Associazione tra gli ex Consiglieri Regionali della Sardegna
Rivista Presente e Futuro n. 16 - Dicembre 2003


Federica Falchi

Profilo storico della cittadinanza femminile

Alla luce della recente approvazione della legge costituzionale 30 maggio 2003 n°1 che modifica l'art. 51 della Costituzione 1, prevedendo la possibilità di ricorrere ad appositi provvedimenti per promuovere le pari opportunità tra uomini e donne in merito all'accesso alle cariche elettive, potrebbe essere utile e esplicativo, ai fini di una corretta interpretazione degli ostacoli che oggi si frappongono alla realizzazione dell'uguaglianza sostanziale, ripercorrere le tappe che hanno segnato il lungo cammino delle donne verso l'acquisizione, per lo meno dal punto di vista formale, di quell'insieme di diritti civili e politici che qualificano chi ne è titolare come "cittadino".

Nella storiografia tradizionale il tema della cittadinanza è stato ampiamente trattato secondo una concezione universale neutra onnicomprensiva dell'esperienza maschile e femminile; se però si analizzano gli avvenimenti in maniera più approfondita, si rileva che la cittadinanza maschile e quella femminile hanno seguito percorsi storici diversi, sia dal punto di vista temporale, sia dal punto di vista dei modi dell'affermazione e della codificazione. Per rilevare queste differenze è utile servirsi di una nuova categoria di analisi ed interpretazione storica: il genere 2.

Tale categoria ci permetterà di prendere coscienza dell'esistenza di un'esperienza femminile e di un'esperienza maschile e attraverso il loro studio di acquisire nuovi strumenti utili, ai fini di una maggiore conoscenza dell'evoluzione e del funzionamento delle istituzioni, facendo luce su aspetti importanti della vita sociale degli Stati. Dunque "il concetto di genere [deve essere] visto sotto il profilo integrativo e non certamente discriminatorio [per cogliere] l'alterità in tutto ciò che prima era univoco" 3.

Per meglio chiarire i concetti appena esposti sarà utile mettere in luce sia i momenti fondanti del concetto di cittadinanza maschile sia le aspirazioni di quella femminile, ma anche gli ostacoli di natura legislativa, filosofica e del costume che, nel corso dei secoli, hanno impedito che il percorso di acquisizione della cittadinanza maschile e femminile si svolgesse di pari passo.

La nascita del concetto di cittadinanza

Il concetto di cittadinanza nasce nell'antica Grecia, ed è Aristotele, nella Politica, a chiarirne il significato; l'uomo si realizza nella collettività e nella partecipazione ad essa, quando ciò non accade le popolazioni oi barbaroi, sono da considerare inferiori, proprio perché presso di loro gli uomini non partecipano all'amministrazione della città. Quest'ultima, secondo Aristotele, si costituisce per natura dalla famiglia; la polis è, dunque, formata non da individui ma da famiglie, ed è per questo motivo che è importante studiare i rapporti al loro interno, poiché sono gli stessi che si sviluppano nella città-Stato. La famiglia di cui si parla è quella patriarcale allargata, in cui il marito comanda sulla moglie sui figli e sugli schiavi. Questi rapporti di potere trovavano la loro legittimazione, secondo Aristotele, nella convinzione che in natura esiste una gerarchia delle intelligenze secondo la quale il maschio è capo della casa perché è il più intelligente, il più atto al comando; le donne, infatti, hanno meno intelligenza dell'uomo; i figli possiedono l'intelligenza, in potenza ma non in atto, e gli schiavi ne sono quasi privi, e sono di conseguenza all'ultimo posto nella gerarchia familiare. Il ricorso alle leggi di natura, le uniche ritenute immodificabili, serviva per legittimare la situazione di disequilibrio all'interno della famiglia e il mancato accesso delle donne alla vita così detta "pubblica" che ne era il riflesso. La teoria aristotelica dell'inferiorità biologica femminile è stata utilizzata, anche da pensatori successivi, per giustificare l'esclusione delle donne dalla sfera pubblica. Quindi, mentre all'uomo era permesso di vivere ed agire in entrambe le sfere, la donna a causa della sua conformazione biologica era giudicata adatta a vivere solo nella sfera privata. Questa appartenenza per motivi biologici alla sfera privata sarà una concezione che accompagnerà la donna nei secoli successivi, basta pensare al successo che riscossero nell'800 le teorie di Lombroso sull'inferiorità biologica femminile o al fatto che nel 1946 in Assemblea costituente, durante il dibattito sulla possibilità di ammettere le donne alla magistratura, l'on. Molè disse che riteneva le donne inadatte a giudicare per "i motivi della scuola di Charcot riguardanti il complesso anatomo-fisiologico" 4.

Come ha giustamente rilevato la Conti Odorisio "il sistema politico e culturale è strutturato dunque sulla separazione tra pubblico e privato. Il privato viene vissuto come una struttura separata dal mondo, dove è possibile salvaguardare una sfera di relazioni naturali. La separazione tra pubblico e privato, però, ha significato per la metà femminile della società, non solo la privazione dei diritti civili e politici, ma anche la perdita dell'autonomia necessaria per partecipare alla gestione della comunità e condividere le scelte relative ai contenuti e alle regole della vita comune" 5.

Dopo aver analizzato il momento della nascita del concetto di cittadinanza mi pare necessario, per esigenze di brevità 6 e di opportunità, fare un salto temporale e giungere al XVIII secolo, che riveste nella storia una rilevante importanza, poiché fu il secolo in cui si assistette a mutamenti radicali sia dal punto di vista del pensiero, sia dal punto di vista dell'organizzazione degli Stati. Fu, infatti, in questo periodo che nacque l'Illuminismo che, con la sua dichiarata lotta ai pregiudizi e ai privilegi e l'utilizzo della ragione come unico criterio di conoscenza, sembrava un utile strumento per combattere anche uno dei preconcetti più radicati ed antichi, quello dell'inferiorità femminile. Inoltre, questo fu anche il secolo delle grandi rivoluzioni, rilevanti perché - come scrive la Gabrielli - è in questo periodo che "si definiscono gli attributi del nuovo cittadino e per conseguenza i criteri di inclusione e di esclusione rispetto all'arena politica e alle relazioni Stato-individuo" 7.

La Rivoluzione francese

Durante la rivoluzione francese l'apporto femminile alla causa rivoluzionaria fu ingente e generalizzato; le donne parteciparono alle dimostrazioni di folla, a cui spesso diedero inizio (da qui il nome di micce incendiarie); intervennero nelle assemblee e crearono dei propri clubs e giornali, al fine di denunciare l'oppressione di cui erano vittime e rivendicare per sé i diritti civili e politici.

Nonostante, però, le rivendicazioni femminili fossero pienamente coerenti con la lotta ai pregiudizi e l'aspirazione all'uguaglianza, che erano principi cardine della rivoluzione francese, nessuna delle forze rivoluzionarie si fece portavoce di tali rivendicazioni. Fece eccezione a questo generalizzato disinteresse Condorcet, che rivendicò nel 1790, con un opuscolo dal titolo Sull'ammissione delle donne ai diritti di cittadinanza, il diritto di cittadinanza per le donne sostenendo che: "O nessun individuo della razza umana gode di veri e propri diritti, oppure tutti godono degli stessi; e colui che vota contro i diritti di un altro, quale che sia la sua religione, il colore della sua pelle o il sesso, ha da quel momento abiurato ai propri" 8.

Nel '700, il punto più alto dell'elaborazione del pensiero per la codificazione dei principi propugnati dalla rivoluzione francese fu raggiunto con la Dichiarazione dei diritti dell'uomo, che è universalmente riconosciuta "come momento fondatore dei moderni diritti alla libertà e all'uguaglianza. Ed è nell'epoca della rivoluzione che si avvia la costruzione concreta e non lineare di quel modello di cittadinanza che ha attraversato l'Occidente europeo negli ultimi duecento anni e da cui le donne sono restate a lungo escluse" 9. Da tale Dichiarazione le donne rimangono implicitamente escluse, il manifestato universalismo della Dichiarazione non si applica, infatti, alle donne che per lunghi anni verranno escluse in tutti i paesi dalla titolarità dei più elementari diritti. In polemica con le discriminazioni implicite della dichiarazione nel 1791, Olympe De Gouges pubblica La Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina. Con questa opera, dai più giudicata utopica se non addirittura assurda, la De Gouges voleva affermare che i diritti riconosciuti all'uomo sarebbero dovuti essere riconosciuti anche alla donna; questa precisazione era necessaria perché l'universale neutro "uomo" era da tutti inteso come sinonimo di essere umano maschio. La De Gouges, allora, in chiara opposizione a ciò, fece una dichiarazione identica a quella del 1789, ma riferita esplicitamente alle donne, per sottolineare che erano uguali agli uomini e che dovevano di conseguenza avere uguali diritti. Uno degli articoli più significativi della Dichiarazione del 1791 è il X in cui la De Gouges afferma che, se "La donna ha il diritto di salire sul patibolo, deve avere anche quello di salire sulla tribuna" 10. Leggere tali parole, sapendo ciò che le successe dopo, ha un sapore amaro e le fa apparire profetiche; la De Gouges, infatti, fu ghigliottinata nel 1793 "per aver voluto essere uomo di Stato e dimenticato le virtù che si convengono al suo sesso" 11. Gli avvenimenti successivi alla pubblicazione della Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina confermarono le accuse della De Gouges e tolsero il velo di finto universalismo, che fino ad allora aveva avvolto i proclami dei rivoluzionari: nel 1793 la Convenzione non approvò la proposta di equiparazione politica fra uomini e donne e nel 1794 decise di chiudere i clubs femminili perché considerati destabilizzanti.

Il disinteresse manifestato dai costituenti francesi nei confronti dei diritti civili e politici delle donne suscitò la disapprovazione anche della scrittrice inglese Mary Wollstonecraft, che con i suoi scritti aveva introdotto nel dibattito inglese le tematiche della rivoluzione francese. La Wollstonecraft, fermamente convinta che il disagio femminile fosse la diretta conseguenza di una cattiva educazione e della mancanza di una adeguata istruzione, nella sua opera Vindication of the rights of Women (1791), rivendicò per le donne il diritto di partecipare alla vita pubblica attraverso propri rappresentanti ma soprattutto spronò le donne ad essere autonome, non solo dal punto di vista economico ma anche dal punto di vista intellettuale e morale, perché solo così avrebbero potuto conquistare la vera libertà ed affermare pienamente se stesse. Alla luce di quanto sosteneva, la Wollstonecraft criticò duramente i costituenti francesi che, escludendo le donne dai diritti riconosciuti all'"uomo", le privavano di fatto della loro stessa natura umana.

  L'Ottocento

Nell'Ottocento, anche sotto la spinta dell'industrializzazione, aumentò il numero delle lavoratrici; l'ingresso delle donne nel mondo del lavoro, se da una parte le rese vittime di sfruttamento, a causa dei bassi salari e della quasi totale mancanza di una tutela in caso di maternità, dall'altra parte rappresentò per loro un primo passo nel cammino dell'emancipazione. È in questo secolo, infatti, che si manifestò in maniera concreta e diffusa l'aspirazione femminile ad uscire dall'angusto perimetro casalingo, per giungere ad una congiunzione del privato e del pubblico che avrebbe permesso alla donna di esistere come individuo a sé stante in tutti gli aspetti della vita compreso quello lavorativo. Sul finire del secolo, infatti, si assistette da una parte ad un aumento delle associazioni, petizioni, conferenze, riunioni, sfilate e banchetti per mezzo dei quali le donne reclamavano i propri diritti, e dall'altra, quasi in opposizione a questa vivacità femminile e alle spinte emancipazioniste, ad una recrudescenza delle teorie sull'inferiorità biologica femminile, ora propugnate dai positivisti, che avevano probabilmente il timore che i grandi cambiamenti in atto potessero stravolgere i ruoli precostituiti dell'uomo e della donna.

Nel XIX secolo, le rivendicazioni in merito all'acquisizione dei diritti civili e politici delle donne si intensificarono in tutto il mondo. Negli Stati Uniti il movimento emancipazionista condusse la lotta per la rivendicazione dei diritti civili e politici insieme al movimento abolizionista, poiché aveva riscontrato delle evidenti analogie fra la condizione dei neri e quella delle donne, entrambi privati dei più elementari diritti umani. Il primo movimento femminile organizzato nacque in seguito ad uno spiacevole episodio capitato a due delegate americane, Lucretia Mott ed Elizabeth Stanton, che, intervenute al Congresso mondiale antischiavista di Londra, non furono ammesse neanche a presenziare ai lavori del congresso, perché donne. In seguito a ciò la Mott e la Stanton organizzarono un convegno per il 19 e 20 luglio 1848 a Seneca Falls, ed in tale sede posero le basi per la creazione di un movimento che si impegnasse, in modo concreto e costante, per la rivendicazione dei diritti femminili.

Nel 1866, il movimento femminile si ritrovò da solo a rivendicare l'estensione dei diritti civili e politici per le donne. In quell'anno, infatti, il Congresso approvò il 14° emendamento alla Costituzione sancendo, così, che "qualsiasi cittadino americano di sesso maschile ha diritto al voto". Da quel momento le emancipazioniste abbandonarono la causa antischiavista, e combatterono da sole le proprie battaglie che si susseguiranno nel tempo, con alterne fortune: nel 1869 lo Wyoming concesse il voto alle donne, primo Stato americano a farlo. Dovettero, però, passare diversi anni prima che il principio secondo cui gli uomini e le donne devono godere degli stessi diritti politici venisse riconosciuto nel 1929, in seguito al 19° emendamento, nella Costituzione americana.

In Inghilterra il movimento suffragista fu nell'800 altrettanto vivace e si oppose tramite articoli, conferenze, opuscoli e petizioni all'ostinazione dei politici di escludere le donne dal voto. Le emancipazioniste trovarono un fedele alleato nel filosofo John Stuart Mill autore, nel 1869, dell'opera The subjection of women, giudicata la Bibbia del movimento femminista, in cui Mill asseriva che, fino dalla loro nascita, e a causa della loro presunta inferiorità, le leggi limitano le donne, impedendo loro, per tutta la durata della vita, di accedere a date posizioni. Il filosofo inglese, fermamente convinto, come Fourier, che il grado di civiltà di un popolo si misurasse in base alla condizione della donna, cercò, attraverso la presentazione in Parlamento di vari progetti di legge, di far accettare nella società inglese il principio di parità fra uomo e donna. Egli riteneva che tale parificazione sarebbe stata possibile solo permettendo alle donne di ricevere un'adeguata istruzione, di accedere ad ogni impiego, di godere degli stessi diritti dell'uomo all'interno della famiglia, e di partecipare alle elezioni.

Anche l'Italia vide un incremento delle rivendicazioni femminili in merito alla concessione dei diritti politici. Un maggior impulso a queste rivendicazioni venne, dopo l'Unità, dalle donne del Lombardo-Veneto e della Toscana, poiché per esse l'unificazione dei codici, con una netta preminenza di quello sabaudo, comportò la perdita di diritti di cui godevano negli Stati preunitari: una parziale capacità giuridica e la possibilità per alcuni gruppi di donne di esercitare il voto amministrativo. Il codice Pisanelli, dunque, negando qualsiasi capacità giuridica alla donna, e non prendendo neanche in considerazione la possibilità di concedere i diritti politici alle donne, rappresentò per loro un passo indietro nel cammino della propria emancipazione.

A dispetto, però, dei numerosi ostacoli legislativi e di costume che miravano a circoscrivere i diritti delle donne, diverse furono negli anni le iniziative presentate dalle emancipazioniste miranti a mutare tale situazione. In favore delle rivendicazioni femminili si batterono, inoltre, anche alcuni deputati. Fra questi il napoletano Salvatore Morelli, fermamente convinto che la reale democrazia potesse realizzarsi solo attraverso il mutamento della condizione femminile. Egli respingeva qualsiasi discorso in merito alla non opportunità di concedere i diritti politici alle donne a causa della loro inesperienza o della loro sommaria preparazione, poiché, secondo lui, il riferimento ad una sommaria preparazione era il "sofisma di tutti i despoti che quando sono chiamati a riconoscere la libertà e gli altri diritti dei popoli essi rispondono: sono immaturi. Ma, dico io, giusto perché si vogliono maturare alla civiltà bisogna costituirli nella pienezza dei loro diritti" 12.

Coerentemente con quanto sosteneva, Morelli presentò nel corso degli anni diversi progetti di legge. I primi tre, presentati pochi giorni dopo la sua elezione nel 1867, avevano come obiettivo l'emancipazione della donna, poiché, come sostenne nell'art. 1 di uno dei tre testi, "riconoscendo nella donna identità di tipo e facoltà eguali all'uomo, giustizia vuole che essa sia eguagliata al medesimo nei diritti civili e politici" 13. Le tre proposte, però, non furono prese in considerazione dai colleghi, tanto che non furono neanche lette in aula.

Morelli comunque non fu il solo deputato a battersi in favore dell'emancipazione femminile. Nel 1871, infatti, fu Giovanni Lanza a presentare un progetto per la concessione alle donne del voto amministrativo. La proposta non fu però approvata a causa dell'opposizione di alcuni deputati, convinti che la concessione avrebbe avuto come conseguenza quella di attribuire due voti agli uomini. Infatti, era "naturale" che la moglie votasse come il marito; nel caso poi di voto differente ci si sarebbe imbattuti in un male peggiore: la disgregazione della famiglia. L'avvento della Sinistra, nel 1876, creò nelle donne delle aspettative, che vennero però puntualmente disattese. Tutte le proposte in favore del suffragio femminile furono rigettate, nel timore che la donna "sarebbe spostata, snaturata, involgendosi nelle faccende e nelle gare politiche" 14.

Nell'800, nacque anche una rivista femminile, "La Donna", che rivestì un rilevante ruolo nel panorama emancipazionista italiano, appoggiando tutte le campagne pro-voto. Fra le giornaliste della rivista vi era Anna Maria Mozzoni, una delle più attive e convinte emancipazioniste italiane, che fin dal 1865, con il suo libro, La donna in faccia al progetto del nuovo codice italiano, fu l'unica a muovere critiche al Codice Pisanelli.

La Mozzoni - che per oltre quarant'anni, organizzando comitati pro-voto, inviando petizioni e scrivendo libri e articoli, si batté in favore dei diritti delle donne - fu autrice anche di un'intensa petizione in cui condensò le sensazioni e le frustrazioni che provavano molte donne per essere state escluse dalla vita pubblica: "I problemi che travagliano la vostra coscienza, sono gli stessi che turbano la nostra, la libertà che voi amate, l'amiamo anche noi […] ci hanno tolto il voto amministrativo [A.M. Mozzoni era cittadina del Lombardo-Veneto], ci hanno tolto maritate la libera amministrazione dei nostri beni, hanno riconfermato l'irresponsabilità ai seduttori, ai mariti il diritto di assenza, ai padri l'esercizio esclusivo della patria potestà, hanno ricopiato tutte le nostre pretese incapacità, finalmente ci han messo a fascio coi deliranti, coi malfattori […]. Voi signori fate le leggi e noi non siamo consultate, ci confezionate in ogni maniera di salse e non ci domandate, neppure per forma, se ce ne stiamo a disagio" 15.

Nel 1877 Morelli ottenne la sua unica vittoria parlamentare: il suo disegno di legge sulla reintegrazione giuridica della donna fu approvato, seppur solo nella parte in cui permetteva l'ammissione della testimonianza delle donne in tutti gli atti pubblici. Questa modifica legislativa, a cui si attribuì in realtà scarsa importanza, rappresentò, invece, una rilevante conquista che veniva a sanare una grave vizio nel sistema giuridico. Fino ad allora, infatti, un delitto compiuto alla sola presenza di una donna rischiava di rimanere impunito a causa dell'inammissibilità della testimonianza femminile. Negli anni successivi alla morte di Morelli (1880), altri deputati affiancarono le emancipazioniste nelle loro battaglie, presentando proposte di estensione del voto alle donne, che furono, però, tutte rigettate con motivazioni di volta in volta meno convincenti.

Il Novecento

All'inizio del 1900 vi fu un considerevole incremento delle iniziative in favore della concessione del voto alle donne. Questo incremento fu, in parte, dovuto al fatto che la situazione sociale femminile era mutata: le donne erano, infatti, presenti in massa nei luoghi di lavoro, soprattutto nelle fabbriche, e stavano acquisendo, dunque, non solo visibilità sociale, ma anche esperienza dei problemi extradomestici. L'avvento poi del socialismo, che considerava soggetto di diritto chi producesse ricchezza, sembrò attribuire una base teorica alle rivendicazioni femminili delle lavoratrici. In particolare il movimento socialista poteva rinvenire una tradizione ideologica favorevole alle idee emancipatrici negli scritti di Engels (L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato) e di Bebel (La donna e il socialismo) che "forniscono una solida base teorica all'alleanza tra socialismo e femminismo" 16.

Nel corso degli anni le emancipatrici diedero vita a vari comitati pro-voto, che accoglievano elementi provenienti da diverse classi sociali e con differenti ideologie, e attraverso essi promossero petizioni, alcune di queste atte a sostenere i progetti di legge presentati alla Camera. La petizione n° 6676, a firma di Anna Maria Mozzoni, fu infatti presentata nel 1906 per sostenere il progetto di legge del repubblicano Mirabelli sul voto politico alle donne. Della petizione si discusse animatamente in Parlamento, ma, nonostante un buon numero di deputati fosse favorevole alla concessione del voto per alcune categorie di donne, la proposta fu respinta con il pretesto che il precedente del Lombardo-Veneto a cui si era fatto riferimento non era più valido, poiché era in correlazione con il concetto di censo, ormai ritenuto inaccettabile.

Nel '900, in tutta Europa e anche negli Stati Uniti, aumentarono, nonostante il disinteresse e l'ostracismo delle istituzioni, i movimenti femminili. Nei primi anni del secolo, inoltre, nacquero diverse organizzazioni sopranazionali, importanti perché permisero uno scambio di idee ma anche di strategie fra i vari movimenti nazionali. Fra queste una delle principali fu la International Woman Suffrage Alliance, che nacque nel 1904.

La realtà italiana poteva contare sulla presenza di varie organizzazioni femminili. Le più rilevanti a livello nazionale erano il Comitato nazionale donne italiane, una federazione di associazioni femminili che aveva sede a Roma, e l'Unione femminile nazionale con sede a Milano, la più grande organizzazione femminile laica del tempo. Nel corso degli anni e in più occasioni questi enti, diversi per matrice ideologica e per estrazione sociale, avevano collaborato fra loro. A partire, però, dal 1910 erano sorte delle divergenze in merito alla titolarità dei diritti: le socialiste, ritenevano che dovessero avere tale titolarità solo le lavoratrici, mentre le liberali la reputavano inscindibile dalle capacità intellettive. Questa discrasia, causata dalla differente appartenenza politica, mise per la prima volta le emancipazioniste di fronte alla scelta se rimanere fedeli all'ideologia del partito di provenienza o a quella del movimento emancipazionista. La soluzione adottata fu di compromesso e mutarono così solo le strategie di azione dei comitati, senza che questo compromettesse l'unitarietà del movimento femminile.

Alla vigilia del suffragio universale maschile, nel 1912, in Aula si discusse anche la possibilità di estendere il diritto di voto alle donne. In tale occasione lo schieramento favorevole si arricchì dell'apporto dei socialisti, che, grazie all'opera di convincimento della Kuliscioff, avevano mutato la loro posizione. La maggior parte dei dirigenti socialisti, infatti, si era fino ad allora opposto perché sosteneva che la concessione del voto avrebbe favorito tutte le donne e non solo le lavoratrici. Al momento del voto, dunque, Turati si unì alla proposta di Lucifero, Sonnino, Ciccarone, Mirabelli e Romussi, che richiedeva l'allargamento del suffragio. Nonostante il prestigio personale dei proponenti, la richiesta venne, però, rigettata, perché era prevalsa la tesi di Giolitti, fortemente contrario alla concessione del voto alle donne poiché, come disse: "equivarrebbe ad un salto nel buio […] non si può consentire un voto che trasformerebbe la vita politica dell'Italia" 17. Questo rifiuto cagionò una profonda delusione nelle donne che da anni si battevano, delusione che fu ben sintetizzata da A. Kuliscioff: "Ormai l'italiano per essere un giorno cittadino, non ha che una sola precauzione da prendere: nascere maschio" 18. In sostanza dunque potevano votare anche gli analfabeti, ma non le donne, che vennero escluse insieme ai minorenni ai condannati e ai dementi.

Il primo dopoguerra

La prima guerra mondiale, nella quale furono coinvolti in massa anche i civili, alterò in maniera significativa gli equilibri sociali: le campagne furono distrutte, così come le città; le donne dovettero sostituire gli uomini, che erano al fronte, in tutti i settori lavorativi. Questo ingresso "forzato" in ogni settore lavorativo fece sì che le donne si trovassero nelle condizioni di dover assumere decisioni importanti che riguardavano la propria famiglia, per la quale erano ormai l'unica figura di riferimento. Alla luce del ruolo acquisito nel periodo bellico, sembrò finalmente possibile per la donna acquisire sia i diritti civili che quelli politici. Infatti, nel 1919 con la legge Sacchi n. 1176 furono abrogati gli articoli del Codice Civile che prevedevano l'autorizzazione maritale; venne riconosciuto alle donne il diritto di esercitare ogni professione e di accedere agli impieghi pubblici, escludendo solo l'accesso alla magistratura, alla diplomazia ed alla giurisdizione militare. Sempre nello stesso anno, poi, venne approvata alla Camera, "alla presenza di una Anna Maria Mozzoni ormai prossima alla fine" 19, la richiesta di estensione del suffragio alle donne, proposta che non poté diventare legge a causa della chiusura della legislatura che aveva impedito l'esame del Senato.

Il fascismo

L'avvento del fascismo spense gradualmente le speranze che la legge Sacchi aveva suscitato nelle donne italiane. Dopo il 1922, il duce improntò la politica fascista al progressivo restringimento degli spazi pubblici in cui fosse permesso alle donne di agire, a dispetto dei segnali di apertura verso l'emancipazione della donna che Mussolini aveva manifestato agli esordi della sua carriera politica. Il duce, infatti, nel 1919, si era dichiarato favorevole all'estensione del diritto di voto alle donne e addirittura nel 1923 manifestò pubblicamente questa intenzione mentre presiedeva il IX Congresso dell'Alleanza internazionale per il voto alle donne. Negli anni seguenti, però, Mussolini, intervenendo sulla questione del voto, usò toni meno entusiasti, sostenendo, addirittura, che il voto non aveva un'importanza fondamentale, poiché, anche se fosse stato concesso alle donne, non avrebbe apportato sensibili cambiamenti: "Non dovete credere che domani la vita della donna sarà dominata da quest'episodio. La vita della donna è dominata sempre dall'amore o per i figli o per un uomo. Se una donna ama suo marito vota per lui o per il suo partito. Se non lo ama gli ha già votato contro" 20. Fu con queste convinzioni, credendo cioè che la donna fosse priva d'indipendenza di giudizio, che venne presentato il disegno di legge per la concessione del voto amministrativo alle donne nel giugno del 1925: avrebbero potuto votare coloro "che avevano compiuto i venticinque anni e che avevano conseguito la licenza elementare, che pagavano tasse non inferiori alle 100 lire annue, le decorate di medaglia d'oro al valor civile o militare, le madri o le vedove di caduti in guerra con effettiva patria potestà, restavano escluse le prostitute, ma le eleggibili non potevano ricoprire la carica di sindaco, di assessore o altre importanti cariche amministrative" 21.

Questa legge fortemente restrittiva fu approvata nel novembre del 1925, in seguito all'intervento del duce, ma fu una concessione che non ebbe alcun tipo di conseguenza politica, perché, in seguito alla riforma del 1926 fu eliminata l'elettività delle cariche nelle amministrazioni locali, cosicché il voto amministrativo fu cancellato per tutt'e due i generi. Nel 1931, infine, Mussolini dichiarò: "Non darò mai il voto alle donne [...]. La donna deve ubbidire. La mia opinione della sua parte nello Stato è d'opposizione ad ogni femminismo. Naturalmente non deve essere schiava, ma se io le concedessi il diritto elettorale mi si deriderebbe. Nel nostro Stato essa non deve contare" 22.

Con l'avvento del fascismo, dunque, anche se il diritto di voto amministrativo femminile trovò attuazione legislativa nel 1925 (subito inficiato dalla riforma podestarile dell'anno successivo), il cammino delle donne verso il conseguimento dei diritti civili e politici subì una battuta d'arresto e si assistette inoltre ad una vanificazione dei risultati precedentemente conseguiti, a causa dei provvedimenti legislativi che si susseguirono nel ventennio: una legge del gennaio 1923 autorizzò la revisione delle assunzioni fatte durante la guerra; nel 1934 e nel 1938 disposizioni legislative limitarono sia la possibilità d'accesso ad alcuni impieghi, che il numero di posti del settore pubblico (10%) e del settore privato (a discrezione) che le donne avrebbero potuto occupare; nel maggio del 1923 con la riforma Gentile venne impedito alle donne di diventare presidi d'istituti di istruzione media; nel 1926 due decreti vietarono alle donne l'insegnamento della Storia e della Filosofia nei licei ed infine nel 1932 alle studentesse venne impedito l'accesso alla Scuola normale di Pisa.

La Resistenza

L'avvento della seconda guerra mondiale mutò, come era già accaduto durante il primo conflitto, la condizione civile e politica femminile; questa volta, però, con esiti rivoluzionari. Le donne italiane oltrepassarono i confini domestici, sia andando a lavorare, sia prendendo parte attiva alla guerra; esse svolsero vari compiti, compreso l'utilizzo delle armi, che fino ad allora era stato monopolio assoluto degli uomini. Attraverso, poi, l'attività di assistenza, prestata ai combattenti ed alla gente comune, le donne presero contatto con la società civile, verso la quale svilupparono un forte senso di appartenenza, che fece nascere in loro il desiderio di poterne decidere il destino attraverso la partecipazione politica attiva: "Chiedendo di entrare negli organismi di autogoverno locale dai Cln di base alle Giunte popolari, dai comitati di vigilanza annonari a quelli per il controllo dei prezzi e degli alloggi - e organizzando innumerevoli iniziative di assistenza […] le donne cercavano ancora una volta di ridefinire la politica, immettendovi le competenze ed i valori da loro praticati nell'ambito familiare" 23. Durante la guerra poi, rifiorirono, dopo vent'anni di silenzio, le rivendicazioni femminili; fra i maggiori artefici di questa rinascita ci furono i Gruppi di difesa della donna, che si occuparono dell'attività assistenziale e di educare alla politica le donne per una futura vita nelle istituzioni. In linea con le proprie idee, furono loro a rivendicare, nelle riunioni che tenevano ed attraverso i loro organi di stampa, il diritto di voto per le donne.

Nel 1944, inoltre, nacquero due organizzazioni femminili, l'Unione donne italiane, che si proponeva di rappresentare tutte le donne, ma che in realtà subì l'influenza del partito comunista, ed il Centro italiano femminile, che invece nacque come un gruppo di ispirazione cristiana, e che subì l'influenza, non tanto del partito cattolico quanto della Chiesa. Il Cif e l'Udi svolsero un ruolo importante, sia perché si impegnarono, talvolta assumendo iniziative in comune, nel campo dell'assistenza, facendo assurgere questo compito prettamente femminile ad una dignità politica, sia perché successivamente aiutarono le donne a capire il loro ruolo di cittadine ed il modo migliore per interpretarlo.

Il voto alle donne

Quando ormai, alla fine del 1944, metà Italia era libera e a Roma l'attività per la costruzione del futuro Stato democratico era iniziata, anche le donne si organizzarono per la rivendicazione dei propri diritti. Il 25 ottobre per iniziativa dell'Udi si formò il Comitato pro-voto, che seppur ebbe una vita breve, dal 25 ottobre 1944 al 10 febbraio 1945, rivestì nella storia dell'emancipazionismo femminile un ruolo molto importante, non tanto per la sua attività, ma soprattutto perché per la prima volta dopo la parentesi fascista le donne si battevano tutte insieme per affermare ed ottenere un loro diritto.

Il Comitato, formato dalle rappresentanti della Democrazia cristiana, del Partito repubblicano, comunista, socialista, d'azione, liberale, della Sinistra cristiana, della Democrazia del lavoro ed infine da quelle della Fildis e dell'Associazione pro-suffragio, fin dal momento della sua fondazione, si prefisse di fare in modo che alle donne fosse riconosciuto il diritto di occupare posti di responsabilità nel settore pubblico, e che vi fosseun ampio consenso ed appoggio alla causa dell'elettorato attivo e passivo femminile.

Appena due giorni dopo la sua costituzione, presentò un documento al Cln, firmato da una rappresentante per gruppo, in cui si chiedeva di fare pressione sul Governo, affinché desse alle donne l'opportunità di prendere parte alle prossime elezioni amministrative, in maniera paritaria con gli uomini. Il 17 novembre, invece, fu inviato al Governo un promemoria molto importante perché sottolineava sia il lavoro svolto dalle donne nella Resistenza, sia il fermo proposito di opporsi a "soluzioni parziali che eventualmente si prospettassero, tendenti a conferire pieni diritti solo a determinate categorie femminili, [poiché] urterebbero profondamente contro quei principi di schietta democrazia per i quali l'Italia ha combattuto e combatte" 24.

L'attività del Comitato si esplicò anche attraverso la pubblicazione di articoli sui giornali e attraverso la diffusione di opuscoli, dove si chiedeva di eliminare un principio contrastante con il concetto stesso di democrazia. Fu preparata una petizione che, fatta firmare durante i comizi e le assemblee al maggior numero di persone, fu inviata al Presidente del Consiglio; in essa si mise in evidenza sia la necessità per il nuovo Stato di fare un cambiamento radicale rispetto al fascismo, sia il dovere di riconoscere pubblicamente i meriti delle donne nella lotta antifascista e resistenziale, meriti che era giusto tenere in considerazione, oltre ai criteri di giustizia e di logica, per decidere finalmente in favore del suffragio universale.

Poiché una risposta legislativa a queste richieste tardava ad arrivare, nonostante fosse vicino il termine per iniziare a compilare le liste per le elezioni amministrative, il comitato inviò delle proteste scritte al Governo e decise di organizzare a febbraio una settimana di manifestazioni, al fine di promuovere il voto femminile. Prima però che la settimana iniziasse, e forse proprio per il timore che potesse avere un effetto destabilizzante, il Governo diede il proprio assenso al voto alle donne. La decisione venne poi formalizzata attraverso il decreto numero 23 del 1° febbraio 1945.

Con il decreto n. 23 si pose fine ad una discriminazione che durava, ormai, da tempo immemorabile. La proposta di estensione del voto alle donne, presentata congiuntamente da De Gasperi e Togliatti, fu approvata come ultimo argomento della seduta governativa del 30 gennaio 1945, senza che fossero avanzate rilevanti obiezioni. Nonostante, comunque, i tre leaders dei partiti principali, De Gasperi, Nenni e Togliatti, appoggiassero il voto, molti dei loro militanti non condividevano la scelta, perché temevano che tale estensione avrebbe potuto danneggiare il proprio partito di appartenenza, e da tale timore non erano esenti i leaders stessi. Togliatti dovette fronteggiare una forte pressione interna, perché i comunisti erano certi che le donne, poco mature politicamente, avrebbero votato la Dc, perché influenzate dai preti. Paradossalmente anche De Gasperi temeva l'influenza dei preti, che avrebbe potuto favorire la destra clericale del suo partito. Oltre ai problemi connessi con le strategie partitiche, vi era anche la comune paura che l'ingresso della donna nella politica avrebbe comportato la sua completa uscita dalla famiglia, con effetti dirompenti per la società civile, che era già stata fortemente disgregata dagli eventi bellici. Fu probabilmente questo timore il motivo per cui non ci fu enfasi o pubblicità per questo straordinario cambiamento; i giornali non ne parlarono, se non attraverso scarni comunicati di poche righe, forse con l'intento di dare l'idea che niente sarebbe mutato, che il mondo femminile sarebbe rimasto pacifico e tranquillo e che sarebbe stata possibile una conciliazione fra il ruolo ed i compiti tradizionali della donna, ed il ruolo ed i compiti che la nuova condizione giuridica le avrebbe assegnato. Oltre all'elettorato attivo, però, la condizione di cittadina prevedeva anche l'elettorato passivo, che non comportava il "semplice" inserimento di una scheda nell'urna, ma l'ingresso della donna in luoghi fino ad allora esclusivamente e tassativamente maschili. Alla luce di questi timori, apparve sospetta la dimenticanza, nel decreto n. 23, della previsione dell'elettorato passivo, che venne codificato solo nel marzo del 1946 (decreto n. 74). Al momento della pubblicazione del decreto, le donne che si occupavano di politica, ed oggi può apparire strano, accolsero l'estensione del voto senza eccessivo entusiasmo, sia perché la ritenevano una cosa scontata - "ci mancherebbe altro che non ce lo dessero" 25 -, sia perché dettero la precedenza, impegnandosi nella lotta e nella ricostruzione, ai gravi problemi che travagliavano il paese. Le donne "comuni", invece, furono entusiaste e credettero che con l'acquisizione di quel diritto avrebbero potuto eliminare tutte le ingiustizie.

Analizzando l'iter che condusse al decreto n. 23, è quasi spontaneo chiedersi se fu una conquista o una concessione, cioè se le donne si siano conquistate il diritto di voto con le loro battaglie e con la partecipazione alla Resistenza o se furono i deputati a concederlo in ossequio al principio di democrazia. E' difficile fornire una risposta certa a questa domanda, perché, in effetti, entrambi gli elementi concorsero alla nascita del decreto n. 23. A questo proposito, forse, la risposta più pertinente mi sembra sia quella data dall'onorevole costituente Nadia Gallico Spano: "Esso fu in parte una conquista in parte una concessione. Io preferisco usare il termine estensione del diritto di voto. Perché dico questo, perché ormai era evidente, in tutti i partiti ed anche fra le donne, che l'estensione del diritto di voto era una misura inevitabile. Quindi, più che una concessione, fu una presa d'atto di una situazione che era maturata" 26.

In sostanza, dunque, vi fu una volontà di concessione da parte dei partiti, ma anche il riconoscimento che le donne, con la loro partecipazione alla Resistenza, quel diritto se lo erano anche conquistato. Per giustificare il voto alle donne, i partiti non insistettero sul principio democratico, ma sui meriti, e le donne non si opposero a questa lettura del decreto, perché era la via più semplice, la meno sindacabile. Infatti, i meriti acquisiti non potevano non essere riconosciuti.

L'estensione dell'elettorato attivo e passivo, nonostante i tentativi di farlo apparire un provvedimento di scarsa rilevanza, alterò profondamente gli equilibri sociali, ed i partiti appena ricostituitisi spesero molte energie nel tentativo di attirare a sé il nuovo soggetto politico. Fu chiaro, infatti, soprattutto alla Dc ed al Pci, che l'appoggio femminile sarebbe stato, per i partiti, decisivo per la penetrazione nella società e per l'affermazione alle elezioni politiche.

Il secondo dopoguerra

Il periodo postbellico fu, in Italia, estremamente difficile a causa delle precarie condizioni economiche e sociali, tanto che la prima campagna elettorale dell'Italia repubblicana risentì molto di questa situazione e i programmi, presentati da tutti i partiti, riguardarono soprattutto l'impegno alla ricostruzione materiale e sociale del paese. Certamente non mancarono i temi più prettamente politici e gli scontri ideologici, ma su alcuni temi, come la famiglia, il problema dell'infanzia e la moralità, ci furono dei punti di contatto. A vivacizzare il dibattito politico contribuì poi l'ingresso, per la prima volta nella storia italiana, delle donne nell'elettorato, una novità che pose il problema di capire "a quali argomenti sarebbero state più sensibili. Questo ha avuto un'influenza positiva sulla politica nazionale […]. Poiché per la prima volta, in fondo, i grandi partiti di massa, come il Partito comunista, il socialista, la Democrazia cristiana, furono costretti a fare una politica ed una propaganda per le donne" 27.

I partiti che più si adoperarono per ottenere il consenso delle donne, cercando anche di coinvolgerle nelle proprie strutture, furono il Partito comunista e la Democrazia cristiana. Il Partito socialista e gli altri, seppur con differenti motivazioni, non approntarono una strategia politica specifica per le cittadine e probabilmente pagarono in termini di numero di voti questa scelta, non solo nel breve ma anche nel lungo periodo. Avvicinare le neocittadine alle attività di partito non fu, però, una cosa semplice e richiese un notevole impegno. La Dc, ad esempio, che pure poteva contare su una rete associativa cattolica che non era stata spezzata durante il fascismo, incontrò, infatti, dei problemi nel reperimento di iscritte e nell'inserimento delle stesse nelle strutture del partito. Questa difficoltà era attribuibile al fatto che le donne, come sottolineò De Gasperi, erano reticenti ad entrare nei partiti, perché ritenevano più adatta per se stesse la vita nelle associazioni, che erano organizzazioni dedite soprattutto all'assistenza; se poi questa ritrosia veniva superata ci si ritrovava comunque di fronte a donne che spesso non avevano alcuna preparazione politica. Per ovviare a questi ostacoli e per fornire più attenzione a questi problemi la Dc creò, nel 1944, il Movimento femminile della Democrazia cristiana (Mf). L'attività del Mf fu molto intensa, tanto che nel 1946 erano già stati ottenuti lusinghieri risultati: 83 convegni provinciali, 1.680 visite organizzative, 40 scuole di propaganda, 90 borse di studio, 4 periodici che manifestavano le idee del partito.

Scelte analoghe a quelle di De Gasperi furono prese da Togliatti che cercò fin dal suo arrivo a Salerno strumenti di affermazione democratica, poiché era conscio che il Partito comunista non si sarebbe mai potuto affermare in Italia tramite una rivoluzione popolare. Questo mutamento comportò l'esigenza di accogliere al proprio interno non più solo i cosiddetti rivoluzionari professionali, ma il maggior numero di cittadini. La strategia scelta da Togliatti per avvicinare le donne al suo partito fu quella della creazione delle cellule femminili, perché, come ricordò Nilde Iotti, "le donne a venire in una sede politica avevano paura […] ricorremmo allora a creare nelle sezioni del partito le cellule femminili, non, per carità, per tenere divise le donne dagli uomini, ma perché le donne messe assieme agli uomini nella sezione del partito non parlavano mai, stavano zitte e le loro questioni non le dicevano mai" 28. Tale scelta, come si evince dalle parole della Iotti, non fu da tutti e da tutte condivisa, ma permise comunque di avvicinare un buon numero di donne alla causa comunista.

La campagna elettorale

Al momento della presentazione delle liste la scelta delle candidate fu per i partiti abbastanza semplice. Tutti, infatti, designarono le personalità storiche dell'antifascismo e della Resistenza: Teresa Noce, Adele Bei e Rita Montagnana per il Partito comunista; Maria Federici, Angela Guidi Cingolani e Maria De Unterrichter Jervolino per la Democrazia cristiana; Angelina Merlin per il Partito socialista; e le giovani che si erano distinte nel periodo bellico. Il numero delle candidate all'Assemblea Costituente non fu, però, molto alto a causa della competizione fra le candidature maschili e quelle femminili. Durante i comizi, poi, vi era una suddivisione informale degli argomenti: agli uomini spettavano quelli più prettamente politici ed alle donne quelli inerenti la ricostruzione. Gli argomenti più propagandati dalle candidate, a prescindere dal partito di appartenenza, furono simili: tutte si occuparono di povertà, disoccupazione, famiglia e bambini, ovviamente secondo la propria impostazione ideologica. La campagna elettorale dell'epoca fu molto faticosa, soprattutto per le donne, che rappresentando un elemento di novità. Erano molto richieste e dovettero così parlare ovunque: nelle strade, nei mercati, all'uscita delle chiese, con alterne fortune: "A Roma la campagna elettorale consisteva nell'andare a parlare continuamente con le donne. Allora nelle borgate, nelle piazze delle borgate si radunavano tutte le donne. Si entrava nei grandi caseggiati popolari, che hanno parecchi piani, si entrava nel cortile con l'altoparlante. Ci si piazzava lì e le donne dalle finestre ascoltavano e si parlava. Ci si fermava all'angolo di una strada e si parlava, continuamente!" 29; "Una volta a Figline Valdarno parlai sul sagrato della Chiesa dopo la messa delle undici, di domenica. Volli parlare alle donne. Appena uscirono di Chiesa si trovarono bloccate dalla mia voce e ascoltarono. Ma alla fine uscì dalla Chiesa il sacerdote, si rivolse a loro e disse: 'brave avete ascoltato la bella parola di questa signorina, ora andate a casa e votate per la Democrazia cristiana'" 30. Per le candidate, comunque, l'esperienza della campagna elettorale fu gratificante ed istruttiva perché ebbero modo di entrare direttamente in contatto con i problemi che angustiavano la gente, come la disoccupazione, la sanità, le case distrutte e la mancanza in alcune zone addirittura di una cosa essenziale come l'acqua.

Le elezioni

Le prime elezioni del secondo dopoguerra furono quelle amministrative, che si svolsero in due tornate: la prima nella primavera del 1946 (dal 10 marzo al 7 aprile) e la seconda a novembre. In queste elezioni le candidature femminili furono penalizzate, perché molte liste di candidati erano state compilate prima del decreto del marzo del 1946 n. 74, che integrava il n. 23 del febbraio 1945, conferendo finalmente anche alle donne la possibilità di essere elette. Alla fine, nonostante il basso numero di candidature, furono elette oltre duemila consigliere comunali, diverse vice sindache, fra queste Ada Gobetti in una grande città come Torino, e circa dieci sindache.

A giugno, invece, si tennero le elezioni per la Costituente, a cui le cittadine, ribaltando ogni previsione, parteciparono in massa. L'affluenza femminile alle urne fu, infatti, altissima, l'89%. Il proprio diritto/dovere fu preso molto seriamente dalle cittadine, che fin dalle prime ore del mattino si presentarono davanti ai seggi nel timore di non poter votare per un contrattempo: "Il momento del voto fu gioioso anche per il fatto di dover andare tutti insieme uomini e donne, vi erano infatti le file, perché allora il voto era molto lungo, elaborato; innanzitutto perché c'erano due schede, una per il referendum Repubblica-Monarchia e l'altra per l'Assemblea Costituente. Poi si temeva di sbagliare ed allora si insegnava a votare, soprattutto alle persone anziane analfabete. Era un modo per far prendere coscienza del valore della persona e di quello che faceva" 31.

Nelle elezioni per la Costituente le donne elette furono solo il 3,7%; questo non fu però il risultato di una scarsa fiducia verso le candidate da parte degli elettori, ma fu la diretta conseguenza dell'esiguità del numero delle donne presenti nelle liste: 68 del Partito comunista; 29 della Dc, che ne presentò solo una per collegio; 16 del Partito socialista; 14 del Partito azionista; 8 dell'Unione democratica nazionale; 7 del Partito qualunquista 32.

Le elette furono ventuno su 556, nove della Dc: Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Maria Federici, Angela Gotelli, Angela Guidi Cingolani, Maria Nicotra, Vittoria Titomanlio; nove del Pci: Adele Bei, Nadia Gallico Spano, Leonilde Iotti, Teresa Mattei, Angiola Minella, Rita Montagnana, (che ottenne un ragguardevole numero di voti, 68.772 nel collegio di Bologna), Teresa Noce, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi; due del Psiup: Bianca Bianchi ed Angelina Merlin; una del Fronte dell'uomo qualunque: Ottavia Penna.

L'Assemblea Costituente

I decreti luogotenenziali n. 151 del giugno 1944 e n. 98 del marzo 1946, che istituirono l'Assemblea Costituente, le assegnarono il compito di occuparsi della redazione della Costituzione, senza alcuna interferenza da parte del Governo, il quale avrebbe, invece, dovuto esercitare il potere legislativo in maniera quasi esclusiva 33. In seguito, però, a lavori già iniziati, si stabilì che l'Assemblea fornisse pareri su tutti i disegni di legge del Governo e per assolvere questo compito furono istituite quattro Commissioni permanenti al suo interno. Al fine di rendere accurata e più rapida l'elaborazione della Carta fu creata, all'interno dell'Assemblea, una Commissione, detta dei settantacinque per il numero dei membri, che venne a sua volta suddivisa in tre Sottocommissioni: la prima, di cui fecero parte la Iotti e la Gotelli, ebbe il compito di occuparsi dei "diritti e doveri dei cittadini"; la seconda si concentrò sull'"ordinamento costituzionale dello Stato"; e la terza, che aveva come membri ben tre costituenti: la Federici, la Noce e la Merlin, si occupò, infine, "dei diritti e doveri economici e sociali". Gli articoli elaborati dalle Sottocommissioni furono, poi, affidati ad un Comitato di diciotto membri, che li assemblò in modo da creare un testo omogeneo. Il progetto fu quindi esaminato dalla Commissione dei settantacinque e, con le modifiche apportate, presentato il 31 gennaio per la discussione (che iniziò il 4 marzo 1947) in Assemblea plenaria. Alla fine del dibattito, la Costituzione fu approvata a larga maggioranza, con solo sessantadue voti contrari, nonostante qualche polemica e nonostante gli attriti che si erano creati fra i tre partiti maggiori e che erano sfociati nell'uscita dalla compagine governativa dei socialisti e dei comunisti.

Con l'acquisizione del diritto di voto e la possibilità di essere elette, le donne italiane erano di fatto entrate a pieno titolo nella vita politica del paese. Rispetto agli uomini, le costituenti erano portatrici delle istanze del proprio partito, ma anche di quelle specifiche femminili; l'Assemblea Costituente rappresentò, dunque, per loro un'occasione irripetibile per mutare la condizione giuridica femminile, che all'epoca era fortemente iniqua. Il cambiamento che le cittadine auspicavano consisteva nell'ottenimento dell'uguaglianza in campo lavorativo e in quello familiare, ma anche la conquista di una reale tutela per la madre e per il bambino, tutela che avrebbe finalmente reso giustizia alla donna facendo sì che la maternità non rappresentasse più un elemento discriminante.

Durante i lavori l'atteggiamento degli uomini nei confronti delle colleghe oscillò fra la diffidenza e la stima, ed a volte assunse toni paternalistici, ai quali le costituenti si opposero con decisione. Per quanto riguarda, poi, la partecipazione attiva delle donne all'elaborazione della Carta, essa si concentrò soprattutto sui temi cosiddetti "femminili", come la famiglia, l'infanzia e la maternità, ma si spinse anche oltre per rivendicare l'uguaglianza nel mondo del lavoro, sia per quanto riguardava il compenso sia per la possibilità di accedere a tutte le carriere, non dimenticando di trovare delle soluzioni per conciliare lavoro e maternità. Questi temi furono riservati in maniera quasi automatica alle costituenti, le quali non si sentirono per ciò sminuite (dato che intervennero su quasi tutti gli argomenti), perché avevano esperienza soprattutto in questi campi ed anche perché erano consce di essere le uniche in grado di combattere energicamente, per la tutela dei diritti delle donne. Nelle varie discussioni le costituenti riuscirono a trovare dei punti di contatto e da questi un accordo, perché, pur partendo da posizioni politiche ed ideologiche differenti, in tutte era profonda l'aspirazione alla giustizia, intesa nel senso più nobile del termine, cioè garante di uguaglianza e solidarietà.

Nel corso dell'elaborazione degli articoli, particolare attenzione fu riservata alla famiglia, il cui rafforzamento, per mezzo di misure legislative ed economiche, era uno degli obiettivi primari per tutti i partiti, che proprio da una famiglia solida volevano ripartire, per riallacciare i fili del tessuto sociale italiano, fortemente disgregato a causa degli eventi bellici. Le costituenti, la cui esperienza in merito ai problemi che stavano affrontando le famiglie era probabilmente superiore a quella dei colleghi, ebbero la possibilità, all'interno delle sottocommissioni di cui facevano parte, di elaborare diversi articoli che miravano a migliorare le condizioni della donna all'interno del nucleo familiare e a far sì che venisse accettato il principio di uguaglianza dei coniugi. Gli articoli sulla famiglia furono elaborati nella prima sottocommissione, di cui facevano parte la Iotti e la Gotelli, e nella terza sottocommissione, dove erano presenti tre costituenti, la Noce, la Merlin e la Federici. Durante le sedute le deputate si trovarono in netto contrasto con alcuni colleghi che sostenevano la necessità sia di una gerarchia all'interno della famiglia sia che all'apice di essa si trovasse il marito. La discussione sulla famiglia dopo l'elaborazione degli articoli si spostò in Assemblea plenaria; anche in tale sede le deputate intervennero per ribadire ciò che le colleghe avevano affermato in sede di elaborazione degli articoli: pari diritti per l'uomo e la donna nella famiglia e misure concrete per la tutela della maternità la quale è, "oltre che una funzione naturale della donna, oltre che una missione umana, anche una funzione sociale, perché su di essa si basa la famiglia, pernio della società, perché essa crea le nuove generazioni, avvenire dell'Italia" 34. Le costituenti, nonostante ci siano state discussioni vivaci tra loro, più per la forma che per la sostanza, proposero in maniera compatta degli articoli che, ad eccezione dell'ambiguo art. 29 che pare subordinare il principio di uguaglianza al principio di unità della famiglia, sembravano auspicare grandi cambiamenti nello status della donna italiane.

Particolare importanza rivestivano anche gli articoli sul lavoro, poichè, in un paese disastrato come era l'Italia nel dopoguerra, era necessario disciplinarlo in maniera accurata. Per quanto concerne il lavoro, le costituenti ritenevano che dovessero essere affrontati molti problemi; le deputate, infatti, si batterono per fare in modo che fossero garantite una adeguata tutela in caso di maternità, una pari retribuzione a parità di lavoro, e anche la possibilità di accedere a tutti gli impieghi. Tali garanzie, che oggi possono apparire scontate, ebbero, però, bisogno di essere difese strenuamente dalle deputate in Costituente, poiché molti colleghi non solo non le ritenevano necessarie, ma addirittura infondate. I diritti che sarebbero dovuti essere garantiti alle madri furono discussi soprattutto nelle sottocommissioni e in tali sedi se ne occuparono la Noce, la Merlin e la Federici nella III sottocommissione e la Iotti e in un secondo momento la Gotelli nella I sottocommissione. Nonostante qualche differenza di interpretazione, fu in tali sedi che si raggiunse un accordo fra tutte le forze politiche, un accordo che venne, poi, definito nei particolari durante le sedute d'aula. Per quanto riguarda, invece l'accesso delle donne a tutti gli impieghi, in più occasioni le costituenti si trovarono di fronte a formulazioni che, in maniera implicita discriminavano le donne. Particolarmente acceso fu il dibattito sull'articolo 98 del progetto (futuro 106) che disciplinava l'ingresso in magistratura, rendendolo meno agevole per le donne: "I magistrati sono nominati con decreti del Presidente della Repubblica, su designazione del Consiglio superiore della Magistratura, in base a concorso seguito da tirocinio. Possono essere nominate anche le donne nei casi previsti dalle norme sull'ordinamento giudiziario" 35.

Di fronte alle obiezioni delle deputate e di alcuni costituenti sul merito dell'articolo, Leone, fece delle considerazioni discutibili, ma da molti condivise. Egli affermò di non essere completamente contrario all'ingresso delle donne in magistratura. Riteneva, infatti, che esse avrebbero potuto fare un ottimo lavoro nei tribunali dei minori, grazie alla loro femminilità e sensibilità, ma era anche fermamente convinto che "negli alti gradi della magistratura, dove bisogna arrivare alla rarefazione del tecnicismo, è da ritenere che solo gli uomini possano mantenere quell'equilibrio di preparazione che più corrisponde, per tradizione a queste funzioni" 36. La Federici, a nome anche delle altre colleghe, criticò fortemente gli oppositori: "abbiamo sentito portare avanti argomenti così triti e superficiali da generare, almeno in me, un senso di mortificazione. Abbiamo sentito citare argomenti di valore puramente accademico, che molto spesso mi hanno fatto ripensare a quella accolta di illustri accademici che perse il suo tempo per discutere se un pesce vivo pesasse più di un pesce morto! Si trattava di fare una semplice prova e di rimettersi alla bilancia. Ora anche qui, onorevoli colleghi, facciamo la prova, vediamo se la donna è veramente in grado di coprire le cariche che sono inerenti all'alto esercizio della magistratura […] e se qualcuno che siede qui ha la propria moglie che a casa fa la calza, non ritengo questo un argomento valido per invogliare una donna che chiede una toga ad accettare anziché una toga una calza" 37.

Dopo la costituente democristiana prese la parola la Rossi per presentare un emendamento all'articolo 98; anche il suo intervento, come quello della Federici, non riuscì a convincere gli oppositori, le deputate, allora, applicarono, al momento del voto, una doppia strategia: da una parte vi era l'emendamento Rossi-Mattei, che affermava in maniera chiara il diritto di accesso a tutti i gradi della magistratura e, dall'altra, quello della Federici, che richiedeva la soppressione di qualsiasi esplicita limitazione. Questa duplice opzione si rivelò molto utile perché, nel momento in cui il primo emendamento non fu approvato, le costituenti poterono almeno contare sul secondo, che fu invece assorbito, determinando la soppressione della dicitura "possono essere nominate anche le donne nei casi previsti dall'ordinamento giudiziario" 38. In questo modo esse poterono far valere come criterio di ammissione quello espresso in altre parti della Costituzione e proprio per rendere chiara questa intenzione, nella seduta serale, presentarono un ordine del giorno che recitava: "L'Assemblea Costituente, considerato che l'articolo 48 garantisce a tutti i cittadini di ambo i sessi il diritto di accedere alle cariche elettive e agli uffici in condizione di uguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge, afferma che per quanto riguarda l'accesso della donna alla magistratura, l'articolo 48 contiene le garanzie necessarie per la tutela di questo diritto" 39. L'ordine del giorno fu approvato e le donne riuscirono così ad impedire, nonostante la strenua resistenza di alcuni colleghi, che si affermasse nella Carta un principio fortemente discriminante.

Le deputate intervennero, come precedentemente detto, anche su altri temi, non strettamente correlati con la condizione femminile: la Bianchi e la Bianchini, entrambe insegnanti, presero parte al dibattito sulla scuola; la Bei protestò per la soppressione del Ministero dell'Assistenza Postbellica; la Iotti e la Titomanlio, intervennero nel dibattito sulle Regioni; Maria Maddalena Rossi chiese delucidazioni sulla politica estera italiana; e la Guidi intervenne in Aula per parlare sia dell'Organizzazione internazionale del lavoro sia dell'emergente problema degli emigrati. Le costituenti, inoltre, parteciparono al lavoro delle Commissioni legislative, che avevano il compito di esaminare i disegni di legge del Governo. La Iotti e la Bei furono membri delle Commissioni per l'esame dei disegni di legge relativi ai diversi ministeri; Angela Guidi Cingolani fu inserita nella Commissione che aveva il compito di occuparsi del disegno di legge per l'elezione del Senato; della Commissione per i trattati internazionali fecero parte la Rossi e la De Unterrichter Jervolino. Quest'ultima, in particolare, coadiuvò De Gasperi durante gli incontri con la comunità altoatesina e con l'Austria.

A conclusione di questo breve excursus sull'attività delle deputate in Assemblea costituente, si può affermare che la Costituzione repubblicana rappresentò un vero punto di svolta nel cammino delle donne verso l'acquisizione della piena cittadinanza. Quando entrò in vigore, il 1° gennaio 1948, infatti, la Costituzione conteneva norme innovative e rivoluzionarie nei confronti della condizione femminile, nel campo sociale e politico, come si può evincere volgendo lo sguardo al passato. La Carta, che nacque dalla commistione di tre culture - quella socialista, quella cattolica e quella liberale - fu un documento molto importante ed innovativo, alla cui redazione le deputate parteciparono attivamente al fine di affermare un sacrosanto principio democratico: quello di uguaglianza. Le vittorie che le costituenti ottennero sono impresse negli articoli 3, 29, 30, 31, 37, 48, e 51. A volte il loro successo fu pieno, come nel caso dell'articolo 3, che non solo elimina ogni discriminazione ma impegna anche la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che impediscono la realizzazione di questo principio. Altre volte, invece, le deputate riuscirono ad ottenere solo formulazioni un po' ambigue, come quella dell'articolo 29, che, pur affermando la parità dei coniugi, ha permesso che questo principio fosse interpretato come subordinato a quello di unità della famiglia, decretando così un'inferiorità di fatto della donna. Tale interpretazione forzata è stata sanata solo nel 1975 con la riforma del diritto di famiglia che ha eliminato ogni ambiguità in merito all'interpretazione dell'articolo rendendo giustizia al principio di parità.

In sostanza, però, nella Carta hanno trovato posto delle affermazioni solenni, che hanno permesso alla donna sia di incamminarsi sulla strada della reale parità sia di veder riconosciuta l'importanza della sua presenza nella società. Esplicativi in questo senso sono gli articoli 30 e 31, che hanno introdotto la tutela dei figli e della maternità, il cui valore sociale fu più volte affermato in Aula, e gli articoli 37 e 51, che hanno attribuito alla donna gli stessi diritti dell'uomo sia per quanto riguarda la retribuzione sia per quanto riguarda l'accesso ad ogni tipo di lavoro.

Anche in merito all'accesso delle donne a tutti i gradi della magistratura, che venne osteggiato duramente, le costituenti riuscirono ad assicurare un risultato positivo; esse impedirono, infatti, che fosse esplicitamente negata tale possibilità. Questo ha consentito, alcuni anni più tardi, che la legge ordinaria sulla materia venisse modificata, in modo da rendere possibile l'ingresso delle donne nella magistratura.

Le costituenti, dunque, fecero un lavoro lungimirante, perché seppero guardare avanti. Esse, non tenendo conto delle convinzioni e dei pregiudizi del tempo, si batterono per far conquistare alla donna una parità di diritti, non da tutti pienamente condivisa. Le norme della Costituzione, poi, grazie alla loro generalità, si sono rivelate molto duttili, tali cioè da poter essere interpretate, con l'evolversi del tempo, in maniera coerente con il principio di uguaglianza che ne era l'ispiratore.

La situazione odierna

Gli anni successivi alla Costituente, non videro però l'applicazione pratica dei dettami della Costituzione. Soprattutto per quanto riguarda i diritti spettanti alle cittadine, trascorsero, infatti, diversi prima che anche la legge ordinaria li codificasse. Tale ritardo fu probabilmente dovuto al fatto che la società italiana non era ancora matura per accogliere nel costume le novità che la Carta costituzionale aveva affermato, soprattutto in merito alla posizione della donna nella società. Inoltre, già dalle elezioni del 1948, alla sostanziale concordia che vi era fra i diversi partiti durante i lavori della Costituente, era subentrata una forte competizione fra le forze politiche, che rese più arduo trovare un accordo in merito alla traduzione in leggi ordinarie degli articoli della Costituzione. A questi due elementi si aggiunse poi il fatto che, in un momento così delicato come quello del dopoguerra, in cui si sperava di ricostruire le basi sociali dello Stato partendo dalla famiglia tradizionale, i partiti erano restii a rivoluzionare nei fatti la condizione femminile per paura che comportasse un'ulteriore disgregazione del tessuto sociale.

Alcuni dei principi che avevano suscitato maggiori divisioni fra i deputati dovettero attendere molti anni prima di venire affermati nella legge ordinaria. Fu, infatti, solo nel 1963, con la legge n. 66 che le donne furono ammesse a tutti i pubblici uffici e a tutte le professioni, compresa la magistratura, la polizia e le giurie popolari. Per quanto riguarda, invece, l'equiparazione dei coniugi della famiglia fu necessario attendere la riforma del diritto di famiglia del 1975. Nel corso degli anni, dunque, si sono avute diverse leggi che hanno migliorato la condizione della lavoratrice e soprattutto della madre lavoratrice, ma tutte le conquiste sono state graduali nel tempo, quasi i principi espressi nella Costituzione avessero necessità di sedimentarsi nella società prima di essere codificati.

Negli ultimi venti anni, però, un notevole impulso alla parificazione legislativa e sociale degli uomini e delle donne è stata favorita dall'ONU, che in diverse conferenze ha manifestato il proposito di porre fine alle discriminazioni di cui sono vittime le donne nel mondo, e dalla Comunità Europea, oggi Unione, che ha sin dall'inizio "fatto della parità tra donna e uomo un serio principio ispiratore della sua politica" 40.

È in quest'ottica che nel 1984 fu istituita la Commissione per le pari opportunità fra uomo e donna presso la Presidenza del Consiglio il cui "compito era quello di studiare ed elaborare le modifiche necessarie a conformare la legislazione al fine dell'uguaglianza tra i sessi ed assistere il Presidente del Consiglio dei Ministri in relazione al coordinamento delle amministrazioni competenti nell'attuazione dei progetti, nazionali e locali aventi il medesimo fine. La legge del 22 giugno 1990 ha dato la sua forma definitiva" 41.

Nel 1991, è stata poi approvata la legge n. 125 sulle Azioni positive per la realizzazione delle pari opportunità nel campo del lavoro. Il concetto di pari opportunità implica il superamento dell'uguaglianza formale, proponendo misure temporanee, atte a rimuovere le disuguaglianze di cui alcuni sono vittime a causa dell'appartenenza ad un determinato sesso. In linea con quanto detto, l'anno successivo è stata approvata la legge n. 215 sulle azioni positive in favore della imprenditoria femminile.

Un altro deficit di democrazia di fronte al quale ci troviamo ancora oggi, a distanza di oltre cinquant'anni dalla concessione del voto attivo e passivo alle donne, è la scarsa presenza femminile nelle istituzioni rappresentative. Nonostante, infatti, le donne ricoprano diversi ruoli nella società, (anche se le dirigenti nelle aziende pubbliche e private sono ancora in netta minoranza), l'ambito in cui il cosiddetto "soffitto di vetro" non è stato ancora eliminato è quello della politica. Le motivazioni dell'esiguo numero di rappresentanti in seno alle istituzioni politiche sono varie, fra queste, forse, le più rilevanti sono i preconcetti sulla competenza femminile in materia di politica e il sistema di cooptazione maschile all'interno dei partiti e delle istituzioni. Nell'ultimo decennio, si è cercato di porre rimedio alla sottorappresentanza politica femminile, e a tal fine nel 1993 legge n. 277/93 sono state introdotte le quote obbligatorie nelle liste elettorali, per impedire che un sesso fosse sottorappresentato. Questa misura si rivelò efficace perché ebbe l'effetto di far aumentare il numero delle elette in Parlamento. Nonostante questo e nonostante l'elettore fosse libero di votare chi volesse (si interveniva infatti solo al momento delle candidature), questa legge fu giudicata incostituzionale dalla Corte Costituzionale e abrogata con la sentenza n. 422/95, del 6 settembre, con il risultato di far ridurre nuovamente il numero delle elette nella successiva tornata elettorale.

Il fronte delle donne dei diversi partiti, non si è, però, arreso e, unito al di là delle differenze ideologiche, si è battuto per mutare la Costituzione e dare così un avvallo costituzionale alle misure legislative che mirano a ristabilire le pari opportunità fra uomini e donne. Dopo oltre dieci anni di proposte, questa battaglia decennale sembra aver finalmente raggiunto il proprio obiettivo con l'approvazione della legge costituzionale n. 1 30 maggio 2003, che modifica l'art. 51 della Costituzione introducendovi il principio di pari opportunità: "Tutti i cittadini dell'uno e dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di uguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini".

Dopo questa disamina è opportuno chiarire che il conseguimento di una piena cittadinanza per le donne non deve essere visto in chiave oppositiva nei confronti dei cittadini, ma in chiave integrativa, per realizzare quello che auspicò Teresa Mattei in Assemblea Costituente: "non vi può essere oggi, infatti, a nostro avviso, un solo passo sulla via della democrazia, che non voglia essere solo formale ma sostanziale, non vi può essere un solo passo sulla via del progresso civile e sociale che non possa e non debba essere compiuto dalla donna insieme all'uomo" 42.

Note

1. Al primo comma dell'art. 51 "Tutti i cittadini dell'uno e dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di uguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge", è stato aggiunto "A tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini".

2. Sulla categoria del genere vedi: V.G. Bock, Storia, Storia delle donne, Storia di genere, Firenze, Estro editrice, 1988; J.W. Scott, Il genere: un'utile categoria di analisi storica, "Rivista di storia contemporanea", 1987, n. 4, pagg. 560-586.

3. M. Corona Corrias, Alle origini del femminismo moderno. Il pensiero politico di Poullain de la Barre, Milano, Franco Angeli, 1996.

4. Camera dei Deputati, La Costituzione della Repubblica italiana nei lavori preparatori dell'Assemblea Costituente, Roma, vol. III, 1971, pag. 1895.

5. G. Conti Odorisio, La rivoluzione femminile, in Enciclopedia italiana di scienze, lettere e arti, Appendice 2000, Istituto della Enciclopedia italiana, Roma, Treccani, 2001.

6. Tanti sono, infatti, i pensatori che sarebbe utile prendere in considerazione per capire i modi e le ragioni per cui l'esclusione delle donne dalla sfera pubblica ha potuto affermarsi e consolidarsi, come una prassi giusta e legittima, perché naturale. Fra questi pensatori ricordiamo: Bodin (G. Conti Odorisio, Famiglia e Stato nella Republique di Jean Bodin, Torino, Giappichelli, 1999), Locke, Montesquieu e Rousseau. È giusto, però, rilevare che accanto a questi pensatori, ve ne sono stati altri, Poullain De la Barre, Condorcet etc., che hanno avuto il coraggio di affermare l'uguaglianza fra uomini e donne. A tal proposito vedi: G. Conti Odorisio, Poullain de la Barre e la teoria dell'uguaglianza, Milano, Unicopoli, 1996; M. Corona Corrias, Alle origini del femminismo moderno. Il pensiero politico di Poullain de la Barre, op. cit.; Carlo Cattaneo e l'altra metà del cielo, in M. Corona Corrias (a cura di), Carlo Cattaneo, temi e interpretazioni, Firenze, Centro Editoriale Toscano, 2003, pagg. 177-214.

7. P. Gabrielli, Questioni di femminismo e di cittadinanza. Leggere Annarita Buttafuoco, Università degli Studi di Siena. Quaderni di Studi sulle donne, 2001.

8. G. Duby, M. Perrot (a cura di) Storia delle donne. L'Ottocento, Bari, Laterza, 1998, pagg. 43-44.

9. G. Bonacchi, A. Groppi (a cura di), Il dilemma della cittadinanza, Bari, Laterza, 1993.

10 Duby Perrot, G. Fraisse M. Perrot (a cura di) Storia delle donne. L'Ottocento, op. cit., pag. 47.

11. G. Conti Odorisio, Storia dell'idea femminista in Italia, Torino, ERI, 1980, pag. 87.

12. G. Conti Odorisio, I primi sostenitori del voto: Salvatore Morelli, in F. Taricone, M. De Leo (a cura di), Elettrici ed elette, Presidenza del Consiglio dei ministri, Roma, Istituto Poligrafico, 1995, pag. 17.

13. AA.VV., Il voto alle donne cinquant'anni dopo, Atti del convegno, Campidoglio 6-7 marzo 1995, Roma, Istituto Poligrafico, 1995, pag. 31.

14. AA.VV., Cinquant'anni dal voto alle donne, Atti del convegno svoltosi alla Camera dei deputati il 24/2/1995 e documentazione allegata, Roma, Camera dei deputati, 1995, pag. 107.

15. "La Donna", a. IX, 30 marzo 1877, in F. Taricone, M. Deleo (a cura di), Elettrici ed elette, op. cit., pag. 20.

16. G. Duby, M. Perrot (a cura di) Storia delle donne. L'Ottocento, op. cit., pag. 510.

17. F. Taricone, M. De Leo (a cura di), Elettrici ed elette, op. cit., pag. 116.

18. AA.VV., Le donne e la Costituzione, Atti del convegno promosso dall'Associazione degli ex-parlamentari, Roma, Camera dei Deputati, 1988, pag. 31.

19. G. Conti Odorisio, I primi sostenitori del voto: Salvatore Morelli, op. cit. pag. 21.

20. P. Meldini, Sposa e madre esemplare, Rimini-Firenze, Guaraldi Editore, 1975, pag. 139.

21. F. Taricone, M. De Leo (a cura di), Elettrici ed elette, op. cit., pag. 15.

22. Dal discorso di Mussolini riportato in AA.VV., Donne Fascismo Democrazia, Atti del convegno, Roma 26/1/1995, sala della Promoteca del Campidoglio, Roma, A.N.P.P.I.A., 1997, pag. 28.

23. AA. VV., Il voto alle donne cinquant'anni dopo, op. cit., pag. 74.

24. AA.VV., Cinquant'anni dal voto alle donne, op. cit., pagg. 7-8.

25. N. Spano, Intervista, eseguita da F. Falchi nel dicembre del 1999.

26. F. Falchi (tesi di laurea di), La rappresentanza politica femminile all'Assemblea Costituente, relatrice M. Cardia, Università degli Studi di Cagliari, A. A. 1999-2000, pag. 103.

27. N. Spano, Intervista, realizzata da F. Falchi nel gennaio 2000.

28. AA. VV., Donne Fascismo Democrazia, op. cit., pag. 97.

29. F. Falchi (tesi di laurea di), La rappresentanza politica femminile all'Assemblea Costituente, op. cit., pag. 106.

30. B. Bianchi, Il colore delle nuvole, Firenze, Firenze libri, 1993, pag. 96.

31. N. Spano, in F. Falchi (tesi di laurea di), La rappresentanza politica femminile all'Assemblea Costituente, op. cit., pagg. 107-108.

32. Le rimanenti candidate furono presentate in liste "minori".

33. La Costituente, si sarebbe, invece, dovuta occupare solo della legislazione elettorale e dell'approvazione dei trattati internazionali.

34. Relazione dell'onorevole Noce "sulle garanzie economico-sociali per l'assistenza della famiglia", in Camera dei deputati, Archivio storico, Inventario dell'Assemblea Costituente, Roma, 1999.

35. Ivi, pag. 261.

36. Ivi, pag. 262.

37. Ivi, pag. 4095.

38. Ivi, pag. 4094.

39. Ivi, pag. 4116.

40. G. Conti Odorisio, La rivoluzione femminile, in Enciclopedia italiana di scienze, lettere e arti, op. cit., pag. 897.

41. Ivi, pag. 898.

42. Camera dei deputati, La Costituzione.., vol. I, op. cit., pag. 500.


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