Associazione tra gli ex Consiglieri Regionali della Sardegna


Manlio Brigaglia

La Sardegna 1945-1999

Relazione svolta in occasione degli incontri con docenti e studenti a Oristano, Olbia, Sassari e Nuoro, febbraio 1999


«La seduta termina alle ore 22». Le 22 del 31 gennaio 1948. L'Assemblea Costituente approva lo Statuto speciale della Regione sarda (destinato a diventare, con la pubblicazione sulla "Gazzetta Ufficiale", la legge costituzionale n. 3) nelle ultimissime ore della sua esistenza. Lo approva alla fine di tre giornate di discussione piuttosto frenetiche: il 28, il 29 e il 31 gennaio con una brusca interruzione dovuta all'improvvisa opposizione di Luigi Einaudi, vice-presidente del Consiglio e ministro del Bilancio, messo in crisi dagli articoli sull'autonomia finanziaria della Regione: «L'Assemblea Costituente nel discutere questo articolo [è l'art. 8] deve guardare chiaramente alla conseguenza che esso ha dal punto di vista generale per il bilancio dello Stato. Se vi è un povero, in primo luogo esso è il bilancio dello Stato».

Questa discussione in extremis e l'opposizione di Einaudi, superata soltanto con la mediazione di De Gasperi e la compattezza dei deputati sardi (che all'inizio della discussione si sono costituiti in "gruppo"), sono dei brutti segnali. A partire dalla primavera del 1947, quando si è rotta la cosiddetta "unità antifascista" e comunisti e socialisti sono stati cacciati dal governo, l'entusiasmo regionalista dell'Assemblea si è molto attenuato: c'è stato anche un brusco ribaltamento di posizioni, con i dc - eredi dell'autonomismo sturziano - molto attenti a non allentare il cordone ombelicale fra Stato e regioni e le sinistre, invece, rapidamente passate da posizioni di centralismo "alla russa" ad un sostegno forte dalle rivendicazioni regionali. Nella discussione finale i deputati sardi hanno resistito, mantenendo tutta la compatezza che si poteva mantenere: i dc Gesumino Mastino e Salvatore Mannironi non hanno, nella battaglia parlamentare per l'approvazione dello Statuto, un ruolo meno rilevante di quello dei comunisti Renzo Laconi e Velio Spano e dello stesso storico dell'autonomismo isolano, il sardista Emilio Lussu.

Lo Statuto sardo che esce dalla Costituente è ben altra cosa da quello schema che la Consulta sarda aveva discusso e approntato nell'aprile del 1947. Come è venuta meno la "vocazione" autonomista dei partiti di governo, così nello Statuto approvato si sono indeboliti i poteri e la stessa strumentazione d'autogoverno rispetto a quelli previsti dalla Consulta. È' una prima delusione. Lo stesso Lussu racconterà di avere votato per la sua approvazione solo per paura che il suo voto contrario potesse farlo cadere: curiosa preoccupazione, un tantino (se vogliamo) inaspettata in un parlamentare esperto come lui, se è vero che, in quella votazione finale del 31 gennaio, su 363 presenti e 361 votanti (maggioranza 180), i favorevoli sono 280 e i contrari solo 81.

Ma l'autonomia che i sardi avevano sognato - dirà ancora Lussu - somiglia a quella ottenuta dalla Costituente come il leone somiglia ad un gatto: che in comune hanno solo il fatto di appartenere ad una stessa razza, quella dei felini.

La resistenza delle forze di governo ha un'altra controprova: il regime alto - commissariale da cui è retta la Sardegna durerà ancora quasi un anno e mezzo, l'elezione del primo Consiglio regionale avverrà soltanto l'8 maggio de1949.

Quelle elezioni danno un risultato in qualche misura sorprendente: la Dc, che nelle elezioni politiche dell'anno precedente (quelle del trionfale 18 aprile) aveva avuto il 51,2 per cento, è drasticamente ridimensionata al 34 per cento, il Pci ottiene da solo il 19,4 per cento, di poco inferiore ai voti ottenuti insieme con i socialisti l'anno precedente, il Psi il 6 per cento. Novità di questa tornata elettorale è anche la presenza del Partito sardo d'azione socialista (6,6 per cento), nato dalla scissione, voluta da Lussu, del "vecchio" Partito sardo d'azione (che comunque ottiene il 10,5 per cento - quasi il 20 nella provincia di Nuoro).

Questa diversità fra l'orientamento di voto delle regionali rispetto a quello delle politiche sarà una caratteristica di tutti i primi cinquant'anni della storia autonomistica: sembra che nelle consultazioni politiche prevalgano i "grandi valori", cioè le ideologie di matrice nazionale ed europea, in quelle regionali più concrete considerazioni dei bisogni della Sardegna e degli uomini più adatti a fronteggiarle.

Il sardista Anselmo Contu, 49 anni, diventa il primo presidente del Consiglio regionale, il dc Luigi Crespellani, 52 anni, il primo presidente della Regione. A una Giunta formata da dc e sardisti sarebbe toccato guidare i primi anni di vita dell'Istituto autonomistico.

Volendo dividere per periodi questi ultimi cinquant'anni di storia della Sardegna si potrebbero individuare quattro fasi.

La prima va dal 1949 al 1958. Li ho chiamati, da qualche altra parte, «gli anni della ricostruzione», prendendo a prestito una definizione che è stata applicata alla storia nazionale, anche se in Sardegna questa fase sembra essere durata appunto, sino al 1958. Il fatto è che la Sardegna era uscita dalla seconda guerra mondiale (e dal fascismo) carica di una serie di problemi e di bisogni che il fascismo aveva ereditato dall'età liberale e aveva iscritto in una sua strategia generale, che aveva, sì, generato sviluppo, ma precario e scoordinato: così la bonifica integrale, che in Sardegna avrebbe dovuto interessare 887 mila ettari, era stata applicata soltanto a 47 mila (il 5 per cento), e la ripresa del settore minerario aveva riguardato in particolare quelle del carbone del Sulcis, funzionali, alla politica di "autarchia" nell'approvvigionamento di materie prime. La bonifica finiva per attestarsi quasi esclusivamente intorno alle «città nuove» di Mussolinia (poi Arborea) e di Fertilia, alla produzione del carbone Sulcis (destinato ad entrare rapidamente in crisi con la fine della guerra) era legato il futuro di Carbonia.

Ma quelle che si chiamano le strutture della vita civile registravano, alla fine del fascismo, una situazione simile a quella degli anni Venti quando, sui 364 comuni sardi, 250 non avevano acquedotto, 357 non avevano fognature, 156 non avevano scuole e 199 avevano cimiteri inadatti o insufficienti. Anche la rete stradale era poco sviluppata: 4.600 i chilometri fra strade nazionali, provinciali e comunali, con una media di 190 chilometri per ogni mille kmq di superficie, contro una media nazionale di 603. Ancora più deficitarie erano le comunicazioni con la Penisola (peraltro pressoché totalmente interrotte negli anni di guerra): soltanto nel novembre del 1947 la Olbia-Civitavecchia riprese la cadenza quotidiana.

Le giunte regionali, sette in questi primi nove anni, furono quasi tutte monocolori democristiani, salvo la prima e la quinta, che videro la partecipazione del Psda, ma anche un forte spostamento a destra nella sesta e nella settima, presiedute dal prof. Giuseppe Brotzu, dc, scienziato di fama internazionale (si deve a lui la scoperta delle cefalosporine, della famiglia degli antibiotici). Il governo regionale si trovò a fronteggiare, contemporaneamente, tanto i problemi della "ricostruzione" - nel cui quadro si iscrive anche la quasi miracolosa resurrezione di Cagliari dopo i disastrosi bombardamenti del 1943 - quanto l'esigenza di progettare lo sviluppo generale dell'isola e approntarne gli strumenti operativi.

Tra questi strumenti legislativi avrebbero avuto particolare importanza l'Ente sardo di elettricità e l'Ente sardo industrie turistiche (Ensae e Esit, nati nel novembre del 1950, con la prima giunta regionale) e l'Ente sardo acquedotti e fognature e l'Istituto sardo per l'organizzazione del lavoro artigiano (Eaf e Isola, nati nel febbraio-marzo del 1957, con la seconda giunta Brotzu). Tra tutti il più "rivoluzionario" era l'Ensae, che anticipava di più di dieci anni, in Sardegna, il processo di nazionalizzazione dell'energia elettrica che sarebbe stato attuato nel Paese dai primi governi di centro-sinistra; mentre in quel 1950 l'Esit poneva le basi per lo sviluppo, in Sardegna, d'un turismo che pure, negli anni della fondazione dell'ente, era ancora di là da venire. Normalmente si data la nascita del turismo in Sardegna al 1962, anno di fondazione del Consorzio della Costa Smeralda, anche se già dal 1955 arrivavano ad Alghero i primi voli charter dall'estero (e, curiosa testimonianza, il grande scrittore tedesco Ernst Junger scriveva in quello stesso anno che la Sardegna, ormai conquistata dalla civiltà dei consumi, non era più quella dell'anno prima...). Nella sua prima fase d'attività, l'Esit costruì una serie di alberghi, parte sulle coste e parte nelle zone interne, destinati nella maggioranza ad essere abbandonati o ceduti negli anni successivi: ma dopo avere costituito una prima rete di ricettività il cui ruolo va sottolineato.

Ma i problemi che in questa fase assillarono maggiormente la Sardegna furono all'inizio quelli della stessa sopravvivenza quotidiana e poi alcuni mali "storici" che risorgevano con particolare virulenza: primo fra tutti il problema del banditismo nelle zone interne, che ebbe in quegli anni gli orgolesi Giovanni Battista Liandru e il più giovane Pasquale Tandeddu come suoi cupi eroi.

In realtà, i due eventi più importanti di questa prima fase ebbero origine, se così si può dire, dal di fuori della Sardegna. Essi furono la grande campagna per l'eradicazione della malaria e l'avvio della riforma agraria.

La malaria era, in Sardegna, un male millenario, e anzi ultramillenario: già ai tempi di Roma la Sardegna passava per un'isola «pestilente», ma alcuni studiosi sostengono che con ogni probabilità la malattia esisteva già da molto prima. Ancora nel ventennio fascista, quando pure era stata messa in opera una serie di provvedimenti per combatterla, la mortalità per malaria raggiungeva una media del 97.5 per mille contro una media nazionale del 12 per mille.

A partire dal 1946 l'Erlaas (Ente regionale per la lotta antianofelica in Sardegna), con finanziamenti e scienziati americani, forniti dalla Rockefeller Foundation, organizzò una campagna di disinfestazione volta a distruggere tutti i focolai di nascita della zanzara anopheles, portatrice della malattia, e nel giro di quattro anni, con un gigantesco impiego di uomini e di mezzi, riuscì ad ottenere la completa eradicazione della malattia. Nel 1951, per la prima volta dopo millenni, nessun sardo si ammalò di malaria.

Nell'aprile del 1951 nasceva l'Ente per la trasformazione fondiaria e agraria della Sardegna (Etfas) «con lo scopo di esercitare», nell'isola, «le funzioni relative alla espropriazione, bonifica, trasformazione ed assegnazione dei terreni ai contadini». Era una risposta alla fame di terra che il mondo contadino aveva espresso, negli anni a cavallo del 1950, anche con una serie di agitazioni e di occupazioni di terre.

Alla boa della elezione del terzo Consiglio regionale (1957: la legislatura regionale durava allora 4 anni) la Sardegna appariva così impegnata a conquistare un futuro migliore. I numerosi campi in cui la Regione era intervenuta e le migliaia di piccoli e grandi interventi vennero sintetizzati, alla vigilia della consultazione elettorale, in un volume pubblicato dall'Ufficio Stampa, Otto anni di autonomia (così massiccio che, ironicamente, qualcuno lo chiamò "Otto chili di autonomia").

La seconda fase della storia autonomistica inizia nel 1958. In quell'anno una lunga crisi regionale portò alla presidenza della Giunta il dc cagliaritano Efisio Corrias. Corrias era destinato a presiedere quattro diverse giunte, sino al 1966, tutte caratterizzate, pure nel variare delle formule, dal disegno di applicare anche in Sardegna (anzi, in qualche caso precedendola) l'alleanza di centro-sinistra (che in Sardegna comprendeva anche i sardisti) che si stava realizzando nel governo nazionale. La "spinta a sinistra" delle giunte Corrias era collegata ai processi di trasformazione che investivano la società isolana e anche all'emergere, alla guida della Dc regionale, di nuovi gruppi dirigenti: quello dei "Giovani turchi" di Cossiga, Giagu, Dettori e Soddu a Sassari e quello dei "Giamburrasca" di Carta, Gianoglio, Floris e Rojch a Nuoro.

Per tutti gli anni Cinquanta, del resto, si era fatta più forte, in quasi tutti gli schieramenti politici (e seppure, dunque, in forme e con aspettative diverse), la rivendicazione nei confronti dello Stato per l'attuazione di quello che doveva rivelarsi il più importante degli articoli dello Statuto regionale. L'articolo 13, infatti, recitava: «Lo Stato col concorso della Regione dispone un piano organico per favorire la rinascita economica e sociale dell'Isola».

A partire da un grande convegno organizzato a Cagliari dalla Cgil e dai partiti di sinistra nel maggio 1950, il «movimento per la rinascita» crebbe anche durante gli anni delle giunte di destra. Già nel 1951 veniva costituito un Comitato di studio del piano di Rinascita, le cui conclusioni, venivano sintetizzate da un "Gruppo di lavoro" il cui "piano" Regione e Governo - non senza polemiche, specie in ordine all'organo che avrebbe dovuto attuarlo: attuazione che la Regione voleva riservare a sé, come poi avvenne, e il governo intendeva invece affidare a una sezione speciale della Cassa per il Mezzogiorno -, diventava la legge 11 giugno 1962, n. 588, che dava il via al piano di Rinascita della Sardegna. Per parte sua, la Regione con la legge regionale 11 luglio 1962, n. 7, a stabilire i compiti della Regione nella programmazione.

Pochi giorni prima dell'approvazione della 588 il sassarese Antonio Segni, 71 anni, dc, più volte ministro e presidente del Consiglio, era stato eletto Presidente della Repubblica. Gli "anni della Rinascita", come sarebbero stati chiamati, si aprivano sotto il segno della speranza.

Gli obiettivi del piano e gli stessi strumenti per conseguirli erano stati modificati nel corso degli studi e della elaborazione del piano: in particolare, il "Gruppo di lavoro" finale aveva puntato l'attenzione soprattutto sull'industria, in qualche modo a svantaggio dell'agricoltura. Nella "filosofia" prevalente fra gli scienziati dello sviluppo (in particolare fra i cattolici) c'erano due convinzioni fondamentali: la prima era che solo l'industria era capace di far fare, in breve tempo, il salto dalla condizione di sottosviluppo (e di arretratezza) ad uno sviluppo che avvicinasse la Sardegna al resto del Paese - anzi, nel migliore dei casi, a farle raggiungere un'uguaglianza di condizioni -; la seconda era che l'industria doveva essere la grande industria di base, da localizzare in alcuni "poli", da cui sarebbero dovuti partire quelli che venivano chiamati gli «effetti diffusivi dello sviluppo».

In questo quadro, gli obiettivi di fondo erano: il completamento delle infrastrutture di base; il miglioramento delle condizioni ambientali; la formazione tecnico-professionale di quello che gli "Stregoni della Rinascita" della rinascita chiamavano «il fattore umano»; massima utilizzazione delle risorse locali; l'abbattimento della «strozzatura» rappresentata dal sistema dei trasporti, precario e insufficiente. Finalità ancora più essenziale del piano: «la massima occupazione e più rapidi ed equilibrati incrementi di reddito».

Per ottenere questi risultati, la legge stanziava 400 miliardi di lire, da spendere nel periodo 1962- 74, sulla base di programmi «esecutivi» annuali o pluriennali. «Se 400 miliardi vi sembrano pochi», era intitolato un editoriale di Antonio Segni sulla "Nuova Sardegna".

A dirigere le operazioni sul territorio vennero chiamati l'Assessorato regionale alla Rinascita, creato appositamente, un Centro di Programmazione per il quale vennero reclutati esperti dei diversi settori e, a livello locale, i comitati delle "Zone omogenee" in cui venne divisa la Sardegna.

Per fare un bilancio della terza fase, 1962-1974, possiamo saltare direttamente al 1974. In quell'anno già si parlava da tempo del «fallimento della Rinascita». Migliaia di sardi abbandonarono il paese dei padri e dei nonni e cambiarono residenza, non solo andando verso la Penisola o verso l'Europa ma anche, in Sardegna affollando le città maggiori o quelle interessate all'industrializzazione: sotto spinta di questa tendenza all'urbanesimo Cagliari arrivava, nel 1971, a 219.613 abitanti - cui occorre aggiungere i 30 mila di Quartu Sant'Elena, che cominciava a prendere il carattere di una grande appendice-dormitorio del capoluogo, Sassari a 104.307; Porto Torres passava a 15.809 abitanti, Olbia - ormai "capitale della Costa Smeralda" - a 25.457. (Per dire che si trattava di una modificazione irreversibile basta considerare che nel 1991 Cagliari aveva 204.237 abitanti e Quartu 61.636, Sassari 122.339, Porto Torres 21.264 e 0lbia 41.095).

C'era stato sviluppo, e il reddito pro-capite era cresciuto, ma nello stesso tempo era cresciuto il reddito pro-capite degli italiani (quello sardo era, nel 1978 il 76 per cento del reddito medio nazionale); e lo sviluppo che sarebbe dovuto essere «equilibrato» aveva invece creato squilibri geografico-territoriali (erano cresciute le città e i territori costieri a svantaggio dei centri minori e delle zone interne), squilibri nella struttura sociale (erano cresciute la classe media e classe operaia, a svantaggio degli agricoltori e dei pastori), squilibri nella struttura dei settori produttivi (era cresciuta l'industria e si era gonfiato il settore dei servizi a svantaggio dell'economia agro-pastorale, era entrata in una crisi irreversibile l'attività mineraria). Ultimo dato negativo: l'industrializzazione della Sardegna aveva scelto come unico settore quello della grande industria petrolchimica. Si parlò a lungo dell' "impero di Rovelli" (padrone della Sir e di diverse altre industrie, nonché padrone, a un certo punto, anche dei due quotidiani isolani). Ma il 1974 fu anche l'anno del primo grande choc petrolifero: l'improvvisa modificazione del prezzo del greggio e dell'intero sistema di approvvigionamento delle materie prime per la chimica mise rapidamente in ginocchio la monocoltura petrolchimica, lo stesso Rovelli si trovò avviato al fallimento.

Quegli stessi anni, peraltro, possono essere riguardati anche sotto altri punti di vista. C'è un lungometraggio del regista sassarese Fiorenzo Serra, intitolato L 'ultimo pugno di terra, che è del 1966. Era stato finanziato dallo stesso Assessorato alla Rinascita, nell'intento di spiegare agli italiani che cos'era (com'era) la Sardegna, quali erano i suoi bisogni, perché aveva diritto ad una attenzione "speciale" da parte dello Stato. Di fronte a quei fotogrammi ci si meraviglia molto a vedere com'era la Sardegna di allora: una terra di una povertà quasi totale, in molti paesi autentici pezzi di vita medioevale. Eppure già a metà degli anni Settanta molto di tutto questo era cambiato: erano cambiate le strutture della vita civile, la rete delle infrastrutture, le stesse abitudini della gente, la gran parte delle occupazioni tradizionali avevano ceduto il posto a nuovi modi di produrre e di vivere, la scolarizzazione era diventata un fenomeno di massa. Fu coniata, per rendere l'idea di quello straordinario cambiamento, l'espressione «catastrofe antropologica»: che voleva dire un mutamento rapido e radicale (la «catastrofe», com'è definita nel dramma greco) che interessava soprattutto l'uomo sardo, la sua mentalità, la sua "cultura" (ecco il senso dell'aggettivo «antropologica» ).

Da quegli anni la Sardegna ha cessato di essere quella di una volta, pure conservando fedeltà ad alcuni elementi del suo specifico modo di essere, a quella che si chiama la «civiltà sarda» ( tant'è vero che proprio a partire dai primi anni Ottanta si sviluppò una forte spinta a non lasciarli degradare ulteriormente, quei valori: il punto d'approdo di questo vasto movimento è stata la legge regionale dell'ottobre 1997, n. 26, per la tutela e la valorizzazione della cultura e della lingua sarda). Nel 1951 su 100 sardi che lavoravano 51 erano nell'agricoltura, 21 nell'industria, 28 nel terziario. Nel 1971 c'erano 26 sardi su 100 nell'agricoltura, 32 nell'industria e 41 nel terziario. In quel censimento, per la prima volta nella storia della Sardegna, terra di "pastori e contadini" (come è intitolato un famoso libro del geografo francese Maurice Le Lannou, 1941 ), aveva più operai che contadini, più addetti ai servizi che pastori. Nel 1981 gli addetti all'agricoltura erano solo 13, nell'industria 32, nei servizi 55. Oggi, alla fine del secolo, i sardi addetti all'agricoltura sono 12 (media nazionale 6), all'industria 23 (media nazionale 32), al terziario 65 (media nazionale 62). (Le differenze fra le cifre regionali e le medie nazionali sono segnali abbastanza significativi della condizione generale della Sardegna nei confronti del resto del Paese, e dei problemi che ancora restano da risolvere ).

Quasi alle soglie degli anni Settanta un lucido osservatore della realtà isolana, Giuseppe Fiori, pubblicava un libro-reportage intitolato La società del malessere. Era quella che si era venuta formando nella Sardegna centrale proprio in quegli anni del grande cambiamento: la rapidità delle modificazioni, l'ingresso prepotente della cultura dei consumi nella società tradizionale, i messaggi che venivano dai mezzi di comunicazione (prima fra tutti la tv) facevano sentire più aspramente la differenza fra il modo di vivere e di lavorare delle zone interne e il modo di vivere e di lavorare del resto del mondo.

Quel "malessere" si esprimeva anche nella forma di una criminalità nuova, innestata sui fondamenti della criminalità tradizionale isolana: diventavano eroi popolari personaggi come il bandito orgolese Graziano Mesina, si moltiplicavano i sequestri di persona (33 nel solo triennio 1966-1969).

Per analizzare e fronteggiare questa nuova esplosione del banditismo il Parlamento dava vita, nel 1969, ad una commissione d'inchiesta che, presieduta dal senatore Giuseppe Medici, concludeva i suoi lavori nel 1972 con una relazione che era anche un ritratto impietoso della condizione generale della Sardegna. Fra gli interventi previsti lo spostamento dei finanziamenti statali dalla grande alla media e piccola impresa, il progetto di un «monte-pascoli», di proprietà pubblica, per sottrarre la pastorizia alla vita nomadica (indicata anche come uno dei componenti della macchina organizzativa dei sequestri di persona, anche se il mondo dell'economia pastorale è rimasto, in questi cinquanta anni, con i suoi 3 milioni di pecore, uno dei punti di forza del sistema produttivo isolano), la riforma dell'Amministrazione regionale, di cui si denunciavano inefficienze e ritardi.

Frutto dei lavori della commissione fu, in particolare, la legge 268 con cui nel 1974 venne finanziato (stavolta con 1000 miliardi) un secondo piano di Rinascita. Alla realizzazione di quel secondo piano - a parte ogni altra considerazione - mancò soprattutto il clima di attesa fiduciosa, di speranza che aveva accompagnato l'avvio del primo, quando aveva preso corpo, pur nelle differenze, di ideologie e di posizioni, quella che Velio Spano aveva definito una volta <<l'unità del popolo sardo>>. Un clima nel quale accanto ai politici, agli operatori economici e agli operai s'era schierata anche gran parte degli intellettuali sardi, presenti nel dibattito attraverso le loro riviste (la sassarese "Ichnusa" di Antonio Pigliaru, e le cagliaritane "Il Bogino", nato all'interno dello stesso Centro di programmazione, e "Sardegna oggi" di Antonello Satta e Sebastiano Dessanay). Il panorama in cui si attuò - attraverso i Comprensori e le Comunità montane, che avevano preso il posto delle "vecchie" Zone omogenee - fu un panorama di crisi, in cui si rifletteva anche il rapido tramonto dell'esperimento di programmazione nazionale, di cui quella sarda, del primo piano di Rinascita, aveva pure costituito una suggestiva anticipazione. Un panorama di crisi reso più evidente dalle fratture che si venivano manifestando nel sistema politico regionale: nell'ottobre del 1979 - dopo le giunte di «Intesa autonomistica», presiedute dal 1976 al 1979 dal sassarese Pietro Soddu, in cui il Pci veniva associato alla maggioranza - nascevano, dopo trent'anni di governo autonomistico, la prima giunta regionale presieduta da un non democristiano, il socialdemocratico Alessandro Ghinami, seguita nel 1980 dalla prima giunta «laica e di sinistra», con l'esclusione della Dc.

Alla fine del secolo (le cifre sono del 31 dicembre 1998), la Sardegna ha 1.654.470 abitanti. Ne aveva 1.213.876 il 31 dicembre del 1946. Le due cifre possono ben aprire un primo bilancio sulla Sardegna degli ultimi cinquant'anni del Novecento. Oltre 440 mila abitanti in più (o, meglio ancora, una crescita di un abitante ogni 3 che ce n'erano alla fine della seconda guerra mondiale) non sono soltanto un numero, una quantità: essi rappresentano di per se un formidabile fattore di cambiamento che va ad aggiungersi a tutti quelli di cui abbiamo già parlato: nel caso della Sardegna basta pensare a come, poi, questi "nuovi" abitanti si distribuiscono sul territorio, se alla fine del secolo i centri maggiori sono ancora più grandi ma i centri minori tendono a spopolarsi.

Eppure la densità di popolazione nell'isola è ancora la più bassa d'Italia (dopo la Basilicata e la Valle d'Aosta): 69 abitanti dispersi - o, meglio, mal distribuiti - sui 24 mila chilometri quadrati della superficie, contro una media nazionale di 191 abitanti per kmq.

Ci sono, in Italia, molte regioni che hanno una popolazione complessiva inferiore a quella della Sardegna: oltre la Valle d'Aosta e la Basilicata, anche il Trentino Alto-Adige, il Friuli-Venezia Giulia, la Liguria, le Marche, l' Abruzzo, il Molise. Ma lì la densità di popolazione è ben diversa: il che fa pensare che la distribuzione della popolazione sul territorio ma soprattutto, nel caso della Sardegna, la separazione fisica dal resto della comunità nazionale siano elementi strutturali della condizione storica di inferiorità dell'isola, che neppure il Novecento ha saputo modificare.

Gli ultimi vent'anni del Novecento (anche se questa quarta fase andrebbe fatta iniziare già dal 1974) si possono dividere, in Sardegna, in due periodi di un decennio ciascuno.

Gli anni Ottanta furono caratterizzati dal risveglio del sentimento "sardista", espresso nelle sue forme radicali da diversi movimenti accomunati sotto la definizione di «neo-sardisti» e nelle sue forme "storiche" dal Partito sardo d'Azione, che proprio all'inizio di questo decennio collocava nel suo programma la rivendicazione della «statualità» della Sardegna, mitigata magari dal riferimento a uno Stato federale. Questa reviviscenza portava anche a una serie di successi elettorali sardisti e alla formazione di giunte presiedute da uno dei leader storici del partito, il nuorese Mario Melis.

Il «decennio sardista» giungeva al suo epilogo con le elezioni regionali del 1989. Nel nuovo quadro maturava la riedizione di un pentapartito a guida democristiana, ma era quella l'ultima stagione, nell'isola, dell'assetto politico che era stato proprio della «prima Repubblica»: alle elezioni del 1994 dei nomi storici dei partiti rimanevano solo quelli del PsdA e del Pri, mentre compariva tutta una serie di nuove sigle (Partito popolare italiano, Partito democratico della sinistra, Rifondazione comunista, Alleanza nazionale), mentre socialisti e socialdemocratici si presentavano, insieme con i cristiano-sociali e con i movimento «Rinascita e sardismo», nella lista «Sardegna-Federazione democratica»; era la prima volta anche per Forza Italia e il Patto Segni («Sardigna Nazione», ala estrema del sardismo, era presente alle elezioni ma non otteneva un suo consigliere). Dal complicato sistema elettorale (il 75 per cento degli 80 consiglieri eletto al primo turno, l'altro 25 per cento nel ballottaggio che comportava anche l'indicazione del candidato presidente della Giunta) usciva la vittoria abbastanza netta dello schieramento formato da progressisti, popolari pattisti e sardisti, in tutto 52, contro i 28 del Polo della libertà. Per tutta la legislatura la giunta venne guidata dal cristiano-sociale cagliaritano Federico Palomba, ma conosceva una fitta serie di rimpasti e di crisi interne alla maggioranza, che porrà un'ipoteca negativa sulla consultazione del 1999. La rapida cancellazione, quasi all'inizio della legislatura, della norma sull'incompatibilità fra la carica di consigliere e quella di assessore, era il segnale premonitore dello scatenarsi di un nuovo clientelismo e della concezione «patrimonialistica» della rappresentanza politica.

Ma l'evento più importante del decennio finale del secolo è la nascita dell'Unione europea. Il processo di centralizzazione verso Strasburgo e Bruxelles di molta parte delle decisioni fondamentali per lo sviluppo del Continente pone molti problemi non solo allo sviluppo dell'autonomia regionale sarda, ma anche a quello della stessa Sardegna, tanto più che a questo processo di centralizzazione "europeo" si accompagna quello della globalizzazione dell'economia su scala planetaria.

La Sardegna rischia di diventare ancora più periferica e di vedere ancora più minacciata la sua "specificità" culturale. E se la collocazione nelle regioni del cosiddetto «Obiettivo l», cui appartengono, in ordine agli interventi dell'Unione, le regioni il cui reddito pro-capite è inferiore al 75 per cento di quello medio delle regioni europee, può portare ancora qualche beneficio aggiuntivo (ma il prodotto interno lordo pro-capite dei sardi è il 57 per cento di quello degli abitanti dell'Italia settentrionale), la conclusione è che nei cinquanta anni finali del secolo la Sardegna ha camminato rapidamente, ma il resto del mondo (sviluppato) ha corso ancora di più.