fisiche per risolvere le questioni generali legate all'organizzazione della convivenza. Cittadino è chi avverte che il problema dei problemi non è solo vivere, ma convivere e si comporta di conseguenza, contribuendo, secondo la propria visione del mondo, i propri ideali e valori, a costruire la casa comune e a migliorarne l'abitabilità.

Inutile sottolineare quanto sia importante la figura del cittadino per lo svolgimento della vita democratica. La democrazia senza cittadini è un autentico non-senso. Non solo. La democrazia è l'unico sistema politico il cui buon funzionamento dipende non tanto dalla qualità dei governanti, quanto dalla qualità dei cittadini. Perché, alla fine, sono i cittadini che, direttamente o indirettamente, scelgono i governanti.

Tutto questo per dire che la figura del cittadino è una conquista storica, uno dei frutti più preziosi della cultura politica occidentale. Ma se in senso anagrafico-burocratico tutti gli abitanti sono cittadini, in senso politico, l'equivalenza non regge, è falsa. Nel significato politico del termine, cittadini non si nasce, si diventa.

Certo Paolo è stato favorito dalla formazione culturale e dalla tradizione familiare. Ma né la formazione culturale né la tradizione familiare sono di per sé fattori determinanti per l'educazione alla cittadinanza. Gli esempi che si potrebbero fare, con nomi e cognomi, sono numerosissimi e sotto gli occhi di tutti. Paolo, quindi, ci ha messo del suo. Il riguardo verso "la cosa pubblica", il rispetto per le istituzioni, considerate bene di tutti e non oggetto di conquista per razziare o per soddisfare interessi privati, il riconoscimento dei diritti altrui, la solidarietà nei confronti dei deboli e degli indifesi, non sono componenti innate della nostra personalità, ma sensibilità che si acquisiscono.

E sono sensibilità che Paolo già possiede quando comincia la sua militanza nel Pci, un partito a cui si possono imputare molti errori, sia tattici che strategici, non ultimo il ritardo con cui ha preso le distanze dall'aberrante modello dello Stato socialista edificato in Unione Sovietica, ma al quale sarebbe ingeneroso non riconoscere il ruolo avuto nel contribuire a costruire una coscienza democratica di massa del nostro paese e ad elaborare i fondamenti di un'etica pubblica che contempla anche una sorta di codice deontologico per chi assume cariche elettive.

Nel Pci, Paolo "impara" a far politica. E, prima ancora, a conoscere la politica. Impara che la politica ha due volti. Il volto nobile: la politica come arte di governo, come capacità di decidere su e per gli altri e come responsabilità che tale decisione comporta. Ma impara anche che prima di concretarsi in decisione, l'attività politica è pensiero, esercizio della ragione: è documentazione, studio, intelligenza dei problemi e individuazione delle soluzioni, poi, ancora, pratica discorsiva, dialogo, confronto e sforzo argomentativo in funzione persuasiva nei confronti dei tuoi, degli alleati, e, perfino degli avversari. Impara che la politica è continua, faticosa, talora impervia, ricerca del consenso dei co-decisori e dei destinatari della decisione, perché, alla fine, una decisione imposta o non sufficientemente accettata rischia non solo di risultare inefficace, ma di somigliare più ad un atto di violenza che all'esercizio di un potere legittimo.

Ma scopre anche che la politica presenta aspetti meno nobili, anzi decisamente negativi: scopre i sotterranei in cui si annidano il reticolo degli interessi inconfessabili e l'uso privato delle risorse pubbliche; la giungla degli arrivisti, in cui si sviluppano le lotte, spesso senza quartiere per ottenere un'investitura - si tratti di una carica di partito, di governo o sottogoverno, o più semplicemente, di un posto in lista; i corridoi in cui la politica cessa di essere servizio e si trasforma in affare, in cui cessa di essere intelligenza dei problemi generali e si trasforma in cura furbesca del proprio particulare; la dimensione dell'inganno, quando l'arte di persuadere diventa manipolazione subdola e la politica ostentazione, spettacolo e demagogia; i risvolti in cui imperano la miseria dell'omaggio servile e la faziosità fino all'estremo limite della malafede; il sottobosco del clientelismo, in cui la figura del cittadino degrada in quella del suddito o del famiglio di patronati partitici o, peggio ancora, di potentati personali che prosperano trasversalmente all'ombra delle istituzioni pubbliche. "Scopre" letteralmente, perché queste sono in gran parte pratiche clandestine, attività occulte che si svolgono segretamente nei meandri dei palazzi o nei dintorni delle sedi ufficiali della politica. Scopre, insomma, che la politica dissociata dall'etica, separata da valori e ideali nega se stessa come funzione e proiezione della cittadinanza attiva.

Quando Paolo assume responsabilità politiche di tipo elettivo - è consigliere regionale nella VII e nella VIII legislatura, dal 1974 al 1984; assessore ai trasporti dal 1980 al 1982 nelle prime due giunte di sinistra nella storia della Regione sarda; in seguito consigliere (e, per un certo periodo, capogruppo) nel Consiglio comunale di Sassari - conosce la distinzione profonda tra i due volti della politica, o meglio, fra la politica e l'aspetto degenerativo della politica. E opera con lo stile che gli è proprio, quello di un galantuomo schivo e riservato, che conosce e apprezza la differenza fra l'essere e l'apparire. Niente gli è più estraneo della smania, oggi così diffusa, di destare impressione negli altri, o di indulgere in atteggiamenti di fatuo autocompiacimento o in manifestazioni di vanitoso autoincensamento.

Fermo nelle convinzioni di fondo, ma non in modo dogmatico e assoluto, Paolo reca nel suo DNA politico anche il rispetto delle posizioni altrui e la virtù dell'onesta intellettuale, due qualità collegate da un nesso strettissimo, ma molti difficili da applicare in un mondo, come quello della politica attiva, innervato di parzialità e costellato di conflitti. Un conto è, infatti, assistere con sguardo olimpico, in una posizione da terzo neutrale, allo scontro fra due contendenti e ripartire salomonicamente fra essi la ragione e il torto. Altro, ben altro, è rimanere fedeli al principio dell'onestà intellettuale quando sei parte in causa, quando hai una posizione da difendere. Difficile, molto difficile, ma non impossibile. Impossibile è riconoscere le ragioni dell'avversario, se e quando ci sono, se prima non lo riconosci, appunto, come avversario, se lo consideri non un avversario da battere, ma un nemico da distruggere.

Forse quelli della cosiddetta Prima Repubblica, gli anni in cui Paolo ha operato, erano altri tempi, forse il clima era meno ferino e fazioso. Non mancavano certo gli scontri, anche molto aspri, le divisioni, anche molto acute, le fobie, anche molto profonde, i pregiudizi, anche i più ingiustificabili, come la famosa conventio ad excludendum (per la verità, più teorizzata ad uso e consumo degli elettori e dell'ambasciata americana che praticata effettivamente), ma non mancava neppure il reciproco riconoscimento fra le forze politiche. V'era allora un certo fair play, un modus convivendi fra i partiti che avevano preso parte al processo costituente che impediva che la lotta politica degenerasse in una rissa continua o in una guerra senza quartiere e senza più regole, neppure quelle elementari, vanto della civiltà occidentale, del reciproco rispetto. E v'era un fondo di saggezza pratica in quel modo di atteggiarsi e comportarsi, giacché la politica serve, in definitiva, a risolvere i conflitti, non ad alimentarli artificiosamente.

In quel contesto Paolo svolge la propria attività politica e forse è anche in virtù di quel contesto (chi lo può dire con certezza?) che, da uomo di parte ma non fazioso, riesce ad operare rimanendo fedele a se stesso, osservando cioè il principio del rispetto dell'altrui diversità. Il rispetto non di tutte le posizioni e di tutte le opinioni, beninteso, giacché questo sarebbe davvero troppo e perfino controproducente per una sana vita democratica, ma il rispetto del diritto di avere posizioni e opinioni diverse. Questo è il principio basilare sul quale si erge e si sorregge l'edificio della cittadinanza, cioè della convivenza civile, e dal quale derivano, a mò di corollario, una serie di norme di comportamento, fra cui il dovere di ascoltare e di capire prima di giudicare e/o di condannare. Norme valide per il cittadino e ancor più per chi riveste cariche pubbliche, maggiormente esposto alla tentazione della prevaricazione. L'elezione costituisce titolo valido per governare, ma non giustifica l'arroganza del potere. Paolo da questo pericolo era immune, non per grazia ricevuta, ma perché aveva saputo immunizzarsi ed è stato un buon politico proprio perché è stato, prima di tutto, buon cittadino.

In conclusione, ben vengano i politici di professione o di vocazione: senza di essi la democrazia è impraticabile, un sogno per visionari. Ma non tutti lo possono diventare (né è augurabile che lo diventino). Ve lo immaginate un mondo di soli politici di professione e/o per vocazione, un mondo senza artisti, dentisti, avvocati, operai, impiegati, imprenditori, insegnanti, commercianti, operatori turistici e così via? Ve lo immaginate, signore, un mondo senza stilisti? Tutti, invece, possono diventare cittadini (anzi è augurabile che lo diventino). Se mi fosse permesso di dare un consiglio ai giovani, insisterei su questo punto. E se mi fosse consentito di fornire un esempio da seguire, un'esperienza da indicare come esemplare, è quella di Paolo che mi sentirei di suggerire.

Gemma Maurizi

Paolo Berlinguer, l'uomo di legge

Quando con i colleghi di questo studio abbiamo voluto e iniziato a lavorare a questo incontro, tra i primi aspetti sui quali ci siamo confrontati c'è stato quello del titolo da dare all'iniziativa. Ma esiste un lessico, per così dire, una specie di manuale non scritto per occasioni come questa e facilmente ci siamo accordati: "In memoria dell'avv. Paolo Berlinguer. Ad un anno dalla sua morte". Ebbene, a ripensarci ora che, come qualche volta accade, è troppo tardi, abbiamo commesso un errore: abbiamo utilizzato la parola "morte", ovvero "fine". Sarebbe stato più giusto scrivere: "ad un anno dalla sua assenza". L'assenza appartiene al mondo dei vivi, appartiene ai sentimenti che sono vivi e imprescindibili e non possono avere fine perché noi continuiamo a raccontarli. E' per questo che siamo qui stasera: per continuare a raccontare l'avvocato Berlinguer, come abbiamo fatto in pubblico o in privato durante questo anno di assenza.

Il ricordo che mi è stato affidato è quello della sua vita professionale, una vita che iniziava molto presto la mattina e terminava molto tardi la sera. Parlerò in prima persona, me lo impone l'uso e anche in questo caso il manuale non scritto che regola occasioni come quella di stasera, ma la memoria dell'avvocato Berlinguer è patrimonio comune, inesauribile e imprescindibile del suo studio, mia e dei miei colleghi e le mie parole sono anche le loro.

Intendo subito liberare il mio raccontare da qualsiasi equivoco: nulla era più estraneo e lontano dall'avvocato Berlinguer dell'idea di perfezione: non la ricercava negli altri e non la reclamava per se stesso e il suo modo di essere avvocato non è "il miglior modo possibile", ma solo un esempio, una possibilità. Questo è lo spirito con il quale insegnava: far conoscere un modello per poi dare la possibilità di scegliere.

Avere un maestro significa semplicemente non essere soli ad affrontare la professione, avere la possibilità di conoscere regole e comportamenti che nessuna università insegna e potrà mai insegnare, perché nonostante i mutamenti storici, sociali e anche legati all'evoluzione tecnologica, la nostra è e resta una professione che può essere tramandata solo da uomini e donne ad altri uomini e donne.

Avere un maestro significa conoscere delle regole: per esempio nel rapporto con la professione stessa. Sempre più spesso i giovani intraprendono la strada senza prima compiere davvero una scelta e sempre più spesso la nostra professione subisce l'influenza di una filosofia mercantile, del culto dell'apparenza che domina la società contemporanea. Nell'immaginario collettivo l'avvocato è identificato con il prestigio sociale, una serie di simboli economici, atteggiamenti e comportamenti che hanno caratterizzato soprattutto gli ultimi anni e che sono stati amplificati dai modelli dominanti proposti dai mezzi di comunicazione. Per l'avvocato Berlinguer la professione era semplicemente "passione": e la passione, più è forte, più è paziente e silenziosa. La pazienza dello studio, di scrivere e poi riscrivere, di approfondire ogni argomento anche con il confronto con i colleghi, a iniziare dai praticanti dello studio. Il silenzio della elaborazione, dell'ascoltare e del decidere. L'avvocatura come passione: e la passione è anche divertimento e piacere. Il divertimento della sfida dialettica, il piacere della strategia processuale. L'avvocato Berlinguer non credeva "nell'arte della verità", ma "nell'arte dell'argomentare", cioè dei principi di diritto, della logica e delle prove. Credeva al valore assoluto del "dubbio" e incoraggiava a coltivarlo sempre, conosceva il gusto dello studiare e sperava sempre di provare lo stupore quasi infantile che regalano solo la scoperta e il cambiamento. Lo rassicurava avere sempre "qualcosa da imparare", lo considerava un privilegio, un modo per migliorare senza mai migliorare abbastanza e quindi per restare giovani interiormente.

L'avvocato Berlinguer ignorava allegramente la ricerca scomposta degli incarichi e altrettanto allegramente era disinteressato al prestigio sociale; non dava alcun valore ai simboli economici; credeva nel valore del lavoro e considerava il compenso una naturale conseguenza, non certo un obiettivo; si ritraeva alla pubblicità, soprattutto se chiassosa. Ma non vi era nulla di "morale" in questo suo comportarsi, né vi era la volontà di modificare comportamenti altrui: era solo il "suo modo di vedere le cose", legittimo come legittimo è qualsiasi altro modo. Nel suo iniziare a lavorare molto presto la mattina e terminare molto tardi la sera, non vi era un secondo per la noia e non poteva che essere così, perché la passione è immune dalla noia.

Avere un maestro significa conoscere delle regole: per esempio nel rapporto con i clienti. L'avvocato Berlinguer era un avvocato libero ed era convinto che il cliente sceglie, ma noi possiamo scegliere il cliente, così come lo dobbiamo guidare e non subire. Aveva un senso molto alto della dignità della professione e riconosceva un ruolo sociale all'avvocato, soprattutto all'avvocato civilista in realtà piccole come quelle sarde: per questo riteneva che il primo compito nei confronti del cliente fosse quello di ascoltare, ma il secondo fosse quello di cercare una soluzione stragiudiziale, sia per evitare al cliente spese spesso inutili, sia per rimuovere ove possibile i conflitti, ed evitare che lo strappo diventi lacerazione. Anche perché spesso gli strappi sono tra rapporti umani, di famiglia, di amicizia e le lacerazioni diventano rotture che possono modificare una vita intera. Altro compito nei confronti del cliente è quello di studiare: alla fine dell'incontro ripeteva sempre alla persona che aveva esposto il suo problema: "Ora mi lasci studiare, adesso devo studiare, poi le faccio sapere". Non lasciava mai che il rapporto diventasse privato e questo non per cinismo o superficialità, ma perché riteneva che le persone fossero portatrici di una esigenza di giustizia non morale, né etica, ma di "diritto", e interlocutore è lo Stato, la comunità con le sue leggi. L'avvocato Berlinguer era consapevole che le persone si rivolgono a noi con il loro bagaglio di amarezza, di delusione, di rabbia, di odio, di vendetta, di paura, di colpa, ma noi cerchiamo soluzioni di diritto, non morali. E' questo è anche un atteggiamento di rispetto dei limiti e delle competenze che ci sono conosciute e richieste.

Avere un maestro significa conoscere delle regole: per esempio nel rapporto con i magistrati. L'avvocato Berlinguer credeva nel rispetto dei ruoli e nulla gli era più estraneo della ricerca del conflitto. Riteneva che avvocati e magistrati siamo interlocutori della stessa domanda sociale, della esigenza di giustizia dei cittadini, che passa attraverso l'argomentazione dell'avvocato e la decisione del giudice. Al primo spetta la domanda e al secondo la risposta. Da qui una visione paritaria dei ruoli che si esplica per il magistrato nella possibilità di sbagliare e per l'avvocato nella possibilità di criticare. E lo strumento di critica è anzitutto quello riconosciuto e garantito dei diversi gradi del giudizio. Voleva il rispetto dei poteri dell'avvocato, ma rispettava i poteri del giudice, perché era consapevole che mettere in discussione rabbiosamente e pretestuosamente le regole, significa abolire ogni regola. Credeva in una giustizia non assoluta, non infallibile, ma in una giustizia onesta, non immune da errori, come infatti è stata concepita nel suo evolversi processuale. Mai avrebbe ceduto pubblicamente al sospetto di malafede, e credo nemmeno intimamente perché il risultato sarebbe una legittima sfiducia, uno svilimento del ruolo dell'avvocato prima ancora che delle aspirazioni del cittadino.

E credeva nell'importanza del lavoro di tutti coloro che operano nel sistema giudiziario: anche nelle cancellerie si amministra giustizia, si risponde alle istanze degli individui, e non tralasciava né il lavoro quotidiano nelle cancellerie, né il rapporto con gli impiegati. Ecco perché la sua assenza è avvertita da tutti.

Qualche giorno fa nella cancelleria del Tribunale dei minori ho incontrato una impiegata che lavorava negli uffici dell'ex pretura: aveva con l'avvocato Berlinguer un rapporto di reciproca simpatia e ho compreso ed apprezzato la sua domanda: "Com'è ora lo studio?". Immagino che volesse sapere con affetto come sia organizzato lo studio e altri aspetti pratici. Ma l'unica risposta che ho trovato è stata questa: "Vuoto, lo studio è vuoto".

Non voglio che il mio raccontare termini con un pensiero triste: sarebbe reticente e ingiusto, perché l'avvocato Berlinguer era un uomo felice. E lo era senza dubbio perché la politica gli ha permesso di vivere e condividere ideali e valori, perché lo sport gli regalava entusiasmo e divertimento, perché l'avvocatura era una passione libera e forte. Ma era un uomo felice soprattutto e prima di ogni altra ragione perché era un uomo che amava molto ed era molto amato. Gli affetti, sua moglie e le sue figlie, nulla contava di più, nulla arrivava prima. E se era un uomo libero e coerente nella vita pubblica, lo era anche perché nella sua vita privata era il valore principale. Gli affetti lo aiutavano a superare le delusioni e a ridimensionare le vittorie pubbliche. Non è questo il luogo per parlare di questo aspetto della sua vita. Vi è un solo luogo dove è lecito farlo ed è il cuore e la mente di sua moglie e delle sue figlie. A lui non piacerebbe che se ne parli oltre: per l'avvocato Berlinguer l'essenziale non solo è invisibile agli occhi, ma è anche privo di parole.

Però sono convinta che sarebbe felice di sentirci dire che questa, davvero questa è la lezione più importante che ci ha regalato il nostro maestro.

Dino Milia

Paolo Berlinguer, lo sportivo

Questa è una commemorazione voluta per ricordare un carissimo amico scomparso e per onorare la memoria di un cittadino integerrimo che della amicizia, della lealtà e della onestà aveva fatto la sua divisa. E qui siamo riuniti per ricordare con affetto e commozione Paolo a un anno dalla sua scomparsa, ricordarlo con i ricordi che si inseguono e si accavallano e che ci portano indietro nel tempo con tristezza e nostalgia.

Chi mi ha preceduto ha illustrato le doti di Paolo Berlinguer in modo brillante e completo. Io dovrei ricordarlo come dirigente sportivo della Dinamo, della quale fu per tanti anni vice presidente. E' difficile ricordarlo solo in tale veste perché le qualità umane di una persona non cambiano a seconda del ruolo che si riveste, perché Paolo non amava la pubblicità, perché mai accettò un'intervista alla radio o alla televisione, mai acconsentì a farsi fotografare e, se si accorgeva del fotografo che voleva ritrarlo, si portava le mani sul volto oppure girava la faccia dalla parte opposta, il tutto con fare apparentemente normale per mimetizzare la sua vera volontà.

Questo suo comportamento schivo e riservato superava, a mio giudizio, il limite direi del consentito, ma mentre il negarsi ai fotografi mi faceva divertire, perché era per me un fatto incredibile, il negarsi a una intervista mi faceva veramente imbestialire, perché i suoi pareri e le sue osservazioni avrebbero di certo avuto molta importanza nel mondo dello sport e in particolare di quello sassarese, nel quale si muove molto spesso una massa di tifosi ipercritici, spesso invadenti e ricchi di pretese e richieste assurde.

Quelle interviste mai date costituivano oggetto di discussione con me, sia pure breve, perché io sapevo che Paolo non sarebbe ritornato indietro e ben sapevo che il diniego di oggi era identico a quelli del passato e a quelli che avrebbero dato domani. Egli era capace di allontanarsi per realizzare questa sua volontà. E quando ritornava, soprattutto nel sottopassaggio del Palazzetto da dove assieme - per lunghi anni - abbiamo assistito alle partite commentandole fra noi due, egli poneva fine alle mie solite osservazioni con una battuta salace in sassarese che era fonte di sincera risata.

Ma per fare il dirigente sportivo occorre essere sportivi e amare lo sport.

Paolo Berlinguer amava lo sport, e non solo la pallacanestro. Amava l'automobilismo, amava il tennis, il calcio, il pugilato, il ciclismo e amava con tenerezza e furore il mare, le sue onde, il vento che gli sferzava il volto mentre in piedi pilotava la sua barca, sospinta dalla vela e dai venti. E se dovessi richiamare alla memoria la sua immagine più bella egli mi appare sempre nella sua barca vicino alla vela, felice e sorridente per i colori di quel mare, per la carezza del vento, per la bellezza abbagliante della sua Stintino. E perché egli ritornava in quei posti dove i ricordi della sua fanciullezza e dei suoi Avi avevano trovato albergo e dove gli anfratti, le scogliere e le spiagge gli parlavano di un'altra vita.

Ma il Palazzetto era il luogo di sofferenze per otto lunghi mesi dell'anno per Paolo come per me: sofferenze ed entusiasmi per tanti e tanti anni.

Io pregai Paolo Berlinguer di accettare la carica di vice presidente della Dinamo, primo, perché sapevo quale enorme collaborazione avrebbe potuto portare con la sua intelligenza e serietà, secondo, perché mi sarei affiancato un amico fraterno e sincero e terzo, gli dissi senza perifrasi, perché alla Dinamo serviva un nome di prestigio. Gli dissi scherzando "…vedi, tu quasi certamente già sei un rimbambito, ma ti chiami Berlinguer…". Egli si sfasciò dalle risate e poi si alzò dalla scrivania, mi si avvicinò e mi disse che accettava. Mi accorsi che era felice ed entusiasta e altrettanto lo ero io quando ci abbracciammo.

E questa sua passione per la Dinamo la dimostrò per tutta la sua vita. In tanti lunghi anni mai una decisione fu presa in contrasto fra Paolo e me. Mai. E questa mia categorica affermazione può sembrare assurda o incredibile ma è verità assoluta. E ci furono decisioni molto gravi e importanti e fatti ancora più gravi a danno della nostra società e a danno da parte di persone disoneste e truffatrici al di là della più galoppante fantasia. Gli amici dello studio di Paolo sanno tutto, e molto sa anche il professore ed amico Antonio Serra che con noi collaborò rimanendo sbalordito e incredulo per quello che apprendeva e leggeva.

Paolo in tutte queste delicate situazioni dimostrò di essere un grande dirigente per la sua freddezza nel valutare le cose, per la sua razionalità e per il suo equilibrio con i quali mimetizzava il suo stato di disgusto e di rabbia per i gravi torti che subivamo e il conseguente enorme danno economico. Questo comportamento verbale ed esteriore era permanente da parte di Paolo nel Consiglio della Dinamo, ma non quando eravamo a quattr'occhi.

Io sapevo di poterlo trovare da solo sempre la domenica mattina nella campagna di Serra Secca, campagna bellissima, ricca di fiori, piante sempre ben curate, ricca di silenzi e serenità. Adesso vi dirò che la vera disciplina sportiva che Paolo praticava era quella di "zappare la terra", potare gli alberi, creare aiuole ricche di fiori. Ma la cosa incredibile e bellissima è che egli lavorava con due altoparlanti a distanza di otto, dieci metri da lui, che trasmettevano senza soluzione di continuità musica ma soprattutto le sinfonie di Beethoven. Gli altoparlanti disponevano di un filo lungo e lo seguivano dovunque. Dalle nove alle tredici della domenica (spesso anche il sabato) egli viveva in questo mondo tra il profumo della terra, il sudore della zappa e le note di Beethoven. E non si voleva disturbato da alcuno. Spesso chiudeva il cancello con catena e lucchetto. Soltanto io avevo la possibilità di entrare in questo eremo e spesso lo rimproveravo per la fatica e il sudore. Egli attribuiva la colpa alla "datrice del lavoro" - la moglie Marina - che per di più ritardava nel pagargli il salario. Dopo di che si lavava, si sedeva dopo che io, sommessamente, lo pregavo di allontanare da noi Beethoven che di pallacanestro nulla sapeva e per di più lo distraeva e ci distraeva.

Infatti avevo notato che spesso Paolo mentre discuteva si vedeva che non abbandonava le note musicali perché muoveva inavvertitamente o quasi meccanicamente una mano o un dito come per dirigere il tempo dell'orchestra. Ciò avveniva anche nel suo studio. Nessuno pensi che sia cosa facile dirigere società ricche sempre di problemi economici, tecnici o disciplinari, con rapporti finanziari per miliardi dei quali si risponde personalmente.

Un giorno gli dissi che il sacro di Beethoven non si addiceva al profano della Dinamo. E così con un sorriso spense la musica.

Paolo era un dirigente sereno e questa serenità si sommava alla sua intelligenza e competenza anche perché aveva giocato per vari anni alla pallacanestro. Non ho mai visto Paolo veramente arrabbiato: al massimo uno scatto d'ira e poi la normalità non esteriore ma interiore e psichica con la quale continuava a discutere al di fuori dell'emotività.

Per essere sportivo occorrono molte doti e per essere un bravo dirigente sportivo occorre essere sportivo. Sportivo significa amare lo sport come fatto sociale oggi di rilevante importanza, come fonte di educazione sociale ed etica. Sappiamo tutti che questo spesso non avviene, ma il dirigente deve ricordare che lo sport ha questi valori sociali e morali che insegnano il rispetto dell'avversario, la correttezza alla base di qualunque rapporto, la lealtà, il rispetto della sacralità dell'uomo. Queste doti erano tutte di Paolo e per questo egli fu un grande dirigente della Dinamo.

Alle dette doti aggiungeva la diplomazia che inseriva sempre con tecnica da schermidore, quando si andava a perorare la causa della nostra società in alto loco. Molti possono ritenere che una sponsorizzazione di livello sia opera di una chiacchierata di poche ore: occorre pervicacia, intelligenza loquela, amicizie e conoscenze politiche con riferimento alla controparte. In questo Paolo era ottimale, soprattutto perché avevamo soltanto amici e perché era risaputo che la Dinamo mai aveva mischiato lo sport con la politica.

Il dirigente mai può essere uomo fazioso né il tifo può confondersi con la faziosità. Paolo era molto democratico con tutti, anche se non apprezzava l'eccessiva confidenza di chi non conosceva bene. Un giorno un tale, del quale taccio il nome per opportunità, gli disse "Avvocato, noi possiamo darci del tu" ed egli, che non voleva contraddirlo, rispose "veda Lei, faccia come ritiene".

Paolo Berlinguer seguiva sempre la squadra in casa e qualche volta nella Penisola, assisteva a molti allenamenti e, soprattutto se gli dicevo che la sua presenza era importante, non mancava all'appuntamento. Quando dovetti cambiare in un campionato tre o quattro allenatori, ciò feci sempre con l'accordo di Paolo al quale illustrai i motivi di dette onerose, più che dolorose, decisioni; egli discusse a lungo concludendo che ammirava il mio coraggio ma che la decisione, se si poteva, era da prendere. E furono prese.

Un giorno mi riferirono che tre giocatori dalla pelle scura da tre mesi di rifiutavano di fare la doccia assieme ai bianchi. Prima non ci credetti ma quando accertai la veridicità della notizia chiamai Paolo e gli dissi: "Senti, tu parli bene l'inglese. Vieni al Palazzetto, traduci le mie parole e poi parla tu". Egli ignorava l'argomento e io lo misi in curiosità e gli dissi che ero certo che egli sarebbe intervenuto. Riunii la squadra e dissi ai tre atleti di pelle scura che erano tre razzisti, che dovevano vergognarsi del loro offensivo comportamento e che in Italia detto comportamento costituiva reato. Paolo tradusse e poi parlò in inglese (diretto soltanto ai tre stranieri) per venti minuti e fu una delle poche volte che vidi Paolo alzare la voce e manifestare la sua ira e la sua contrarietà.

Quando veniva in trasferta erano sempre gite piacevoli e gli atleti gli erano affezionati perché si accorgevano sempre che avevano a che fare con un dirigente per bene, corretto, ricco di consigli e di simpatia, signore sempre, non solo nei modi e nelle forme. Da ciò discendeva la sua autorità, che tutti avvertiamo e che egli non ricercava.

Ma la telefonata che non poteva mancare era quella del dopo partita quando Paolo era assente.

Se la Dinamo vinceva la telefonata sua o della moglie Marina era "ma lo sai che hai una squadra forte?", in tono più o meno ironico. Se perdeva, ero io a telefonare per dirgli che la loro squadra faceva pena.

Così volarono tanti anni. Una mattina dei primi mesi del 2001, verso le 9.30, mentre entravo nel Palazzetto di Giustizia, sentii la sua voce che mi chiamava. Si avvicinò, mi prese per un braccio e con voce debole mi disse: "Ho il cancro". Rimasi come fulminato, lo guardai in faccia e vidi che i suoi occhi erano pieni di lacrime. Non trovai parole. Capii subito che era certamente vero quanto mi aveva detto e che il calice di cristallo che conteneva la sua vita stava per frantumarsi.

Passarono tanti giorni pieni di apprensione e di timore ma di poi ogni mese che trascorreva la speranza di migliorare diventava sempre più seria. Improvvisamente, nell'autunno 2001 mi chiamò e andai nel suo studio. Mi venne incontro e mi disse: "Ti do una notizia eccezionale: sono guarito!" Era felice, allegro, sorridente, era il Paolo di prima e stava veramente bene, tanto che decidemmo di trascorrere il capodanno del 2002 fuori dall'Italia con Marina e mia moglie. E così fu. Riparlò con foga della Dinamo, della squadra, degli sponsor, felice che la malattia fosse ormai lontana, alle sue spalle.

Poi in aprile tutto precipitò, gli appuntamenti saltarono sempre, gli incontri vennero rinviati, al telefono non riusciva a parlare e io doverosamente non lo chiamavo. Ma alla fine di ogni partita mi chiamava per avere notizie dettagliate e io rimanevo allibito di ciò. L'ultima volta, in vita, lo vidi all'ospedale.

Entrai nella sua camera, era a letto sereno e sorridente, con intorno le sue tre figlie e Marina.

Io - per dire qualcosa - gli dissi che con i suoi dolori alle gambe aveva scocciato ormai anche i medici che facevano finta di credergli. Mi guardò sorridendo e mi disse "vedi che mi sta vicino? Le mie tre figlie e mia moglie. Dimmi se non sono fortunato". Mi trattenni pochi minuti, lo salutai stringendogli un piede anziché la mano e dopo avermi detto che appena usciva dall'Ospedale avrebbe organizzato una cena a Stintino.

Non lo rividi e non lo sentii più. Rividi il suo corpo nella cappella privata di Sant'Orsola. Rimasi per mezz'ora da solo con lui. Il suo spirito era già volato lontano. Arrivarono tutti gli atleti della Dinamo e si schierarono vicino alla sua bara per esprimere a Marina e ai familiari il loro cordoglio e quello di tutti gli sportivi. Se ne era andato un grande silenzioso dirigente sportivo che tutti amavano. Se ne era andato un grande amico e un grande cittadino che a tutti aveva regalato uno scrigno di ricchezze morali.

Io rimasi da solo ancora e a lungo e pensai a tutte le cose che oggi vi ho raccontato e a tante altre. Ritornò nel mio intelletto e nel mio animo la musica del mare di Stintino, delle sue onde e delle sue scogliere, e rividi le forbici da potatore in mano a Paolo e le note delle sinfonie di Beethoven che accompagnavano il suo lavoro, note che egli infinitamente amava. Lo guardai intensamente nel volto, gli accarezzai la fronte e capii che quella musica del mare con le note immortali di Beethoven avevano di certo accompagnato il suo spirito nei cieli abbaglianti dell'eternità, cieli senza orizzonti, senza solitudini, e dove immutabili sono la serenità e la pace. E dietro a quelle note musicali immortali mi sembrò di udire ancora l'urlo di Paolo dirigente e tifoso, che si allontanava per sempre da noi, che egli lanciava alla squadra nei momenti difficili "Forza Dinamo".

Poiché la vita è fatta di grandi e piccole cose e Paolo aveva ricordato a chi se ne era scordato che l'onestà e il senso di responsabilità mettono sempre le piccole e grandi cose sullo stesso piano e che il suo amore per la Dinamo era il riflesso del suo grande amore per la sua città di Sassari.


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